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26° WEN – 2 e 3 LUGLIO 2022: IL NUOVO TEMA PER IL WEEK-END DEL NARRATORE È “FOLLIA”

L’iniziativa WEN (il Week-End del Narratore) lanciata dal GSF sul proprio Blog, continua  dopo la numerosissima partecipazione ai precedenti temi “Covid-19”, “Quanti siamo”, “Là fuori”, “Acqua”, “Fuoco”, “Terra”, “Aria”, “Ira”, “Avarizia”, “Invidia”, “Superbia”, “Gola”, “Accidia”, “Lussuria”, “Figli”, “Genitori”, “Fratelli”, “Antenati”, “Parenti”, “Coniugi”, “Sogno”, “Incubo”, “Visione”, “Ossessione” e “Schizofrenia”.

Si conclude ora il ciclo di temi dedicato alla “Mente”, con argomenti come:

  • Sogno,
  • Incubo,
  • Visione,
  • Ossessione,
  • Schizofrenia e
  • Follia.

Per questo WEN attendiamo contributi che parlino di:

FOLLIA”.

E dopo questo ciclo? Riprenderemo a Settembre per parlare di Ambiente. I temi potrebbero essere “Inquinamento”, “Surriscaldamento”, “Desertificazione”, “Carestia”, “Siccità”, “Biodiversità”, “Sostenibilità”, “Riciclo”, “Salute”, “Equilibrio ecologico”.

Cominciate a preparare il materiale!

Le regole sono sempre le stesse:

  • RACCONTI E POESIE DI MAX 3.500 BATTUTE SPAZI INCLUSI
    (con una certa tolleranza, accettiamo sempre testi anche attorno ai 4.000 caratteri o anche più lunghi, spazi inclusi, ma questo vuole anche essere un esercizio per sforzarci a essere sintetici e imparare a tagliare il superfluo, pertanto Vi preghiamo di cercare di rispettare questa semplice regola).
  • Potete inviare anche più di un contributo.
  • Possibilmente inviate i vostri lavori in formato word.
  • I testi dovranno pervenire ENTRO IL 24 GIUGNO 2022 all’indirizzo:

blogautori.gsf@gmail.com

Sabato 2 luglio saranno pubblicati i racconti e domenica 3 luglio le poesie.

Questa è una delle numerose iniziative del GSF – Gruppo Scrittori Firenze. Per partecipare al WEN non è necessario essere soci, ma chi volesse iscriversi può farlo qui (l’abbonamento per il 2022 costa € 15,00) e saremo lieti di accoglierlo tra noi. I soci del GSF possono partecipare anche ai nostri progetti di antologia come quello in corso sulle “donne immaginarie”, far parte della giuria del Premio La Città sul Ponte, avere agevolazioni per i nostri corsi di scrittura, aderire ai gruppi di lettura e molto altro.

Anche se non è un’iniziativa del GSF, vi vorrei segnalare anche la possibilità di partecipare a un’antologia di genere fantastico che parla di viaggi spaziali, telepatia e teletrasporto: il Progetto Dal Profondo, che molto ha a che fare con i temi della mente trattati in questo ciclo di WEN.

Assieme a Massimo Acciai Baggiani ho scritto il romanzo “Psicosfera” (Tabula Fati, Maggio 2022).  Lo presenteremo alla Biblioteca Buonarroti (Viale Guidoni 188, Firenze) questo 7 giugno alle ore 17,30 assieme a “Suggestioni fiorentine nella narrativa di Carlo Menzinger” di Chiara Sardelli e a un nuovo progetto di antologia per il quale stiamo cercando autori interessati a partecipare con propri racconti.
Psicosfera” è un romanzo che ci parla di forme di vita alternativa, del potere della mente e della confusione tra realtà e sogno.
Suggestioni fiorentine” ci accompagna attraverso i luoghi iconici e storici di Firenze.
La nuova antologia “Dal profondo”, ancora tutta da realizzare, dovrebbe raccogliere racconti inviati dai lettori di “Psicosfera”, che da tale romanzo si saranno fatti ispirare per creare loro storie che parlino del sogno e del potere della mente e magari di viaggi oltre la superficie della Terra, verso le sue profondità o verso lo spazio esterno.
Mi piacerebbe potertene parlare in quest’occasione.
Ciao, Carlo

www.menzinger.it

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Bando per partecipare a un’antologia del GSF sulle “Donne immaginarie”

Care socie e soci,

eccoci quindi a una nuova avventura, a un nuovo viaggio che potremo affrontare insieme.
Nella prossima antologia faremo parlare delle donne “personaggio”.
“I sei personaggi” di Pirandello erano “in cerca di autore”. Immaginiamo invece, al contrario, personaggi (noi ci occuperemo di quelli femminili) della letteratura, del cinema, delle opere musicali, ormai autonomi dal loro autore, che scalpitano, vivono di vita propria, reclamando libertà di parola. Un po’ come Pinocchio che, appena presa vita attraverso le mani di Geppetto, scappa per andare incontro al mondo.
Molte eroine ci sembra di conoscerle oltre le pagine che le racchiudono, diventano vecchie conoscenze, talvolta care amiche. Sono vive. Possono avere ancora molto da dire.

Alcune possono avere recriminazioni da fare rispetto all’etichetta che gli è stata imposta (Emma Bovary? Turandot? Circe? La strega di Biancaneve? Crudelia Demon?), altre qualcosa da aggiungere a loro discolpa (La monaca di Monza? Calipso?) o chi è stufa di essere il sogno erotico di tutti (Valentina di Crepax?) o, ripensandoci, col senno di poi, si comporterebbe in modo diverso (Butterfly non si toglierebbe la vita per chi non la merita?) o magari qualcuna rifarebbe tutto ciò che ha fatto ed è grata dell’ammirazione ricevuta (la saggia Penelope? Rossella O’Hara? Mary Poppins? La maestrina dalla penna rossa?).

Insomma, un alibi qualunque per far parlare le nostre eroine in prima persona. Infatti dovranno essere monologhi di lunghezza compresa tra i 5.000 e i 20.000 caratteri, di qualunque epoca,  dal mito ai giorni nostri.

Questi sono solo alcuni spunti. La letteratura, le fiabe, la musica, il mito, il cinema, il teatro, la pittura, sono serbatoi infiniti.

