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ANTOLOGIA DI RACCONTI PER I 700 ANNI DALLA MORTE DI DANTE: COME PARTECIPARE?

Il Gruppo Scrittori Firenze, in occasione dell’anniversario dei 700 anni della morte di Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri (Ravenna, 13 – 14 settembre 1321), intende realizzare un Volume Antologico di racconti sul tema “Gente di Dante”.

L’iniziativa nasce quale progetto riservato ai SOCI e si rivolge quindi a tutti gli iscritti in regola con le quota del GSF per l’anno in corso (2021) e a tutti gli AUTORI che vorranno iscriversi prima dell’invio del racconto per il suddetto anno. 

La quota annua per l’iscrizione, che consente di partecipare a tutte le iniziative dell’associazione, è di € 10,00 pagabili con bonifico bancario, iscrivendosi on-line con l’apposita scheda di iscrizione. Tutte le informazioni in merito sono disponibili sul sito del GSF alla pagina: http://www.grupposcrittorifirenze.it/chi-siamo/iscriviti.

In alternativa è possibile iscriversi all’associazione su appuntamento, contattando la segreteria al numero 328-5654342 (Antonella Cipriani)

La partecipazione al progetto non comporta alcun costo ulteriore alla quota associativa.  

L’elaborato dovrà, ovviamente, essere di originale produzione dell’AUTORE, secondo quanto espresso nella scheda liberatoria e dovrà presentare le caratteristiche elencate sotto, pena l’esclusione, a insindacabile giudizio del Comitato Editoriale.

Il testo, unitamente alla allegata Scheda Liberatoria per il GSF debitamente compilata, dovrà essere inviato entro il 31 marzo 2021, alla e-mail: antologiadante.gsf@gmail.com.

CARATTERISTICHE DEL TESTO:

Il racconto dovrà presentare le seguenti caratteristiche:

  • Avere come soggetti personaggi o personalità realmente esistite e vissute ai tempi di Dante Alighieri (1265-1321) o che compaiano in opere del poeta. Saranno prese in considerazione sia racconti storici che ucronie; si accettano anche racconti di genere umoristico.
  • Dovrà essere accurato e preciso per quanto riguarda le notizie storiche, le citazioni, i riferimenti ai fatti, pena l’esclusione;
  • Avere una lunghezza compresa tra i 5.000 e i 15.000 caratteri;
  • Essere scritto secondo le Regole Editoriali riportate di seguito;
  • Ogni autore potrà presentare UN SOLO racconto.

REGOLE EDITORIALI

  • File in formato .DOC o .DOCX (il formato .pdf non è ammesso);
  • Carattere Times New Roman corpo 12;
  • Interlinea 1.5;
  • Dialoghi tra i caporali «…»;
  • Pensieri e parole straniere in corsivo
  • Titoli tra le virgolette “…” (es. “La Divina Commedia”);
  • Frasi riferite all’interno di un dialogo, utilizzare le virgolette “…” (es. «Mi disse: “Troviamoci in Piazza della Signoria”»)
  • Punteggiatura fuori da virgolette o caporali;
  • Testo giustificato, senza spazi automatici fra i paragrafi e i rientri;
  • Rispetto delle regole grammaticali e ortografiche.

Inviando il racconto, l’AUTORE autorizza il GSF, nelle figure dei Curatori e del Comitato Editoriale, a concedere in licenza all’Editore, che sarà individuato dal GSF, il diritto esclusivo di pubblicare il proprio racconto nel Volume antologico relativo a “Gente di Dante” (il titolo dell’opera sarà definito in seguito).

L’EDITORE sarà scelto a insindacabile giudizio del Comitato Editoriale.

L’esclusiva dell’EDITORE sarà limitata alla pubblicazione dei racconti all’interno dell’antologia, sia in formato cartaceo che in formato digitale, sia in Italia che all’estero (concessione in licenza dei diritti di pubblicazione e distribuzione del Volume antologico relativo al tema “Gente di Dante”). 

I Curatori dell’antologia e il Comitato Editoriale, a proprio insindacabile giudizio, selezioneranno i migliori racconti e li invieranno all’Editore, il quale potrà accettare o procedere a ulteriore scrematura prima della pubblicazione.

Nel caso non si raggiunga un idoneo numero di testi ritenuti validi non si procederà alla pubblicazione.

I curatori dell’antologia sono Carlo Menzinger e Caterina Perrone.

Il Comitato Editoriale è composto dagli stessi curatori più Massimo Acciai, Renato Campinoti, Barbara Carraresi, Cristina Gatti e Chiara Sardelli.

Consulente storico è il professor Alessandro Ferrini.

Gli AUTORI dei testi selezionati per la pubblicazione saranno avvertiti entro il 30 giugno 2021.


SCHEDA DI ADESIONE

Antologia “Gente di Dante”

Scheda liberatoria

Con la presente Il/la sottoscritto/a……………………………………………………………………………..

nato/a a ………………………………………………………………………. il ……………………………………..

residente a ……………………………………………………………………………………………………………..

telefono…………………………………………e-mail………………………………………………………….

AUTORIZZA

il GSF Gruppo Scrittori Firenze, con sede a Firenze in via Granacci, 20, a pubblicare nel

Volume Antologico con il titolo provvisorio “Gente di Dante” o altri che potranno essere scelti in seguito dal Comitato Editoriale, sia in formato cartaceo che digitale che su altri supporti tecnologici (es. audiolibro), sia in Italia che all’estero, le

seguenti opere (testi e/o immagini*):

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Nel caso di opere collettive, dichiara di essere coautore/coautrice insieme a (**):

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* le immagini dovranno essere libere da copyright o accompagnate da autorizzazione alla pubblicazione.

** dovrà essere inviata scheda di adesione con i dati anagrafici anche dei coautori/coautrici

Dichiara inoltre di non aver niente da pretendere dall’associazione sopra indicata in quanto il materiale è stato fornito a titolo assolutamente gratuito. Qualora il racconto non fosse selezionato per un’antologia cartacea, autorizzo l’associazione a pubblicarlo on-line sul blog dell’associazione.

Il/La sottoscritto/a, ai sensi del GDPR – Regolamento UE n. 679/2016 e della legge 108/18, conferisce il consenso al trattamento dei propri dati personali, con l’ausilio di strumenti sia cartacei che elettronici e informatici, ivi compresi i dati rientranti nelle categorie particolari di cui all’art. 9 dello stesso Regolamento, nell’ambito del procedimento amministrativo attivato. Viene eletto come foro competente il Foro di Firenze.

Dichiarazione di originalità dell’opera

Il suddetto/a autore/autrice, consapevole delle sanzioni in caso di dichiarazioni mendaci

ex art.76 DPR 445/2000

DICHIARA

che le suddette opere fornite via e-mail, sono originali, autentiche e non ledono il diritto

di terzi in osservanza delle disposizioni di cui alla legge 633/1941 in materia dei diritti di

autore, sono frutto del proprio lavoro, non trascritto o copiato da altre sorgenti, fatta

eccezione per quelle esplicitamente citate.

Data …………………………… Firma……………………………………………….

Scarica il bando in formato pdf e word

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WEN – GOLA – Il pasto delle Menadi – Carlo Menzinger

 «Dormito bene, sorella?»

Una ragazza spettinatissima e sporca la stava fissando mezza nascosta dietro un albero. Aracne sussultò. Il sole si stava alzando all’orizzonte.

«Non avere paura, sorella, siamo tue amiche» intervenne un’altra voce. Aracne si girò e vide un’altra giovane, forse ancora più lurida, acquattata tra i cespugli, con il sedere che quasi toccava il suolo, quasi stesse pisciando.

«Il vostro ventre sia fecondo. Chi siete?» chiese, sentendo la vacuità di un simile saluto formale.