Per evitare duplicati, PRIMA D’IMPEGNARSI NELLA SCRITTURA, sarà opportuno comunicare la propria scelta alla mail antologie.gsf@gmail.com. Se quel personaggio è già stato opzionato, occorrerà sceglierne un altro e comunque ci metteremo d’accordo.

Quindi sarà opportuno iniziare a scrivere solo dopo aver ricevuto la mail di conferma di “personaggio libero”. Ciò non comporta comunque garanzia di ammissione finale all’antologia.

L’iniziativa è gratuita e nasce come progetto riservato ai SOCI. Si rivolge quindi a tutti gli iscritti in regola con le quota del GSF per l’anno in corso e a tutti gli AUTORI che vorranno iscriversi prima dell’invio del racconto. La quota annua per l’iscrizione, che consente di partecipare a tutte le iniziative dell’associazione, è di € 15,00 pagabili con bonifico bancario, iscrivendosi on-line con l’apposita scheda di iscrizione. Tutte le informazioni in merito sono disponibili sul sito del GSF alla pagina: http://www.grupposcrittorifirenze.it/chi-siamo/iscriviti.

Dato che vogliamo dare la possibilità di partecipare a tutti, è possibile divulgare l’iniziativa anche ai NON-SOCI, vostri amici e conoscenti, che, dopo mail preliminare, dove dovranno indicare il nome del personaggio prescelto e specificare che non sono soci, potranno inviare il testo. Qualora il testo venga accettato, sarà loro richiesto di effettuare l’iscrizione all’associazione.

L’elaborato dovrà essere di originale produzione dell’AUTORE, secondo quanto espresso nella SCHEDA DI ADESIONE che potete scaricare in fondo a questo post e dovrà presentare le caratteristiche elencate nel presente documento, pena l’esclusione, a insindacabile giudizio del Comitato Editoriale.

Il testo finale dovrà essere inviato, insieme alla scheda di adesione, alla mail antologie.gsf@gmail.come entro il 30 GIUGNO 2022.

Buon lavoro!

Le curatrici

Cristina Gatti e Nicoletta Manetti    

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CARATTERISTICHE DEL TESTO:

Gli elaborati dovranno presentare le seguenti caratteristiche:
– Essere dei monologhi. Ovverosia scritti in prima persona da un personaggio femminile della letteratura, della lirica, della favolistica, del cinema, della pittura, del mito o dei fumetti.
– Avere una lunghezza compresa tra i 5.000 e i 20.000 caratteri, spazi inclusi;
– Essere scritto secondo le Regole Editoriali riportate di seguito.

REGOLE REDAZIONALI
– File in formato DOC o DOCX (il formato PDF non è ammesso);
– Carattere Times New Roman corpo 12;
– Interlinea 1.5;
– Testo giustificato, senza spazi automatici fra i paragrafi e i rientri;
– I dialoghi dovranno essere inseriti tra le caporali: «…»;
– I pensieri dei personaggi e le parole straniere dovranno essere scritte in corsivo
– I titoli tra le virgolette “…” (es. “I promessi sposi”);
– Per le frasi riferite all’interno di un dialogo, utilizzare le virgolette “…” (es. «Mi disse: “Sei la mia eroina preferita”».)
– La punteggiatura deve essere dopo le virgolette o le caporali;
– Rispetto delle regole grammaticali e ortografiche.

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PREMIO LA CITTÀ SUL PONTE: TANTE NOVITÀ PER LA SETTIMA EDIZIONE 2022 – SCADENZA PROROGATA AL 10 LUGLIO 2022

Il “Premio Letterario La Città sul Ponte” organizzato dal GSFGruppo Scrittori di Firenze, sempre più rilevante nel panorama letterario nazionale, con adesioni sempre crescenti, si presenta in questo 2022 ricco di novità.

Da sempre accoglieva nella sezione Romanzi Editi anche il self-publishing, ma da quest’anno gli autori che scelgono l’autopubblicazione avranno una loro sezione dedicata, con apposita giuria: un’occasione in più per dare voce alle pubblicazioni indipendenti.

Si affiancano poi al GSF da quest’anno vari sponsor: le due case editrici con cui il GSF ha recentemente pubblicato le antologie collettive “Accadeva in Firenze Capitale”, “Gente di Dante” e “Le sconfinate” ovvero il Gruppo Editoriale Tabula Fati e Carmignani Editrice. Mentre continua la collaborazione con Il Teatro del Legame, si aggiungono gli sponsor Tipografia la Nuova Calducci e Scrittoriitaliani.net.

Tutte queste collaborazioni consentono di offrire una gamma sempre più ricca e interessante di premi alle opere selezionate e un contatto diretto con degli editori per le opere inedite.

Per far fronte al crescente numero di opere che giungono in valutazione, la giuria è stata ampliata con l’aggiunta di numerosi e autorevoli nuovi giurati, nello spirito di attenta analisi di tutto il materiale pervenuto che da sempre distingue questo Premio.

Infine, per consentire a sempre più numerosi soci del Gruppo Scrittori Firenze di partecipare al Premio, considerando che per le opere inedite i testi giungono ai giurati in forma del tutto anonima, da quest’anno sarà consentito anche ai soci di concorrere in queste sezioni, purché ovviamente non siano loro stessi dei giurati. Restano escluse le sezioni dei romanzi editi da case editrici o in self-publishing.

Si ricorda che l’opera vincitrice della sezione Romanzo Edito, concorre al prestigioso Premio Letterario Toscana.

La scadenza per presentare romanzi, racconti, poesie e monologhi teatrali è stata prorogata di un mese dal 10 giugno al 10 luglio 2022. Ove previsto l’invio elettronico l’indirizzo è ponte.gsf@gmail.com. Per i cartacei occorre scrivere all’indirizzo: Concorso “La Città sul Ponte” /o AICS via Luigi La Vista 1/B, 50133 Firenze.

Vi aspettiamo.

Qui un’intervista di Carlo Menzinger con Vox su Radio Ancora Italia sul Premio e il GSF: https://fb.watch/dQngW7wGJj/

Renato Campinoti legge “Il caso Bramard” di Davide Longo

La risposta del Nord al commissario Montalbano”

Non so, come afferma Alessandro Baricco nella quarta di copertina, se Bramard e Arcadipane siano davvero “la risposta del Nord al commissario Montalbano! Sono l’invenzione del poliziesco piemontardo!”. 

Certamente, a cominciare da questo romanzo, rappresentano per me una bella scoperta, sia come personaggi che come trame e atmosfere. Intanto i personaggi.

Corso Bramard ha già trascorso venti anni della sua vita da quando, giovane e brillante commissario di polizia, fu incaricato di occuparsi di un serial killer che finirà per uccidergli la moglie e la figlioletta. Da allora, abbandonata la polizia e sostenendosi solo con alcune ore di insegnamento scolastico, si ritirerà in una vita fatta di solitudine e scalate notturne sulle sue montagne. 

Ma la lotta al serial killer, che con la firma di Autunnale continuerà a tormentarlo con periodiche lettere, non cesserà neppure per un momento. 

E qui entra in ballo l’altro personaggio, il commissario Arcadipane, già vice di Bramard e che ne ha preso il posto al suo ritiro. 

Bellissimo il rapporto tra i due, apparentemente conflittuale, in realtà di grande stima e collaborazione, che permetterà comunque a Bramard di assumere le informazioni necessarie a proseguire la ricerca della vera identità di Autunnale. Non meno particolare la fisionomia del personaggio di Isa Mancini, particolare e spigolosa agente di polizia che coadiuverà, a modo suo, Corso nelle indagini informali. 

Ci sarebbe da dire di altri due personaggi, l’uno una donna, Elena, di origini dell’est Europa, sposata con un mascalzone che l’abbandona al suo destino, e verso la quale Bramard sembra nutrire un sentimento più intenso dell’amicizia. 

L’altro personaggio da citare è Cesare, il titolare della trattoria dove si reca Corso, anch’egli di poche parole e anche lui colpito dalla morte della moglie e forse anche per questo “intelligente e di cuore, ma non è fatto per le persone”. 

L’altro aspetto rilevante è rappresentato dai paesaggi che si alternano continuamente e che, però, sono sempre lo stesso paesaggio delle Alpi, dei fiumi, delle nebbie, della pioggia della zona piemontese e di Torino.Qui davvero si marca tutta la differenza con le atmosfere solari e con la calura dei romanzi di Montalbano e, al tempo stesso, l’affinità per le analogie vuoi dei paesaggi che dei personaggi che all’interno dei due diversi romanzi si riscontrano. Una specie di copiarsi al contrario, insomma!.

E poi ci sono, nel romanzo di Davide Longo, le tante trame che, insieme a quella principale della caccia tra Bramard e Autunalle, si rincorrono e tengono alto e appassionato il ritmo del romanzo. 

Si va così dall’attesa degli sviluppi del rapporto tra Corso e la bella e scontrosa Elena, alle vicende personali del commissario, alla particolare conclusione che il pur lieve errore di Autunalle induce nella trama della caccia di Bramard verso colui che gli ha stravolto l’esistenza ma non la sua intelligenza investigativa. 

Si giunge così a un esito non scontato della vicenda principale, come accade spesso con gli scrittori di razza, e si corre, come mi è capitato, a cercare il prossimo libro della sa di Bramard e Arcadipane. 

Come consiglio a tutti di fare.

Renato Campinoti

Antonella Cipriani legge: “Odette Toulemonde” di Eric Emmanuel Schmitt

Spesso sento la necessità di leggere un libro di Eric Emmannuel Schmitt per perdermi nella sua prosa dallo stile sempre delicato, leggero e al contempo profondo. Per fortuna è un autore prolifico. Avevo già apprezzato alcune sue precedenti opere: Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Il bambino Noè, Diario di un amore perduto, Oscar e la dama in rosa, La sognatrice di Ostenda,… letture interessanti e meritevoli.

Odette Toulemonde non è un romanzo, ma una raccolta di otto racconti che parla dell’universo femminile. Protagoniste otto donne, diverse nel ruolo ed estrazione sociale, nella bellezza, nel carattere, nel vissuto, nella sensibilità, nell’intelligenza, nella praticità, nella tenacia, nell’ astuzia, nell’ingenuità. 

Curiosa è l’origine della raccolta. Odette Toulemonde, che dà il titolo all’opera, in realtà è un testo nato dapprima come film, successivamente è divenuto racconto; le altre storie invece sono state scritte in segreto, come dice Schmitt stesso nella postfazione, in quanto il regista gli aveva vietato di scrivere durante il periodo delle riprese; divieto non rispettato, perché lo scrittore di nascosto al mattino presto, nelle pause e la sera prima di addormentarsi, si dilettava nella composizione di queste storie, una più interessante dell’altra.

Ecco allora nascere una carrellata di personaggi indimenticabili.

Wanda Winnipeg, una donna che con astuzia e scaltrezza, riesce a scalare rapidamente ogni gradino sociale fino a rivestire cariche e ruoli importanti, anche se, in fondo al cuore, mantiene l’amore e la sensibilità di un tempo, riscattando la dignità delle sue origini.

Helene, una donna perfezionista, idealista, divisa ma lucida, che vive l’amore in modo singolare, ma pieno, sincero e passionale e che nell’avversità del destino, sa trarre lezioni di vita con ottimismo e speranza.

Odile col fantasma della sua ombra (L’intrusa), ci rende partecipi della sua storia, di una malattia che annienta la memoria a breve termine e ogni creazione di amore e affetto passati. Commovente.

Ne Il Falso, le aspettative mancate conducono alla delusione, e al cinismo della protagonista, Aimee, anche se a volte la verità sa nascondersi tra le pieghe della menzogna, e l’inatteso mostrarsi, sconvolgendo ogni regola, previsione e certezza. 

Isabelle, donna enigmatica con un segreto nel cassetto, scopre una scomoda verità nella vita di suo marito (anche lui tiene un segreto): una storia d’amore originale, che oltrepassa i confini del normale rapporto coniugale, comunemente inteso, per arricchirsi, completarsi, realizzarsi.

Donatella, la principessa scalza, è la più incantevole e fiabesca delle figure, una sorta di fata, di folletto benevolo, che stravolge la vita di un attore bello ma con scarso talento, il quale dovrà fare presto i conti con l’ineluttabilità del destino. Una storia dove la realtà si fa finzione, e la finzione tragica realtà.