«Siamo menadi» rispose una terza, che parve emergere dalla terra di cui la sua pelle nuda era quasi completamente ricoperta.

«Il vostro ventre sia fecondo» gracchiò la prima, sbeffeggiandola. Le altre ghignarono.

«Siamo le signore dei boschi dal fecondissimo ventre» aggiunse massaggiandoselo una quarta voce, questa volta di una donna dai lunghi capelli bianchi.

«Le folli domatrici di serpenti devote all’ebbro Dioniso, che ci riempie il ventre di divino vino» precisò la prima che aveva parlato, ondeggiando la vagina dai peli intricati di sudiciume vicino al volto di Aracne.

«Siamo il timore di ogni uomo avveduto che tu abbia veduto» spiegò la seconda, mettendosi a urinare.

«Le pazze cannibali, le divora-lupi, le lupe senza dimora» disse la quarta, avanzando carponi come un rospo artritico, con le gambe piegate e il sedere fangoso sotto l’altezza delle ginocchia, e tutte assieme scoppiarono a ridere.

Aracne le fissò preoccupata. In effetti, sembravano una più pazza dell’altra.

«Vivete nei boschi?» chiese educatamente.

«Certo, fanciulla, e ci nutriamo delle creature che vi si celano. E tu penso abbia fame. Vuoi venire a mangiare con noi o preferisci digiunare o magari fare da pasto alle fiere fiere ferine?»

Le altre ulularono sguaiate.

«In effetti, avrei un po’ di appetito ma non vorrei…»

«Niente storie sorella sorca, abbiamo carne fresca e sanguinolenta anche per te, vieni o, se preferisci, ne abbiamo anche di purulenta e verminosa.»

Aracne era spaventata e disgustata ma cosa aveva da perdere e, soprattutto, che alternative aveva? Le seguì mentre s’inoltravano tra gli alberi ora furtive, ora danzanti, ora saltanti, appendendosi ai rami e lasciandosi dondolare o saltando da uno all’altro come macachi storditi. La vegetazione diventava a ogni passo più densa. Camminarono a lungo. Aracne però non osava chiedere quanto mancasse. Ogni tanto si fermavano per rubare qualche uovo da un nido, per strappare qualche radice o raccogliere delle bacche. Qualcosa la mangiavano subito, qualcosa se la portavano dietro.

In effetti, si rese conto Aracne, doveva essere possibile nutrirsi dei frutti del bosco. Quelle donne sembrava lo facessero da sempre. Menadi. Aracne aveva già sentito quel nome. Non ricordava molto, ma lo associava a qualcosa di poco buono. Donne che si offrivano ai viandanti, probabilmente, sempre vogliose, questo le pareva di ricordare, spesso ubriache, sempre a festeggiare Dioniso, giorno e notte. Ma erano solo dicerie.

Ora lei era come loro. Una fuorilegge. Non poteva più giudicarle come avrebbe fatto una cittadina o, magari una spartiata. Decise che voleva fidarsi di loro. Cercare di conoscerle. C’era, però, qualcosa che non la convinceva. Si muovevano a scatti, furtive, guardinghe, animalesche. C’era rimasto poco di umano in loro. Sembravano piuttosto un branco di lupe affamate o creature della notte, streghe. Anche le erbe che raccoglievano la incuriosivano e stupivano al tempo stesso. Alcune le riconosceva ma altre… Cose da fattucchiere, per intrugli e pozioni, pensò. Sarebbe potuta diventare come loro? Lo avrebbe voluto? Le sarebbe piaciuto? Si sentiva confusa. Era una vita raminga, selvaggia e senza regole ciò a cui ambiva? No. Non era questo il suo desiderio. Lei voleva solo vivere. Vivere ed essere libera. Vivere lei e suo figlio.

Giunsero infine in una radura, dove un’altra decina di menadi stava arrostendo qualcosa su degli spiedi.

«Abbiamo ospiti» gridò la vecchia che guidava il gruppetto.

Un coro di voci la salutò caoticamente. Sembrava uno stormo di corvi gracchianti.

Una delle donne che l’aveva accompagnata prese una rozza ciotola assai poco pulita e vi versò un liquido rossastro.

«Bevi» le intimò «sarai assetata.»

Aracne, sebbene perplessa, intimorita dal tono perentorio della sua ospite, raccolse la ciotola e bevve. Una sensazione amara e bruciante le riempì la gola. Fu tentata di sputare ma non lo fece, per non sembrare sgarbata o sciocca, ma chiese: «Che cos’è? Brucia la gola!».

Le donne risero.

«Questa bevanda non la troverai a Sparta! Gli spartiati proibiscono le bevande alcoliche. È succo di bacche fermentate. Al primo sorso può non piacere, ma più ne bevi e più ne desideri.»

«Inebria i sensi» disse un’altra menade.

«E devi provare il vino, figliola!» aggiunse una terza e risero di nuovo tutte assieme.

«Il vino? Cos’è?» chiese Aracne.

«Succo d’uva fermentato, ragazza! Elisir divino, in vero. Nettare degli Dei, forse. La bevanda amata da Dioniso, che noi adoriamo. Il succo sacro. Il sangue della vita!»

Due donne la fecero avvicinare al fuoco, afferrandola con poco garbo per le braccia. Aracne non aveva ancora guardato cosa stessero cucinando, ma quando se ne avvide non riuscì a reprimere un grido.

«Cosa c’è?» chiese una delle donne che giravano gli spiedi «Avete trovato una schizinosetta?»

Su uno degli spiedi si arrostiva un grosso serpente, ma non era quello ad aver sconvolto la ragazza.

«Que… que… quello…» balbettò.

«Quella scimmietta?» è un dono della nostra Clea.

«Ma è…»

«L’ha partorita due settimane fa. Vedrai come ti piacerà la sua carne. Deve essere proprio tenera.»

«U… Un bambino!»

«No! Cosa dici? Una bambina. È la figlia di Clea. Non vedi che gli manca la fava. È da questo che si riconoscono i maschi» la sbeffeggiò. «È brava la nostra Clea, ogni anno riesce a restare incinta e ogni volta ci regala i suoi marmocchi. Ricordo ancora quanto era saporito quello che mangiammo un anno fa. Ti leccherai i baffi.»

«Questa marmocchia era figlia di un irene che si era avventurato per i boschi» spiegò un’altra.

«Fu una goduria anche lui» rise una del gruppetto che la accompagnava.

«Doppia goduria» spiegò sghignazzante un’altra. «Era un amante vigoroso. Come ci dava sotto, eh! Lui sì che ce l’aveva una bella fava tra le cosce turgide. Lo abbiamo tenuto una settimana e ci ha dato tre figli. E la sua carne…» si leccò i baffi «anche la sua carne era saporita.»

«Come ululava mentre gli tagliavamo le braccia per mangiarle!»

«L’abbiamo mangiato un po’ per volta. Prima le braccia. Io stessa ho ricucito le ferite. Sono brava, sai. Eppure, continuava a urlare, a protestare, a lamentarsi. Un vero ingrato. Poi le gambe. Peccato che sia morto poco dopo e così abbiamo dovuto mangiarlo tutto, ma non avevamo più fame, perciò anche i lupi hanno banchettato.»

«Un vero spreco, speravamo fosse più resistente. Se avesse retto qualche giorno, avremmo potuto finire di mangiarlo con comodo…»

«Non ci sono più gli uomini di una volta» rise un’altra.

Aracne sentì che stava per vomitare, ma la paura e l’angoscia erano ancora maggiori. Quelle donne si sarebbero mangiate anche suo figlio, se solo avessero potuto. Forse anche lei stessa. Represse i conati, si guardò intorno per pochi attimi e, scelta la via di fuga più sgombra, scappò correndo. Le donne la guardarono, per nulla meravigliate, scoppiando a ridere tutte assieme, ma senza provare a inseguirla.