Odette Toulemonde, è il personaggio più caratteristico, umile, affascinante, che con la sua semplicità, riservatezza e sincerità sa proporsi al mondo e agli altri, conquistando l’attenzione, il rispetto e poi l’amore dello scrittore di fama. Un racconto capace di trasmetterci la gioia e la felicità delle piccole cose del quotidiano (non a caso il film si intitola proprio Lezioni di felicità)

E infine nel Il più bel libro del mondo, le protagoniste, un gruppo di donne prigioniere nei gulag russi per avere osteggiato Stalin, riescono a trovare la forza di reagire, scrivendo messaggi alle figlie sulle cartine delle sigarette: la forza della speranza, una scintilla capace di accendere il fuoco della giustizia, verità e libertà.

Un libro delizioso, da assaporare con calma, con cura, per affezionarci ai personaggi, gioire e immalinconirci con loro, partecipare alle loro singolari storie, per trarne un insegnamento, una lezione di vita e di felicità, perché la nota di fondo di tutta l’opera è proprio la gioia del vivere quotidiano, nascosto nell’ordinario e che solo un animo sensibile e predisposto sa riconoscere, vedere, gustare. Un vero inno alla vita, alla bellezza, all’ottimismo.  E aggiungo: ce ne vuole davvero tanto (di ottimismo) in un periodo critico e deludente da un punto di vista umano, come quello attuale.

Leggetelo, difficile non gradire.

Antonella Cipriani 

Antonietta Toso legge “L’angelo del fango” di Carlo Menzinger

Bellissimo racconto dello scrittore Carlo Menzinger.
Da leggere assolutamente per la descrizione carica di suspense che definirei  fluttuante di eventi prevedibili ma imprevisti.

“An eye opener” per chi l’alluvione a Firenze del 4 novembre 1966 non l’ha vissuta.

I cittadini di Firenze, come ogni anno, sono impegnati nei preparativi per la festa di  angeli e santi. Non si rendono conto che il fiume Arno, Mugnone, con la complicità dei torrenti Vingone, Rimaggio e Guardiana stanno per straripare per prendersi la città e non solo.
Lo scrittore ne scandisce il tempo che scorre lento e veloce insieme mentre l’Arno lotta per la sua ora d’aria priva di lancette.
Gli abitanti non sanno che, invisibile, sulla città aleggia un essere incorporeo, un tachione, particella ipotetica dalla massa immaginaria e velocità superiore a quella della luce che l’autore chiama Angelo dato che è in grado di oltrepassare la massa, e tutti i limiti dell’umano.

Angelo sa molto bene che i fiorentini stanno per affrontare una delle loro più grandi sfide. Sebbene sia l’acqua a mantenerli in vita, adesso è l’acqua stessa a metterla in pericolo. Che fare? L’acqua è movimento tanto irruento quanto  irrefrenabile  proprio come lo è adesso.
Su Firenze cala la notte dentro un cielo colmo di pioggia.
I fiorentini si trovano tranquillamente al Teatro Verdi per il film di Jhon Huston, “Bibbia”.

Ah se solo ne avessero colto l’implicito avvertimento. Se avesse, almeno uno di loro, avuto il presagio, sentito l’intreccio che esiste fra il mortale e l’ultraterreno, fra lo spirito e la materia, il cielo e la terra.
Il divertimento, gli svaghi, invece, sovrastano gli abitanti.  Interrompono la connessione fra anima e corpo. L’Arno rompe gli argini e con lui i fiumi Bisenzio e Mugnone, i torrenti Vingone, Rimaggio e Guardiana.
L’Arno fuori dalla sua prigione, striscia, come una biscia, a spasso per la città sporcandosi dei suoi rifiuti.

Alla mezzanotte inizia la sua danza del ventre verso il mare.
Respira un’aria nuova. Entra in ogni dove. Conosce luoghi visibili e invisibili.
Visita cantine, seminterrati. Percorre le campagne. Si arrampica sui famosi tetti rossi di Firenze.
Come un infante sulle proprie zampette, va, tocca, assapora tutto ciò che incontra e se ne appropria.
Angelo non sa che cosa fare. Come aiutare?

Può nuotare e nuota. Incontra le ninfe naiadi che felici come non mai saltellano dentro e fuori l’acqua al pari dei delfini.
Si porta al cospetto degli dei etruschi del tuono e del fulmine Aplu e Nethus, degli dei greci Nereo, Doride, Tritone.
Alle cinque, a Firenze, l’Arno è ovunque.
Gli orefici fuggono dal Ponte Vecchio con i gioielli che mettono alla rinfusa dentro borse di fortuna.
I carcerati delle Murate vengono accolti dalla popolazione.

Il racconto procede con Angelo che sorveglia e documenta anche la più piccola vicenda, parte integrante, di quel dannato 4 novembre 1966 di Firenze.
Solo verso le otto di sera l’Arno finalmente si ritira.
Aplu e Nethus,  dopo tanta acqua e fango, giacciono innocui sopra ai tetti della città. Le ninfe si riposano dentro i  palazzi.
Angelo si consola, sa che quegli esseri che provengono da così lontano nel tempo e nello spazio devono ritornare negli abissi con la speranza che sia per sempre.

Angelo rimane da solo a guardare soccorritori di ogni età e ceto che giungono a Firenze da tutta l’Italia e dall’estero. Salvano uomini precari, puliscono la città e recuperano ogni possibile forma d’arte.
Angelo sente che vengono chiamati “Angeli del fango” ma solo Angelo sa che non lo sono così come non lo è lui che è un tachione, così come non sono Dei tutti quelli che tanto si sono divertiti a rendere irriconoscibile Firenze e dintorni.       Non sono ninfe neppure le creature che come delfini sanno volteggiare e danzare nelle acque in fuga verso il mare.
Angelo, tuttavia, si sente diverso. Sa di potersi insinuare nella mente dei soccorritori, dare loro la forza di andare avanti, di procedere a recuperare e a ricostruire.

Sa anche che non verrà mai dimenticato dai fiorentini, che vivrà per sempre nella loro mente come angelo del fango.

di Antonietta Toso

Nota: il racconto “L’Angelo del Fango” è tratto dalla raccolta “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, 2019) di Carlo Menzinger di Preussenthal

Ada Ascari legge: “Pyongyang blues” di Carla Vitantonio

Titolo azzeccato per questo libro che dovrebbe essere un libro di viaggi, un libro che racconta un viaggio lungo 4 anni in un paese misterioso e sconosciuto.