Mentre si allontanava tra gli alberi, la giovane continuò a lungo a sentire le loro risate maligne, che le rimbombarono in testa anche quando le sue orecchie non furono più in grado di percepirle.

Racconto tratto da “Il sogno del ragno” (Porto Seguro Editore, 2017), primo volume della saga “Via da Sparta” di Carlo Menzinger di Preussenthal, ambientata in un universo ucronico ancora dominato da Sparta.

WEN – GOLA – La gola di Gian Gastone – Renato Campinoti

Quando, il 9 luglio del 1737, Gian Gastone dei Medici moriva dopo una lunga agonia nel suo letto nella reggia di Palazzo Pitti, erano in molti ad essere convinti che la causa principale di quella morte era stata la sua gola, il suo alcolismo, la sua dissolutezza sessuale. Fu così che molti la pensavano e fu così che a molti fu fatto immaginare l’ultimo dei Medici il quale, non essendo stato in grado di procreare un erede, si assunse anche la gravissima colpa di cedere allo straniero lo scettro del Granducato di Toscana.

Mentre si preparavano i funerali dell’ultimo Granduca e tutti avevano diritto di parola, un solo uomo, quello che probabilmente più di tutti aveva approfittato della sua benevolenza, Giuliano Dami, suo aiutante di camera e “favorito” in tutto, si apprestò a scrivere una memoria sulla vita di Gian Gastone che solo dopo molto tempo, ritrovata, mise in una luce più vera la vicenda di questo Medici.

Quando conobbi Gian Gastone eravamo entrambi molto giovani, io più di lui, avendo dodici anni di meno. Fu amore a prima vista e non ci lasciammo più, anche se, nel periodo più brutto della sua vita, quando fu costretto a seguire quella virago che aveva sposato, nelle campagne di Boemia, non potetti seguirlo, pena le punizioni del padre, quel bigotto incapace di Cosimo III. Povero Gian Gastone: uno che aveva studiato con grandissimo profitto tutta la filosofia, le scienze, la botanica, in cui era insuperabile, le lingue (ne conosceva e parlava ben sei!), costretto a vivere in mezzo ai campi, con una donna che amava solo cavalcare e parlare con i propri cavalli nelle stalle! Darsi al mangiare, diventare alcolista fu il minimo che potesse capitargli. Per non parlare del rapporto con una famiglia in cui la mamma lo aveva abbandonato a pochi anni per tornarsene in Francia, per non rivederlo che una volta, da grande, per una visita che lui stesso volle farle. Un padre, tanto ambizioso quanto incapace, che aveva attenzione solo per il primogenito Ferdinando, che ebbe il solo merito di sposarsi con Violante Beatrice di Baviera, che diverrà grande amica di Gian Gastone, soprattutto quando Ferdinando, roso dalla sifilide, morirà di pazzia pochi anni dopo. Fu allora che Gian Gastone dette il meglio di sé, portandomi a visitare tutte le maggiori corti d’Europa e riscuotendo sempre un gran successo per la cultura e la gentilezza che dimostrò: era lui, ora, l’erede al trono! In quel periodo sospendemmo pure le scorribande notturne nei bordelli, nelle ammucchiate con molti giovinetti, che avremmo ripreso nel periodo del suo regno, dando scandalo ai ben pensanti. Ma posso testimoniare che, con tutte le dissolutezze che ci concedevamo, Gian Gastone non si dimenticò mai, quando finalmente Cosimo III spirò, il suo dovere di regnante. Vidi io con i miei occhi come cacciò da tutte le cariche di governo quei rappresentanti del clero i quali, privi delle ben che minime nozioni, erano stati messi alle più alte cariche per la sola appartenenza agli ordini religiosi protetti dal bigotto padre. Ordini messi al servizio di uno stato ‘monastico’, dedito a spiare i propri sudditi per smascherare chi non professava assiduamente la fede. Di tutto questo Gian Gastone fece pulizia, restituendo dignità al governo di Toscana e permettendo una certa ripresa della sua agricoltura  ed economia. Altrettanta energia ci mise nel respingere i ricorrenti tentativi dell’Arcivescovo di far cancellare le nuove leggi liberali introdotte nel codice granducale. Ancora più netto fu nel respingere la richiesta del Papa Clemente XII di licenziare il ministro Rucellai che si era opposto al tentativo vaticano di razziare i fondi del granducato. A questi assalti ecclesiastici (e per rompere la cappa di oscurantismo ereditata dal padre) Gian Gastone rispose rilanciando il ruolo di magistero laico dell’Università di Pisa, chiamando, tra gli altri Pompeo Neri ad insegnare diritto della natura, così come volle rendere onore a Galileo con solenni rimembranze nella basilica di Santa Croce. Per non parlare delle tante iniziative culturali e il rilancio dell’amore per le arti e le scienze da parte della principessa Violante, sua grande alleata.

Di fatto, con lui fu abolita la pena di morte, mai comminata durante il suo regno e furono perfino ridotte le tasse, di cui ben si accorse il popolo, soprattutto quando quella sul grano fu abbassata di ben quattro paoli.

Questo si accompagnò, come ho detto, con momenti di vero e proprio godimento, con nottate in cui venivano introdotti nella reggia numerosi giovinetti che, compensati con i ‘ruspi’, vennero denominati ‘ruspanti’. Riconosco che questo non era un bello spettacolo, soprattutto quando quei giovinetti si approfittavano, in città, del favore del Granduca e ne combinavano di tutti i colori. Io stesso, lo confesso, mi sono talvolta arrangiato, sottraendo qualche monile di lusso dalle stanze del Palazzo. A me, lo dico anche con gratitudine, Gian Gastone ha sempre perdonato tutto. Ricordo le volte che qualche mercante si faceva vivo in Pitti per vendere qualcuno di quei monili al Granduca: ‘tò, chi si rivede’, esclamava guardandomi bonariamente negli occhi, e pagando il prezzo pattuito per la roba che gli era appartenuta.

Potrei raccontare delle nottate passate a gozzovigliare all’isolotto o alle cascine e a rientrare a Palazzo solo di mattina, per lo scandalo dei molti benpensanti che non riuscivano a perdonare al mio Granduca di averli estromessi dalle più alte cariche di governo. Insomma di scandalo ne davamo in abbondanza. Così come ci concedevamo pranzi e bevute da veri golosi, aggravando, con le molte carni, soprattutto di cacciagione, la tara ereditaria dei Medici, la gotta, che sarà tra le cause che lo porteranno alla morte nel suo sessantaseiesimo anno di vita. E quanti erano coloro che sparlavano del Granduca perché mal sopportava la vita di corte e preferiva ritirarsi in camera a bere del buon vino e a leggere

Retrato oficial de Gian Gastone Medici, por Ferdinand Richter.jpg
Gian Gastone De’ Medici

letture di scienza e di botanica!

Ma può tutto questo, dissolutezze sessuali comprese, oscurare la vera gloria di un uomo che, costretto a sposare la peggiore delle donne per affinità e cultura, non riuscì a procreare, raddrizzando tuttavia una gestione del Granducato che lascerà ai Lorena l’onore di vantarsi di un buongoverno che il mio Gian Gastone aveva ampiamente preparato con cultura e lungimiranza. La gola, quella vera, che lo uccise con l’alcolismo e la gotta contratte già in giovane età, si chiamano Cosimo III e Margherita Luisa d’Orleans, suoi cattivissimi genitori. E un po’ di colpa, inducendolo, per non dire forzandolo, insieme al padre, a quel maledetto matrimonio, ce l’ha pure Anna Maria Luisa. Cui ora toccherà gestire con competenza la difficile eredità che i Medici lasciano con la loro estinzione.

Fu grazie a questa memoria di Giuliano Dami che, alla fine dell’ottocento, alcuni studiosi più avveduti, misero mano ad una più attenta lettura delle gesta del Granduca Gian Gastone, riabilitandone, almeno parzialmente, una memoria che troppo superficialmente era volgarmente considerata come quella di un governante inetto e dissoluto.

di Renato Campinoti

WEN -GOLA – È pronto in tavola – Brunetto Magaldi

Il professor Luigi Vergati, già ordinario di latino e greco, alla soglia dei settanta anni era, sia pur malvolentieri, andato in pensione.

Da cinque anni vedovo, abitava da solo nel vecchio appartamento in affitto dove aveva trascorso cinquantatre anni con la sua amata Rosa, dove aveva cresciuto i suoi tre figli, dove aveva i suoi libri e tanti ricordi.

Cominciava ad avere qualche acciacco e non poteva rimanere solo in quell’appartamento troppo grande per una persona sola.

Il figlio maggiore Carlo, sposato con un figlio, d’accordo con la moglie, decise di ospitarlo presso di sé e gli mise a disposizione una stanza del suo appartamento.

 Il professore che non se la sentiva più di rimanere solo, senza la sua adorata Rosa, che ogni angolo della casa gli ricordava, vi si trasferì.

Carlo gli preparò al meglio la sua stanza, con un letto, una comoda poltrona ed un mobile con funzione di scrittoio e piccola libreria dove sistemò i libri, in gran parte classici greci e latini, che il padre aveva portato con sé.      

Il professore si alzava verso le nove per lasciare il tempo ai suoi anfitrioni di usufruire liberamente dell’unico bagno e, verso le dieci e mezzo, faceva, a piedi, una breve passeggiata non allontanandosi mai molto da casa.

Se il tempo non lo consentiva, si sprofondava nella sua poltrona a leggere (e rileggere) suoi classici.

Amava i classici latini e greci sia nella traduzione italiana, sia in lingua originale anche se, a poco a poco, su alcune parole, su alcuni lemmi o costruzioni la memoria lo stava abbandonando.

Dopo pranzo si concedeva una breve pennichella e poi, durante il periodo scolastico, si metteva a disposizione del suo nipotino per aiutarlo nelle sue incombenze scolastiche.

Dopo cena un po’ di telegiornale ed altri programmi insieme ai famigliari e, verso le undici, si ritirava nella sua stanza.

Quella domenica prima di pranzo stava rileggendo nella dotta traduzione di Andrea Aragosti, il Satyricon di Petronio ed era arrivato alla famosa cena di Trimalcione.

Già il nome del traduttore, Aragosti, gli aveva fatto venire l’acquolina in bocca al ricordo di quando, alla fine di ogni anno scolastico, insieme ai suoi colleghi si recava nella mitica Trattoria “Da Felice” dove la specialità era proprio la Catalana di Aragosta. 

E leggendo delle strane ed oggi improponibili delizie ammannite sulle tavole del rozzo Trimalcione e dei suoi ospiti, così brillantemente descritte da Petronio, si era addormentato.

Sognò, quasi per contrappasso, le delizie ed i manicaretti che in tante occasioni gli aveva preparato la sua Rosa e che lui, da buona forchetta quale era stato, aveva apprezzato e gustato durante la loro lunga unione.          

Spaghetti alla carbonara, bucatini all’amatriciana, trenette al pesto, agnolotti, tortelli, cappelletti, lasagne e poi ancora saltimbocca alla romana, involtini preparati con i più vari e saporiti ingredienti, mozzarella in carrozza, osso buco, coda alla vaccinara, cotechino con le lenticchie ecc. ecc.

“È pronto,… è pronto in tavola.”

Risultato immagini per spaghetti alla carbonara

Al richiamo della nuora si svegliò di soprassalto e, dopo aver riordinato le idee, ancora un po’ confuse dalle visioni oniriche, prese il suo posto a tavola.

E con sua grande e gradita sorpresa, vide che la nuora stava distribuendo sui piatti del marito e del figlio, invitanti spaghetti alla carbonara.

Tese il suo piatto, già pregustandone il sapore, tutte le papille gustative nell’interno della sua bocca allertate, ma la nuora lo fermò:

“A te no papà, le tue analisi, che abbiamo ritirato ieri, dicono che hai il colesterolo troppo alto. Nella carbonara ci sono le uova che non ti farebbero certo bene. Per te ho preparato gli spaghettini all’olio“.

di Brunetto Magaldi

WEN -GOLA – Passeggiata – Laura Gronchi

È bella Livorno in qualsiasi stagione, pure in questa grigia domenica marzolina, dove il sole velato dai cirri, non scalda neanche un pochino.

Passeggio lungo Via Grande con la mia amica Chiara, sbirciando le vetrine che si aprono sotto i portici. Chiacchieriamo tra noi con il morale alle stelle, mentre vaghiamo di negozio in negozio a caccia dell’affare unico e scontatissimo da portare orgogliose a casa come trofeo.

Famiglie con passeggini, ragazzi, bambini, attorno a noi è tutto un brulichio di gente che si gode questo frizzante pomeriggio domenicale.

L’aroma di caffè del bar appena passato, si mescola al profumo di vaniglia della

Risultato immagini per pasticceria

gelateria che lo segue.

Questa qui è nuova! Riconosco tra me. Rallento un attimo per rimirare gli arredi candidi, in  contrasto con le ciotole d’acciaio da cui traboccano coloratissimi impasti. Un piccolo esercito di commessi vola con le palette in mano dietro il bancone, riempiendo coni  e coppette di tutti i tipi: normali, cialde ricoperte di cacao, zucchero o granella di pistacchi.

Ho l’acquolina in bocca e lo stomaco che brontola, mi costringo però ad allontanarmi e a raggiungere l’amica, ferma poco più avanti, scocciata dall’essersi trovata d’un tratto a parlare da sola.  Ci affrettiamo lungo i portici per arrivare in fondo alla strada.

Per nulla al mondo ci perderemmo lo spettacolo.

A quest’ultima affermazione molti storcerebbero il naso: che c’è di bello da vedere? Una rotonda, un canale d’acqua verdastra, racchiuso tra rosse mura decrepite.

Però se si attraversa il ponte che porta alla capitaneria di porto, ecco, da lì si vede il mare, placido e sciabordante contro la banchina, che sotto un cielo ancora luminoso, si appresta ad accogliere il tramonto.

Ci sediamo su dei capitelli di cemento, entrambe con le facce al vento a rimirare lo scendere della sera.

«Sai Claudia, a volte tra tutti questi colori spunta un raggio verde», mormora assorta Chiara.

«Vero. Pare però che sia assai raro vederlo.» Aguzzo lo sguardo sull’orizzonte, sul disco del sole morente, e come ogni volta che torniamo sull’argomento non succede niente, nessun raggio verde.

Adesso è tramontato.

Intorno l’aria sembra farsi d’improvviso più fresca, i colori sfumano sul rosa e noi ci rialziamo, infreddolite.

In fondo al ponte c’è l’ambulante che vende pesce fritto; una lunga coda è ferma in attesa, mentre attorno si è radunata una piccola folla che consuma in silenzio il proprio cartoccio giallo, colmo di gamberetti e totani croccanti.

Ho di nuovo l’acquolina in bocca e lo stomaco che barbuglia, stoicamente però tiro dritto.

Sulla via del ritorno siamo più taciturne, il pomeriggio è volato via in un soffio, il pensiero va già al lunedì e al lavoro.

Giunte alle rispettive macchine ci salutiamo, ripromettendoci di sentirci durante la settimana.

Metto in moto, e un malinconico rimpianto mi pervade, per tutti i piccoli peccati di gola cui ho resistito e dei quali ho ancora il desiderio intatto.