Pyongyang blues, il blues di Pyongyang, dove la musicalità del testo e della prosa si accorda perfettamente alla scrittura quasi orale dell’autrice.

Carla arriva in Corea del nord, che lei chiama per convenzione Rimini nord, quasi per caso, non era previsto, non era programmato, Carla fa, o vorrebbe fare, l’attrice e finisce per insegnare italiano all’università della capitale più blindata del mondo.

Il carattere esuberante e libero deve adattarsi alle rigide regole del soggiorno, al controllo pressante del “coreano personale” che la tampina in ogni luogo, oltre alla mancanza di acqua, di luce di comunicazioni decenti di generi di conforto a cui si è abituati nel mondo occidentale e che in Corea del nord sembrano utopia.

Ma Carla non si scoraggia, di tutto ne fa quasi un divertimento, riesce a ridere e a scherzare e nello stesso tempo cerca di capire in che mondo è piombata.

Non è il mondo dei turisti intruppati e scortati, non è il mondo delle persone comuni che vivono oltre le mura del “compaund”, la zona franca riservata agli expat; è un piccolo mondo a cui bisogna adattarsi, e fare da cerniera tra ciò che si è lasciato e ciò che si è trovato.

Dicevo del blues, la musica sincopata che prende il cuore e l’anima, la scrittura di questo libro la ricorda. Sembra allegra e veloce, satirica e pungente e poi si fa malinconica e nostalgica. 

C’è l’ironia del toto-acqua-calda; quando ci sarà, ci sarà? Quando arriverà la corrente elettrica per potersi collegare col mondo che si è lasciato attraverso l’inaffidabile  provider cinese? Rimini nord è il nome in codice per riferirsi alla Corea del nord, e “Le tartine sono buone” è la frase da scrivere nel caso le succedesse qualcosa. Frase che non sarà mai necessario pronunciare, nonostante le crisi interiori ed esteriori. Nessuna tartina è stata mangiata, non è stato necessario.

Carla nel suo raccontare attraverso lanci di dadi sempre più coinvolgenti, ci fa entrare nel cuore di un paese che è mille miglia lontano da noi, non solo per la distanza, ma sopratutto per l’isolamento che si è auto inflitto; si chiede e ci fa chiedere mille volte chi sono i coreani che vivono intorno a lei, chi sono i suoi studenti e le persone che ogni tanto spariscono e poi ricompaiono perché – giustificazione –  sono andati a trovare la nonna malata! Frase che copre l’obbligo di partecipare e faticose corvè.

Come sopportare il freddo che va fino a 20 gradi sotto zero con il riscaldamento che va e viene senza nessuna prevedibilità. La sorpresa è che, nonostante tutto, esiste vita, esiste tutto un mondo che Carla ci fa scoprire col suo linguaggio fresco e colorito, musicale appunto. 

Certo mandano molti tasselli al mosaico, una expat non può sapere tutto, non può frequentare che alcuni luoghi, non può mescolarsi troppo al popolo, non può frequentare certi ristoranti, certi locali, i negozi sono quello che sono, anche se nel corso dei quattro anni in cui rimane nel paese migliorano un po’.

Ci si può anche innamorare a Pyongyang, e sentire lo struggimento del tempo che passa, che marca la fine della storia. Perché in Corea del nord non si rimane per molto tempo, finita la missione si torna in patria e allora sono le malinconie dei saluti che si fanno avanti, saluti a cui seguono silenzi con persone che non si vedranno mai più. 

Inutile scambiarsi gli indirizzi, Pyongyang è una bolla, come una gita scolastica che ti ubriaca e poi finisce.

Perché tutto finisce, anche la missione di Carla nel paese più blindato del mondo, quello più misterioso, più chiuso, e allora la sensazione è di panico, le vacanze a Rimini sono terminate, tutto sarà diverso ed è come se, cancellata Rimini, non ci fosse più nulla. 

Avete capito, questo non è un libro, è una emozione continua che trascina e fa dire: «Come avrei voluto esserci io a suonare il blues a Pyongyang!»

Ada Ascari

Antonietta Toso legge “11 Settembre” di Carlo Menzinger

Firenze, 25 Settembre 1943

 Il racconto è collocato in pieno conflitto mondiale che l’autore circoscrive al giorno dell’arrivo degli americani a Firenze l’11 settembre del ’43 e che spiega  attraverso lo sguardo di un bambino che quel giorno compie dieci anni.        

La vicenda è toccante quanto drammatica.

Lo scrittore spalanca la porta dei ricordi di un uomo che oggi ne ha sessanta mentre  mostra, a chi ancora non c’è, Firenze sottosopra: statue che vengono rimosse o ricoperte di stracci, sacchi di sabbia attorno ai monumenti che si trovano in ogni dove, che si allungano e si abbracciano dentro e fuori le sue mura.

Ma ciò che l’autore tende a mettere in risalto e a far rivivere al nostro protagonista attempato sono le severe conseguenze psicologiche che il bimbo, fin da quel lontano presente, patisce perché colpito da eventi che cambiano la sua vita per sempre. Conseguenze che non possono non toccare l’anima anche dei lettori inconsapevolmente apatici perché lontani da quegli anni.

Quel bimbo viene, a causa del bombardamento del 25 settembre del ’43,  improvvisamente scaraventato dentro un mondo terrificante che spazza via il suo: mamma, fratellino, sorellina, la sua casa. 

Il bambino è confuso: i soldati amici ora sono i nemici e i nemici, amici  “chi non conosci fa più paura” si dice. Il mondo si è “rovesciato” pensa, tanto più che il padre muore  “al fronte, quando i nemici erano ancora quelli che parlavano inglese”.

L’anziano protagonista, ricorda come, a soli dieci anni é costretto, in un solo giorno, a esplorare ambiti interiori dai sentimenti opposti. Deve accantonare l’amata divisa balilla che indossa con orgoglio e dire addio al futuro con i suoi sogni mentre paure dal carattere diverso lo sconquassano così come la disperazione.

Teme la morte. Le bombe. Soprattutto teme l’uomo. Perde fiducia nella vita.  Smarrisce la fiducia di chi si consegna ciecamente alle rassicuranti braccia materne e che trova asilo nel calore della sua casa perché sottratte troppo presto.