Laura Gronchi

WEN – GOLA – Master Chef iraniano – Manna Parsì

Un pomeriggio Sima torna a casa con le buste della spesa piene di roba da mangiare. Reza, il marito, le dà un’occhiata sospettosa e sente tremare la gamba sinistra; è il tic nervoso che gli viene ogni volta che la moglie combina una delle sue. Sima appoggia le buste sul tavolo di cucina e guarda Reza che rimane impassibile.  

“Indovina! Ho deciso di partecipare a Master Chef del mese prossimo con il mio piatto preferito, Sabzi polo mahi, trota fresca con riso alle erbette”, dice entusiasta e impaziente di notare una reazione da parte del marito. Reza salta dal divano con gli occhi fuori dalle orbite. “Da quando hai imparato a cucinare?” le chiede sorpreso. “Da quando per colpa di questa pandemia mi sento depressa. Voglio dare un tocco di colore a questi giorni monotoni. Lo psichiatra mi ha suggerito di imparare a cucinare”. Reza sprofonda nel divano senza replicare. Da quel momento in poi il cellulare di Sima diventa bollente e non solo. Anche dai suoi social piovono consigli di amici e followers su come preparare meglio la trota. E se non bastasse la mamma e le sorelle mettono le tende per quindici giorni a casa loro per sostegno morale. Arriva anche la zia anziana Banoo, con il suo canino dispettoso Shushu che fa la pipì dappertutto.  

I giorni prima della gara Sima decide di non uscire per non contrarre il virus. Tocca a Reza fare la fila per i supermercati e trovare gli ingredienti, ma a causa della pandemia molti alimenti, compreso il pesce fresco, non arrivano regolarmente come prima a Teheran. Così Reza fa un viaggio di trecento chilometri al nord per arrivare a Rasht, cittadina vicino al mar Caspio, per comprare la trota fresca. Nel frattempo Sima fa le prove in presenza della mamma, ottima cuoca, delle sorelle, cuoche mediocri come lei, e della zia Banoo, assaggiatrice ufficiale famosa per il suo palato fino.

Il giorno della registrazione del programma, Sima molto agitata e il marito molto contrariato arrivano con un discreto anticipo per presentare la ricetta agli addetti.

 Nella Repubblica Islamica le donne devono presentarsi in pubblico con il maqnaeh, una sorta di velo che copre dalla testa fino sotto i seni, e un mantello che copre tutte le curve del corpo, preferibilmente di colore nero. Ovviamente partecipare a un programma sulle reti nazionali richiede l’uso di questo abbigliamento.

Sima, che fino a quel giorno aveva fatto le prove a casa liberamente, deve fare i conti con il maqnaeh e il mantello, che ostacolano l’agilità nei movimenti tra i fornelli. “Accidenti, questo non ci voleva”, mormora. Tutto è pronto e il

presentatore chiama Sima nello studio. La donna, già innervosita, presenta la sua ricetta rivisitata e alza le maniche del mantello per muoversi più liberamente. Dalla regia arriva subito il richiamo del comitato della moralità alla concorrente per coprire le braccia scoperte. Mentre i concorrenti maschi saltellano a destra e a sinistra veloci, Sima e l’altra concorrente si fermano ogni tanto per aggiustare il maqnaeh, perché appena si allenta ed esce un ciocco di capelli il comitato le ammonisce.   

Sima è fuori di sé, suda così tanto che non ci vede più e la trota scivola dalle mani e finisce sotto il tavolo. Arrivano fischi, risate e insulti da parte della giuria e del pubblico. Sima scombussolata si abbassa per recuperare il pesce ma un angolo del maqnaeh finisce tra le fiamme dei fornelli e prende fuoco. Lo studio va nel panico, Sima sviene per la paura e Reza corre per aiutare la moglie. Chiamano l’ambulanza e la portano in ospedale.

Quando si riprende vede il marito imbronciato che le sta ventilando. “La prossima volta porterò il pesce già pulito” dice Sima sconsolata. Reza sospira e sente tremare la gamba sinistra.

di Manna Parsì

WEN – GOLA – Ciacco preso per la gola – Caterina Perrone

Resistere alla gola? Non ci provo nemmeno.

Mi carezzo il ventre gonfio e soddisfatto, o vuoto che reclama di essere placato. Fui empio, mai codardo di fronte a un fiero pasto.

Sono schiavo del mangiare e del bere, non penso ad altro, dal mattino quando mi levo alla notte quando mi corico. E quando dormo sogno mense imbandite per la festa e sento profumi che esalano da piatti fumanti, da schiacciate appena tratte dal forno, da paioli che sobbollono lenti al focolare, da cosci gocciolanti di grasso che girano, infilzati negli spiedi, su fumi di ginepro: una sublime macchina del tempo che scandisce le ore di cena e desinare. 

Feci una volta un sogno straordinario, che mi rimembrò il futuro. Immerso in un fango vellutato, che tutto mi avvolgeva, e un profumo si alzava da quella melma che rende beato l’olfatto. Intorno uomini dipinti, adorni di piume, popolo sconosciuto a me, che in una lingua strana, che pure io comprendevo, dicevano che quello era cibo degli dei. E posso ben dirlo che era sì soave come altro io non aveva mai gustato prima.

Chi sfama la mia fame vorace e voluttuosa? Mi attardo qui per il popolo di San Piero e di certo qualcuno mi chiamerà. Oggi sarà forse Vieri dei Cerchi, domani sarà Corso Donati, o ancora Folco Portinari, o forse Cecco Guidi. Mai rifiuto un invito, siano essi magnati, mercanti, artigiani, popolo grasso, purché l’avarizia non intristisca la tavola, purché non si osservino digiuni e astinenze a favore di preci e discorsi di filosofia. Dagli Alighieri me ne guardo di andare: detesto zuppe dove galleggiano cavoli e tozzi di pane raffermo, pietanze di magro, vini annacquati.

Frequento gente che compete con me nella cupidigia ma sempre ne esco vincitore.

Ricordo quella volta che i beccai avevan cotto tre cinghiali e apparecchiato in Santa Croce. Ognuno menava da casa la sedia, la ciotola e il boccale. Per tanti che eravamo la tavola empiva l’intera piazza. C’era così tanto clamore di gente per le ovazioni ai cuochi, per i berci degli ubriachi che vennero le guardie. A niente valsero le ruzze, le risa di ubriachi, l’invito ad essere essi stessi della brigata. Non ci fu verso: tra mugugni, improperi e sberleffi si dovette sbaraccare e in più una multa salata per aver occupato il suolo comunale. E allora ognuno arraffava, metteva nella tasche e nei tascapani o altri che non erano invitati subito si avventavano sui pezzi rimasti. Si sfamarono infine cani e sorci.

Si dirà che non faccio caso alla parte politica del desco che mi accoglie.

No, io sono fedele solo ai miei principi di servitù alla gola.

Il sesso? Troppa fatica, troppa incertezza, troppe richieste di fedeltà, troppo giudizio. E poi… se necessario non disdegno.

Confesso che spesso mi affaccio alle sale senza esser invitato, quando il tocco della campana chiama alla tavola. Non sono disdegnato mai. Sono di buona lingua, salace, senza eccessi, non mi avventuro in discorsi scivolosi, non prendo parte alle fazioni avverse, piuttosto porto sollievo al morale degli astanti. Il più del tempo la mia lingua è impegnata a soddisfare il ventre e il palato.

E poi… be’ sì, poi io sono per tutto, e tutto vedo e sento, goloso di segreti, di ogni trama che sobbolle in questa città. Sento odore di inganni. Chi meglio di me? Riconosco il sapore della vendetta? Chi più raffinato di me? E a chi è miglior ospite so imbandire pensieri riservati, dire e riferire, senza maldicenze: una questione di gusto e del gusto io sono maestro in ogni campo.

di Caterina Perrone

WEN – GOLA – Guardia e ladri – Milena Beltrandi

«Attento potrebbe essere un tranello, hai visto il fratello Job “Il Goloso” che brutta fine? Nemmeno suo padre Job “il Forte” è riuscito ad aiutarlo!»

«Sì, sì lo so, sto attento, ma ricordati che il mio soprannome è “il Furbo” sai bene perché!»

«Furbo, furbetto, sta attento che il vero pericolo è quello che dorme nella grande stanza, quello è astuto, hai visto come ha organizzato qui dentro? Secondo me sta escogitando qualcosa di nuovo, di mai visto, qualcosa che ci porterà alla distruzione, ti confesso che ho paura, mi piacerebbe trovare un altro posto, magari più all’aperto, lontano da qui!»

«Ah le femmine, sempre a valutare controllare, sospettare! Non vedo niente di pericoloso in quello là! Sta dormendo tranquillo adesso, ma io l’ho visto ieri fare un balzo di spavento quando ha sorpreso sorella Lea “la Bella” attraversare di corsa il cortile. È troppo prevedibile, non ha niente di speciale».

«Dai ti prego, torniamo a casa, ho sonno voglio rintanarmi al calduccio è tutto il giorno che giro, se proprio insisti potremmo tornare domani. Se mi prometti di agire con cautela, ti seguirò! Ma ora andiamo»

Risultato immagini per crema al formaggio

«Sì andiamo! Domani a mente fresca, sarà tutto più facile».

«Ehi che fate? Come sarebbe tornate indietro e questo profumino da dove viene? Deve essere qualcosa di veramente gustoso, non ho molta fame ma questa prelibatezza non me la voglio perdere»

«Aspetta cugino Vic “il Tosto”, potrebbe essere una trappola, sai quanto lui ci odi, l’ha dimostrato spesso, dobbiamo tenerlo bene a mente»

«Ah, sei una fifona, peggio per te! Mangerò tutto, non vi lascerò niente!»

«Lascialo perdere Carina, torniamo a casa non avevi sonno?»

«Sì, sì hai ragione, torniamo a casa, che faccia quello che vuole, noi l’abbiamo avvertito!»

«Ehi hai sentito? Cosa sarà stato? Mi è sembrato un rumore metallico.»

«Oddio, il cugino deve aver ceduto alla fragranza della pasta con la crema che volevamo mangiare e che…»

«Ma no, tranquilla, è vero che è tosto, ma anche lui è al corrente dei pericoli, sarà caduto qualcosa, vuoi che andiamo a vedere?»

«Mi farebbe piacere, starei più tranquilla, andiamo ma senza farci vedere non vorrei che Tosto ci prendesse in giro. Secondo te oltre che tosto è anche goloso?»

«Oh che orrore! Non guardare Carina, avevi ragione era una trappola! Tosto ha ceduto alla gola. Il profumo della crema gli ha fatto dimenticare gli insegnamenti dei vecchi. Avevi ragione di dubitare!»

«Povero Vic il Tosto, ci ha rimesso la testa per un assaggio di crema al formaggio».

Milena Beltrandi

WEN – GOLA – Cioccolismo – Luigi De Rosa

Cioccolismo/ Ecco come la cioccolata può diventare una droga -  Affaritaliani.it

Fonte Amara era un piccolo paese abitato prevalentemente da anziani ultra ottantenni. Un quadro normale nell’Italia degli ultimi tempi. Si trattava di anziani conservatori ma non troppo, abitudinari ma ancora attaccati alla vita. O almeno questo era quello che vedeva Don Domenico, unico prete e quindi guida spirituale del piccolo comune. Se c’era una cosa che piaceva al prelato dell’essere il funzionario religioso in un paese così piccolo da non essere nemmeno segnato su molte carte geografiche, era la sopravvivenza di uno spirito cristiano tradizionale che bandiva qualsiasi novità ritenuta dannosa al più conservatore dei cristiani: divorzio, aborto, unioni civili erano argomenti che non erano mai avvertiti dalla popolazione. Un bastione della cristianità, secondo Don Domenico.
Tutto era assolutamente normale, statico, immobile e cristallizzato, e lui teneva tutti uniti con le sue messe e offrendo la sua chiesa per eventi cittadini dove quegli arzilli anziani potevano sfogare la loro voglia di vivere.
Un quadro idilliaco che iniziò ad incrinarsi quando nel piccolo paesino giunse Artemisia Demetri.
Questa ragazza, che non aveva nemmeno compiuto 30 anni, era giunta in una notte autunnale grigia e scura che contrastava con la pelle chiara e gli occhi verdi della giovane, che aveva preso possesso di un negozio di alimentari appartenuto al vecchio Girolamo, negoziante venuto recentemente a mancare per la vecchiaia.
Don Domenico inizialmente era rimasto molto contento dell’arrivo della giovane, in quanto un paese come Fonte Amara, pieno solo di anziani, ricordava per certi versi una casa di riposo, cosa che poteva colpire nell’animo quei poveri abitanti snobbati dai figli e nipoti che preferivano luoghi più abitati e quindi più vivi. Una giovane e carina negoziante avrebbe potuto portare un pò di brio in un luogo così isolato.