Le vicende che accadono nel giorno del suo compleanno e della liberazione ma che percepisce come l’inizio di un imprigionamento dentro se stesso, rimangono saldamente ancorate nell’inconscio. Si manifestano, anni dopo, seppure accidentalmente, proprio il 25 settembre.

Quel ragazzino che è ormai  un giovane adulto non crede nelle coincidenze, niente  avviene per caso. E’ convinto, piuttosto,  che quell’avvenimento é arrivato a lui dal suo profondo come segno che sia giunto il momento di soddisfare un’ inconsapevole sete di vendetta.

La narrazione procede con il protagonista che percorre l’intera vita  a soddisfare la sua sete di vendetta, a bearsi  nel vedere la morte sulla faccia del nemico. E’ felice di rendere giustizia a chi non sa farsela da solo.

Ci tiene però a sottolineare che “Il Serial Killer dell’undici settembre 2001” non è lui. 

di Antonietta Toso

Nota “11 Settembre” fa parte della raccolta “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, 2019) di Carlo Menzinger di Preussenthal     

Renato Campinoti legge “Senza dirci addio” di Giampaolo Simi

La maledizione della mitica Camars

Un libro indubbiamente impegnativo e interessante per tutti, affascinante per quei toscani, come il sottoscritto, che hanno messo attenzione e speranze negli scavi archeologici dell’ultimo ventennio, in particolare quelli avvenuti in seguito ai lavori per l’interporto di Prato e la presunta scoperta della mitica città etrusca di Camars, che rimetterebbero in discussione molte delle presunte certezze circa la gerarchia cittadina del periodo etrusco. 

Ma non è di questo che si occupa in particolare questo avvincente racconto di Simi, anche se non si possono tacere i riferimenti espliciti a tali esperienze archeologiche e alle conseguenze del blocco dei lavori cui sono andate incontro. 

Per gli aspetti essenziali della trama basterà dire che Simi mette in pista Dario Corbo, già cronista di nera per vent’anni, ora collaboratore di uno strano personaggio, Nora Beckford, figlia ed erede del grande artista di cui è chiamata a valorizzare la notevole mole di prodotti artistici ora inseriti nella apposita Fondazione con sede in Versilia. 

Già il fatto che Nora, quarantacinquenne, abbia trascorso gli ultimi quindici nelle patrie galere per una vicenda non specificata ma di cui ha scritto a suo tempo lo stesso Corbo giornalista, ci porta dentro un’aura non propriamente ordinaria. 

Se a ciò si aggiunge un figlio di Corbo, Luca, diciottenne, condannato per aver assistito a una grave vicenda di molestie sessuali di cui si è rifiutato di dare notizie sulle altrui responsabilità alla giustizia, già calciatore di livello promettente, maltrattato dal proprio procuratore, che ora è diventato il compagno della propria madre da quando ha lasciato Dario Corbo perché mai presente in casa col suo lavoro di cronista, si capisce in quali meandri ha intenzione di portarci lo scrittore. 

Se tutto ciò non bastasse Giulia, la ex moglie di Corbo e madre di Luca, entrata in contatto come esperta d’arte con un’altra strana figura di gallerista versiliana, Maddalena Currè, affiancata nel suo lavoro da un notissimo esperto d’arte Bruno Weber, viene investita e uccisa da un furgone, una sera che si trovava in uno strano e desolato paesaggio, centro di scontro, si scoprirà, tra gli interessi delle sovrintendenze per le ricerche archeologiche, quelli degli investitori decisi a realizzare un grandioso centro commerciale e i commercianti di opere d’arte interessati ai “prodotti” degli scavi. 

E qui, di fronte alla rabbia e alla non accettazione del figlio circa le motivazioni ufficiali di tale morte, Corbo da fondo a tutta la sua esperienza e ai suoi rapporti di cronista di nera per venire a capo di una vicenda quanto meno ingarbugliata, dove a un certo punto emerge perfino un caso di mutazione sessuale che è, a mio parere, l’unico punto debole e obiettabile di tutto il romanzo. 

Solo una capacità di scrittura non indifferente (non a caso Simi è anche sceneggiatore TV di serie fortunate come Nero a metà!) e una padronanza assoluta di trame fittissime e piene di continui colpi di scena, riescono a farci gustare una vicenda che, come dicevo, è particolarmente interna alle situazioni sorte e mai chiarite nella realtà archeologica toscana e a portarla a esiti chiari, non molto distanti, probabilmente, da una possibile verità qualora le autorità preposte, come ci manda a dire l’autore lungo tutto il racconto, fossero disposte a uscire da un atteggiamento esclusivamente burocratico e si mettessero anch’esse a sostenere i vari Corbo impegnati a far luce su tali vicende. 

Quando, con le ultime pagine, si porta a termine il lungo racconto di Simi, si resta con un gusto amarognolo in bocca, dispiaciuti di lasciare una storia che ci ha preso nelle viscere e un po’ sorpresi che a raccontarci, da par suo, tali ipotetiche vicende, sia toccato a un grande scrittore come Giampaolo Simi, cui, anche per questo, va tutto il nostro plauso.