Risultato immagini per cioccolateria


Ma il negozio di alimentari era stato trasformato in una cioccolateria, cosa che il prete considerava inopportuna per un luogo abitato da anziani che dovevano tenere sotto controllo la loro salute, ma la ragazza aveva urtato la sensibilità del prelato dando al suo luogo di lavoro il nome di “Peccati di Gola”, come se volesse sottolineare il senso del proibito e della novità sovversiva. Il fatto che poi la ragazza non si presentasse mai a messa rese l’antipatia dell’ecclesiastico ancor più marcata.
Poi erano iniziati i decessi.
Essendo abitato da over 80, non era un’eventualità rara che a Fonte Amara si verificassero decessi, anche molto vicini fra loro. Ma il numero di morti che ci fu dopo l’arrivo della cioccolatiera spinse Don Domenico a rivolgersi alla polizia. Non aveva altra scelta, perché non poteva essere una coincidenza. Quella donna avvelenava gli abitanti della sua parrocchia e doveva fermarla. Ma i poliziotti non gli diedero retta. Fecero dei controlli, ma scoprirono che ogni anziano deceduto era morto di overdose.
<Overdose?? Cioè lei mi sta dicendo che i miei parrocchiani, che conosco meglio persino dei loro stessi figli, si drogavano e sono morti per questo??>
Le urla del prelato erano così alte che tutta la Caserma in pochi secondi fu a conoscenza della conversazione.
<Le autopsie non mentono, padre> disse il poliziotto.
<Allora quella ragazza di cui vi ho parlato vende droga, non cioccolato. Voglio sporgere ufficialmente denuncia contro Artemisia Demetri!>
Ma il poliziotto scosse la testa. <Quando lei ci ha espresso i suoi timori abbiamo svolto delle indagini, ma la cioccolateria della signorina Demetri è più pulita del cielo in estate>
<Ma quella ragazza deve per forza c’entrare qualcosa. Non c’erano mai stati così tanti morti prima d’ora e come potrebbero procurarsi un’overdose?>
Il poliziotto non sembrava però avere una risposta e quindi il prete si congedò e decise di indagare per conto suo. Sentendosi ispirato da Padre Brown e Don Matteo, serie televisive che seguiva con grande piacere, iniziò a cercare il legame tra cioccolato e i decessi di Fonte Amara. Ma prima che investigatore era cristiano, e doveva cercare di portare la Luce di Dio in quell’antro del diavolo chiamato “Peccati di Gola”.
Quando vi arrivò a bordo della sua bicicletta, nel tempo che impiegò ad appoggiarla al muro uscirono sette dei suoi parrocchiani, pieni di bustine ricolmi di leccornie dolci. Quando lo videro una di loro, Grazia Concini, le sorrise: <Buon pomeriggio Padre. Anche lei da Artemisia? Non mi aspettavo di vederla>
Don Domenico guardò il sacchetto pieno di orsacchiotti e chiavi inglesi di cioccolato che la parrocchiana teneva tra le mani ingioiellate e sottovoce le parlò. <Non mangiare quella roba Grazia. Molti dei clienti di questa cioccolateria sono mancati. Ho appena parlato con la Polizia e sembra che i nostri concittadini siano mancati in circostanze misteriose. Per il tuo bene butta via quei dolci>
Ma l’anziana signora guardò il prete come se fosse sbucato da una buca del terreno. <Ma cosa dice padre? Vengo qui da settimane ormai e questo posto è meglio di un Centro Benessere. Fa sentire vivi me e mio marito come mai lo siamo stati> e come per confermare quello che diceva scartò una delle bustine del negozio e addentò un orsacchiotto decapitandolo con un morso. Poi se ne andò con la sua comitiva. Don Domenico la guardò andare via e da come anche gli altri parrocchiani si giravano per guardarlo capì che Grazia Concini aveva spifferato la loro breve conversazione condannandolo alla derisione. L’arrivo della cioccolatiera aveva minato anche la sua autorità, e anche di questo la ragazza avrebbe dovuto rispondere.
Quando entrò all’interno di “Peccati di Gola” un’intenso aroma di cioccolato lo avvolse da capo a piedi, e inspirandolo profondamente Don Domenico si sentì ricaricato come una batteria, e vivo come mai era stato. Proprio come aveva detto Grazia. Quasi euforico.
Leggermente stordito da questo stato, fece qualche passo e si ritrovò davanti alla ragazza che tanto aveva portato scompiglio in quel luogo. Artemisia Demetri guardò il suo nuovo cliente facendogli un sorriso che ne metteva in luce tutta la bellezza possibile.
<Buon pomeriggio Don! Sapevo che prima o poi il profumo del cioccolato avrebbe attirato anche lei qui. Immagino che anche uomini santi come lei abbiano bisogno di compiere qualche peccatuccio. Altrimenti mi immagino che noia alle Confessioni!>
Don Domenico arrossì violentemente e aprì la bocca per ribattere, ma non appena lo fece la ragazza infilò un cioccolatino tra i denti del religioso. <Assaggi questo e mi dica come le sembra. Dato che è un uomo di Dio mi aspetto che dica la verità e non falsa testimonianza>
A questo ennesimo riferimento sacrilego ai doveri di un buon cristiano il prete reagì. Sputò il cioccolato e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo. <Basta! Lurida strega non so quale sia il tuo obiettivo ma sappi che hai sulla coscienza decine di povere anime. Da quando sei arrivata i tuoi dolci stanno mietendo più vittime delle Piaghe d’Egitto! Voglio che tu adesso ti confessi, se non per la giustizia almeno per la salvezza della tua anima!>
La ragazza fissò il prete e abbassò lo sguardo, ma in lei il prete non vide colpa o pentimento. Ma solo imbarazzo. Come poteva essere imbarazzata quando invece avrebbe dovuto strapparsi i capelli dalla sofferenza di aver inflitto la morte a così tante brave persone?
<Che hai da dire a tua discolpa figliola?>
Artemisia addentò un pezzo di cioccolato di Modica, come allungare i tempi ed evitare di dare una risposta immediata al suo interlocutore religioso. 
<Non è stata colpa mia. Non credevo che avrebbe avuto così tanto effetto su quelle persone>
Effetto! Don Domenico dentrò di sè ululò per il successo. Ci aveva visto giusto. Quella ragazza aveva messo una specie di droga nel cioccolato per creare dipendenza ed aumentare le vendite.
<Che cosa hai usato? Sono stato alla Polizia e mi hanno detto che non hanno riconosciuto nessuna sostanza. E’ un nuovo tipo di droga ancora sconosciuta? Hai usato questi poveri vecchi per un esperimento sul campo?>
A quel punto Artemisia alzò la testa, e questa volta il suo sguardo era pieno di rabbia. <Ma chi crede che io sia? Una trafficante di droga? Io sono una cioccolatiera! E l’unica droga che io abbia mai spacciato è il cioccolato!!>
<Allora come spieghi tutte queste morti? E prima hai parlato di effetto. Di cosa stavi parlando?>
<Della sensazione di cui lei si è sentito avvolgere quando è entrato qui dentro. Mangiare cioccolato provoca il rilascio di endorfine, che provocano uno stato di rilassamento in taluni casi così intenso da ricordare gli effetti di una droga leggera, che può piacere a tal punto da volerla continuamente ricreare mangiando altro cioccolato. E’ una dipendenza poco conosciuta, chiamata cioccolismo>
Don Domenico rimase sbalordito da quelle parole. <Mi stai dicendo che tutti i miei parrocchiani stanno morendo per overdose di cioccolata?!>
Artemisia abbassò di nuovo lo sguardo. <Credo di sì>
Il prete lanciò un duro sguardo alla giovane, che però non poteva vederlo perché ancora intenta a tenere lo sguardo sull’ovetto, e poi uscì. Doveva organizzare un piano: la domenica successiva avrebbe lanciato un duro monito a tutti i parrocchiani avvertendoli di non avvicinarsi più alla cioccolateria. Ingozzarsi di dolci era un vero e proprio atto di Gola, e lui avrebbe fatto leva proprio per questo per impedire che la ragazza potesse ancora gestire la sua attività. Ma una volta uscito si rese conto che buona parte dei suoi anziani fedeli era proprio fuori dalla cioccolateria, e in tutti loro egli lesse la bramosia di mettere le mani su altri dolcetti. “Ma perché aspettare domenica? Tanto vale farlo adesso”.
Si piazzò davanti all’entrata e iniziò a parlare, con voce molto alta, sia per farsi ascoltare dai più lontani sia dai più vicini ch iniziavano a soffrire di sordità per via della loro età.
<Cari fratelli e sorelle! Proprio qualche minuto Dio mi ha permesso di scoprire una verità orrenda! Molti dei nostri amici e concittadini sono venuti a mancare in queste settimane, ed io ho pregato Iddio perché mi guidasse nella scoperta del motivo per cui dopo averli lasciati con noi così a lungo, abbia deciso di prenderli con sé nel Regno dei Cieli così di colpo. E ho scoperto che la ragione è davanti a voi, proprio alle mie spalle. “Peccati di Gola”, questo luogo che fa del peccato un nome ed un vanto, ha condotto i nostri cari amici avvelenandoli con le sue ignobili prelibatezze. Li ha condotti alla follia, così inebriati dal dolce aroma del cioccolato>
Artemisia era uscita a sentire a quelle parole ed era scandalizzata da quello che il prete stava urlando, ma non disse o fece niente per fermarlo temendo le reazioni degli anziani suoi clienti, i quali ascoltavano le parole del parroco con sorpresa e ogni tanto si scambiavano sguardi preoccupati.
<Per la vostra salvezza fratelli e sorelle, vi imploro di abbandonare questo luogo di peccato e di scacciare questa strega che ha portato la Morte tra di noi>
Un vecchietto, che Don Domenico riconobbe come Reginaldo, classe 1937, si avvicinò con la sua solita andatura lenta e disse guardando fissa la ragazza. <Vuol dire che chiude in anticipo oggi o è ancora aperto?>
Don Domenico non sapeva se essere costernato per il fatto che Reginaldo non avesse ascoltato le sue parole o per il fatto che lo aveva ignorato per rivolgersi alla cioccolatiera. <Reginaldo ma mi hai sentito? Questa ragazza ha confessato di essere responsabile della morte dei tuoi vicini, persone che conoscevi da tutta la vita>
Reginaldo si voltò a guardare il parroco con uno sguardo carico di pietà. <Padre, quando ero bambino i tedeschi sono arrivati, hanno occupato tutto il paesino, ci hanno portato via i maiali e mio padre rischiando la vita rubava da loro del cibo per me e mia madre. Ogni giorno per quasi tre anni abbiamo avuto paura che lo scoprissero e ci uccidessero. Mi sono sposato, ho avuto sei figli, oggi ho quattordici nipoti eppure mi sento molto solo perché i miei familiari non vengono mai a trovarmi, neanche dopo che sono rimasto vedovo. Poi un giorno arriva questa bella ragazza che non fa altro che sorriderci e dirci che la nostra vita può ancora essere dolce. Vengo qui ogni giorno perché ogni volta che mi prendo un assaggio di un suo cioccolatino mi sento tornare ai tempi della guerra quando gli americani, dopo aver cacciato i tedeschi, mi offrirono una delle loro tavolette di cioccolata. Io ero figlio di due poveri contadini e non l’avevo mai mangiata la cioccolata. E’ stato come venire al mondo di nuovo. Immagini Padre, di provare quella sensazione ogni giorno. E se sarà questo che mi farà riunire alla mia compianta moglie, sarà un modo dolce per andarsene>
Detto questo si avvicinò ulteriormente e rivolgendosi di nuovo ad Artemisia chiese di nuovo. <E’ ancora aperto?> e alla risposta positiva della ragazza entrò. Tutti lo seguirono come se avessero paura che Reginaldo potesse prendersi tutte le leccornie del negozio. Finché alla fine non rimasero che loro due, Don Domenico e Artemisia Demetri. C’era grande imbarazzo, al punto che si sarebbe potuto tagliare col coltello. Fu lei a rompere quell’insopportabile silenzio. <Vuole entrare anche lei? Prima che arrivasse avevo messo su una cioccolata che non sono riuscito ad offrirle. Ne vuole un pò? Non abbia paura della dannazione eterna: Papa Pio V nel XVI sec. ne pemetteva l’assunzione anche durante il digiuno>
Don Domenico rimase impalato per l’imbarazzo. L’aveva accusata di stregoneria e di omicidio, eppure quella ragazza ora le offriva una cioccolata come se nulla fosse. Poi si arrese, e ricordando come si era sentito bene quando aveva respirato il profumo dei “Peccati di Gola”, disse con tono rilassato.
<Volentieri. E non si preoccupi della dannazione eterna. Ha ragione lei. Anch’io dopotutto devo dire qualcosa durante la Confessione>