di Renato Campinoti

Chiara Sardelli legge “Psicosfera” di Massimo Acciai e Carlo Menzinger

Psicosfera”, il romanzo scritto a quattro mani da Massimo Acciai Baggiani e da Carlo Menzinger di Preussenthal, ha tutti gli elementi per diventare un classico della fantascienza. Immerge il lettore in un’aura pirandelliana costruendo una storia che sembra dettata dalla non logica dell’assurdo, con un finale a sorpresa che a me fa pronunciare il famoso aforisma: “così è se vi pare”. Benché solo una manciata di anni ci separi dal mondo fantastico di ‘psicosfera’ -siamo nel 2036- la storia dell’umanità è ridescritta dalle fondamenta. Purtroppo l’elemento, il collegato alla nostra quotidianità è di segno negativo. Gli umani in ‘psicosfera’ hanno fatto un cattivo uso del loro libero arbitrio, compromettendo il proprio destino. La loro civiltà sembrerebbe doversi aggiungere alle altre che senza spiegazioni plausibili sono scomparse, civiltà di millenaria sapienza. Una sapienza che a un certo momento del suo sviluppo, incosciente e forse ignara dei moniti che gli giungono dal seme dell’entità superiore che l’ha generata, è divenuta aliena a sé stessa, andando incontro a un futuro di autodistruzione. Così parla Oberon, il personaggio di shakesperiana memoria, fantasmagorico e inquietante, che imperversa nelle pagine: «L’uomo è la fine. È l’Alfa e l’Omega. Guardali, Yelena. Che cosa hanno fatto alle altre specie della superficie? Che cosa hanno fatto all’acqua che bevono, all’aria che respirano, alle risorse che consumano? Come puoi credere ancora in loro? Sai cosa merita l’uomo? La sua è una razza da cancellare e da dimenticare. Il più grande errore di Gaia, merita le tenebre e le tenebre avrà.» L’uomo è dunque sull’orlo di un abisso apocalittico, ma là, dove tutto si puote, si racconta un’altra storia. Grazie a questa ‘storia altra’ alcuni Tramiti si stanno spendendo come novelli Messia anche se, per buona parte del racconto, la loro parola rischia di essere inascoltata e la buona novella di non tradursi in realtà. Il popolo di Gaia rischia di non raggiungere mai la propria meta, di non risalire a riveder le stelle. Perché in ‘piscosfera’ non tutta la vita si svolge sulla superficie del nostro pianeta. Anzi, la regia e l’essenza che percorre la storia millenaria dell’uomo è nelle mani di una popolazione il cui ecosistema è situato nel ‘tenebroso, ignoto cuore della Terra‘. Anche se questo è solo un modo di dire: la realtà che sperimenteranno i cosmonauti, in qualche maniera trasportati in una diversa dimensione, si alimenta di una luce, non si sa come generata, che ha la caratteristica di non produrre ombre. La missione delle tre coppie, maschio femmina, ivi trattenute, è di garantire la vita nel sistema stellare degli esopianeti. Perché il popolo di Gaia è impotente e non può raggiungere questo scopo se non con l’aiuto degli umani. Ecco quindi che si serve di Tramiti che restituiranno alla specie homo sapiens la memoria dell’antica saggezza e con essa il senso del proprio destino. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte non solo ad un mondo rovesciato, ma ad un sistema di valori a sua volta capovolti. Basta riflettere che il popolo di Gaia niente ha a che vedere con le specie animali, trattandosi piuttosto di esseri senzienti minerali. Come pure i Tramiti sono soggetti abilitati dai poteri ESP, tipo la telepatia e il teletrasporto. Si insinua, sul fondo della storia, il dubbio che entrambe le realtà, quella del pianeta come noi lo conosciamo e quella della sfera concava in cui sono trattenuti i cosmonauti, siano effetto dei sogni, popolati da semplici cloni, cioè dai doppi eterici dei personaggi protagonisti. Si aggiunga che il finale è aperto: la trama, pur approdando alla liberazione dei cosmonauti, lanciati nel viaggio verso il mondo interstellare, non dà certezza del successo di questa impresa. Anzi, sembra preconizzare una continuità della lotta tra le forze favorevoli e avverse alla specie umana. Forse non tutto sta già scritto in questa storia. Il finale potrebbe legittimare un seguito coerente, arricchendo il lettore di nuove eccitanti avventure. Il mio invito è di procedere alla lettura del libro con animo disincantato, ma ricettivo, pronti a misurarsi con le sconvolgenti novità e le incalzanti domande esistenziali che il testo pone.

di Chiara Sardelli

Ada Ascari legge: “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani

Un libro a cui mi sono avvicinata con affetto, capitato per caso; una sera a cena mi sono sentita dire: «Il libro che leggeremo il prossimo mese, sarà “Gli occhiali d’oro” di Bassani.» 

Conoscevo Bassani, almeno per sentito dire, perché so che cosa ha scritto, perché so che è di Ferrara anche se nato a Bologna, mentre io sono nata a Ferrara e poi me ne sono andata. 

Ferrara, la città rossa, la città delle case di mattoni, del Castello imponente che domina il centro, della sua Cattedrale, delle innumerevoli biciclette che la percorrono… Ferrara, città di provincia, dove tutti si conoscono, e dove anche nel libro di Bassani ho ritrovato luoghi e nomi già percepiti.

Due i protagonisti, un io narrante che si può facilmente identificare con lo scrittore stesso e il dott. Fadigati, personaggio inquieto e un po’ misterioso che catapultato nella Ferrara fascista degli anni ’30, fa parlare e mormorare i benpensanti. Uomo solitario, non ci vuole molto a suscitare pettegolezzi, perché non si è sposato? Perché non ha una donna? Perché se ne va in giro di notte per la città? 

L’io narrante – non sappiamo il suo nome- conosce il medico sul treno dei pendolari che da Ferrara a Bologna porta anche gli studenti universitari. Prima da solo in seconda classe, poi attratto dalla compagnia dei giovani si siede con loro in terza. Li ascolta, non interviene, ma è una presenza costante che attira l’attenzione.

Si sa, i diversi per un po’ riescono a mascherare la loro diversità, ma poi una battuta di qualcuno che non ha peli sulla lingua, una cattiveria prima sussurrata e poi buttata nel mucchio rivela ciò che non è stato detto, la maldicenza, la verità che l’uomo forte non può tollerare. Fadigati è omosessuale, per questo è sempre solo e il suo girovagare di notte suscita congetture.

Fadigati è diverso dall’idea di uomo che il fascismo vuole per i maschi italiani, è mite, un po’ timido, preso di mira dal bullo di turno che poi si approfitterà di lui.

E il nostro io senza nome? Anch’egli appartiene ad una minoranza, diversa ma sempre minoranza, che sta per essere colpita da quella che è stata la più terribile delle emarginazioni: la shoa. Chi narra, in prima persona è ebreo, abbastanza consapevole di quello che verrà, al contrario della sua famiglia che ancora si illude, e trova nella solitudine del dottore dagli occhiali d’oro il riflesso della propria solitudine.

E tutto questo avviene nelle strade di ciottoli di una Ferrara nebbiosa e silenziosa, su un treno che sento io stessa sferragliare perché conosco, perché ci sono salita.

Nel finale tragico della storia, ci ho sentito tutta l’amarezza di un uomo, il Bassani stesso, che non può fare nulla per salvare l’amico, perché deve salvare se stesso.