Luigi De Rosa

WEN – GOLA – Appeso a un filo – Serena Taccagni

La prima volta mi hanno chiamato foca all’uscita della scuola. Lo ricordo bene. Foca e poi quel verso con le mani, prima uno, poi due, poi tutta la 3^ D. Da quel giorno ne sono passati di soprannomi, nomignoli, più o meno fantasiosi. Da chi ti diceva, come fai a vestirti, a camminare, ippopotamo, al classico e poco fantasioso, palla di lardo. Allora io li ho segnati tutti sul mio quaderno verde, quello con la copertina sporca di unto. Ci scrivevo la data e l’ora, con un ordine maniacale e la grafia elegante. Sono passato attraverso anni di sguardi compassionevoli, cattivi, persino i ragazzi obesi alle volte mi offendevano, e io che non riuscivo a capire perché, perché uno come te, dovrebbe avercela con te per le stesse cose tue, non lo so, ma io ridevo, ridevo sempre. Sono sempre stato allegro. Quel corpo largo mi è sempre piaciuto, l’ho sempre trovato

Risultato immagini per bambino obeso

comodo. Anche a mia nonna piaceva, mi preparava tante cose buone e ogni volta che andavo via da lei, mi prendeva le guance e le tirava qua e là, il mio Topo, lei mi chiamava così, Topino mio fratello, Minnie mia sorella e io Topo. Adoravo l’odore di mia nonna, l’odore della sua casa e l’odore del suo cibo, che era ovunque. Felice facevo i compiti, andavo a scuola, felice quando mi prendevano in giro, le botte nemmeno le sentivo, rimbalzavano nella mia ciccia e se cadevo, raramente, spostarmi richiedeva troppa fatica, non sentivo nulla, come se atterrassi su dieci cuscini. E ridevo più forte, mi divertivo un sacco, l’unico modo che avevo per giocare a palla con gli altri, era essere la palla, uno spasso. Solo Azzurra non mi guardava, né bene né male, lei proprio non mi vedeva nemmeno, mai un sorriso, mai una parola. Di lei non avevo segnato neanche un’offesa, ero dispiaciuto. Da quel giorno che l’ho vista baciarsi con quel ragazzo magro, alto, magrissimo, non ho riso più. Non mi divertivo più, basta foca, basta palla di lardo, basta segnar parole. Basta vivere. Così sono corso fuori in giardino, ho legato la corda salda, saldissima, al grande albero sempreverde, sarebbe stato un attimo, col mio peso non avrei resistito a lungo. Ero lì, appeso, bastava togliere lo sgabello e zac, più niente, sarei stato io, a mia volta, cibo per vermi voraci. Poi ho sentito la corda troppo stretta alla gola e in bilico sullo sgabello, un improvviso odore di zucchero, di carne, di succose leccornie. Ho sentito odore di mia nonna, ho pensato ai suoi pizzicotti sulle guance felici e ho iniziato a ridere forte che mi ballava tutta la pancia. Ciao Azzurra, buona vita a te. Adesso devo andare, nonna mi aspetta per pranzo.

di Serena Taccagni

WEN – GOLA – Una lunga abbuffata – Silvia Taccagni

 Gianna si voltò a guardare suo figlio. Paolo era lì sul divano,davanti alla tv e, come al solito si stava abbuffando.

Fin da piccolo l’assimilare era stata la sua principale priorità. In precedenza Gianna di questo se ne era fatta un cruccio. Tutti gli altri bambini non vedevano l’ora di giocare, mentre suo figlio passava tutto il suo tempo a cercare di placare la propria fame. Molte volte le era capitato di vederlo imbambolato di fronte alla tv, che con l’acquolina in bocca, guardava voglioso qualche pubblicità. In quei momenti le appariva chiaro che tutto ciò che Paolo desiderava era arrivare a sentirsi sazio. Tutta questa situazione l’aveva sempre preoccupata e non poco. Poi si era resa conto che quando Paolo si abbuffava era rilassato, sereno e felice e così si era un po’ tranquillizzata, anche se le capitava ancora di non dormirci la notte.

Direttiva dell'Oms: bimbi fino a due anni mai davanti al computer o alla  televisione - La Stampa

Comunque oggi lui stava esagerando; erano ore e ore che era lì seduto ad abbuffarsi. Non poteva essere ancora affamato. Decisamente confusa gli si avvicinò, determinata a documentarsi su ciò del quale suo figlio stava facendo il pieno. Gli si sedette accanto; lui la guardò per un attimo e le sorrise. Poi proseguì in quello che stava facendo. Gianna prese ciò che era lì appoggiato sul divano e iniziò a leggere per capirne il contenuto. Rimase esterrefatta. Era tutta roba di qualità; non c’era niente di dozzinale. Ora tutto le era più chiaro; quella di suo figlio non era fame, ma gola. Paolo non si accontentava di una cosa qualsiasi che lo rendesse sazio; lui voleva il meglio del meglio. E a dirla tutta ne approfittò anche lei e ne fece una scorpacciata. In quel momento Gianna ebbe la consapevolezza che quella di Paolo sarebbe stata un’abbuffata lunga una vita, perchè lui era nato goloso e lo sarebbe stato ancora per molto tempo. Guardò suo figlio che, con gli occhi che gli brillavano per la soddisfazione, continuava a leggere, abbuffandosi così di tutto quel sapere. Adesso Gianna era finalmente tranquilla, anzi a dir poco orgogliosa.

di Silvia Taccagni

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