Gli occhiali d’oro sono il simbolo di un mondo che non c’è più, in un racconto che narra la solitudine, l’emarginazione del diverso.

Ed io? mentre leggevo mi vedevo nei luoghi che ho percorso nell’infanzia e che ancora percorro quando mi capita di andare a Ferrara. Sentivo il silenzio delle sue strade, nessun’altra città è così silenziosa, vedevo il quartiere medievale con la sue strade strette e i palazzi estensi di marmo. Vedevo e percorrevo con la mente la strada che porta alla Certosa, accarezzavo il bugnato del Palazzo dei Diamanti.

Per me leggere questo libro è stato un atto d’amore, un tuffarmi nei ricordi, un sentire che quello che sentiva l’io narrante era anche quello che sentivo io. Camminargli accanto è stato bello, no non bello, è stato ritrovare me stessa.

Ada Ascari

Renato Campinoti legge “Caino e Abele” di Jeffrey Archer

Alle origini del sogno americano

Perché è interessante, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, leggere (o rileggere) questo voluminoso e apprezzato romanzo di Jeffrey Archer? 

Oggi lo scrittore inglese, 82 anni suonati, membro della Camera dei Lords nel suo Paese, ha alle spalle un invidiabile elenco di successi letterari che gli hanno dato così tanta fama (e anche ricchezza!) da candidarlo al prestigioso seggio. A maggior ragione è interessante capire da dove è partito con un libro che si fa sicuramente leggere con facilità per l’assoluta chiarezza della scrittura e che, talvolta, strappa perfino un sorriso alla luce degli sviluppi contemporanei degli USA. 

Perché, nonostante l’origine inglese dello scrittore, il libro ci parla soprattutto, per non dire esclusivamente, degli Stati Uniti d’America, dall’inizio del ‘900 ai tempi della presidenza Kennedy e poi Ford. 

Sono tantissime le cose che precedono la narrazione vera e propria di cui l’autore vuole parlarci. Perfino la guerra prima tedesca poi russa contro la Polonia, patria di uno dei personaggi del libro, per la precisione quel Abel che si contrapporrà, nel tempo, a Kane (Caino). 

Ma non è casuale che un centinaio di pagine del libro siano dedicate a tali avvenimenti, proprio perché il personaggio costretto a subire tali vicende (fino a essere deportato in un vero e proprio lager russo), non scorderà mai le sue origini e la ricerca di un riscatto quando approda nel nuovo mondo, ossia gli USA. 

Non meno impegnative sono le vicende che stanno all’origine dell’altro personaggio (Kane), anche se in questo caso la trama ci porta a incontrare la formazione delle fortune di alcune famiglie americane che fanno della fedeltà alla cerchia familiare e alla trasmissione dei valori (in tutti i sensi) di padre in figlio, una delle origini della capacità di sviluppo e anche di resistenza alle crisi (tipica quella del ’29) della potenza americana. 

In questo caso i valori trasmessi sono quelli della corretta gestione e della capacità di sviluppo delle banche americane. Delineati così gli scenari di riferimento il libro ci porta a contatto con tantissime vicende e personaggi che serviranno a giustificare gli elementi di contrasto tra i due personaggi (Caino e Abele) ma appaiono strumentali rispetto a quello che è in realtà il cuore di tutto il libro: come nasce e si sviluppa il “sogno” americano, la grande nazione in grado di accogliere tutti coloro che hanno voglia di cimentarsi con volontà e competenza con le opportunità di crescita nei vari settori (Abele sarà il mago delle catene alberghiere!) e di lasciare indietro solo coloro che trasgrediscono alle regole e cascano nelle trame della malavita. 

Jeffrey Archer è sicuramente, con questo libro, uno dei capostipiti di un’abbondante letteratura tesa a esaltare il modello di vita americano, dove l’individuo e le sue capacità sono superiori perfino allo stato. 

Una visione individualista della vita sociale ed economica del Paese che porterà gli Stati Uniti a rifiutare il modello di Welfare state dell’Europa (e non solo) e a ritenere che prima della difesa dello stato ci sia quella dei singoli individui. (Sarebbe curioso sapere cosa ne pensa uno come Archer di ciò che sta succedendo in America con la liberalizzazione della vendita delle armi perfino ai minorenni). 

Al netto di tali rilevi che non potevano probabilmente essere sollevati al tempo della scrittura del libro, il volume rimane comunque un punto di riferimento che ha visto non solo l’interesse dei produttori cinematografici, ma anche di chi, dopo Archer, si è voluto cimentare con la storia sociale ed economica di questo paese.

di Renato Campinoti

Rita Bompadre legge “Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi

“Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Quaderni d’arte – Eretica Edizioni, 2021 pp. 104 € 16.00), con i disegni di Simone Capriotti, è un’opera originale che dimostra come il sodalizio artistico e poetico sia in grado di rafforzare tra le pagine i contenuti della dimensione estetica, il significato della forma d’arte.

L’unione dei due codici espressivi illustra la corrispondenza esistenziale nel senso di vuoto e di smarrimento, il segno rapido e disorientante dell’assenza, indica il percorso intimista dell’inquietudine.
Il poeta indaga oltre l’estremità instabile dell’anima, scruta il mistero interiore nell’inconfessato e profondo dolore, ricerca l’enigma velato degli occhi, nell’inquadratura tormentata dei volti, dipinti accanto ai versi. Comunica con immediata inteità il sentimento degli incubi persistenti, frammentati nella cavità emotiva I versi mantengono una definita, nitida consacrazione alla autobiografia del vissuto, nell’indistinto crocevia della superficie intima e spaventata, arricchita dalle sensazioni insistenti dei ricordi, dalle sfumature della malinconia.
Estendono una realtà aumentata dalla percezione sensoriale dell’oscurità rarefatta dei sentimenti, delle piccole morti quotidiane e delle conseguenze incoraggianti di ogni rinascita.
Marco Antonio Sergi disgrega la propria identità attraverso l’esperienza sensibile dell’amore, accompagna la consapevolezza delle proprie variazioni poetiche nella rappresentazione delle illusioni, delle indecifrabili sconfitte.
Affronta la propria irrequietezza, conosce il disordine vertiginoso dei pensieri, identifica il disturbo dell’intelletto con l’incoerenza e il disadattamento degli atteggiamenti dell’uomo.
Scioglie il riferimento essenziale dell’ostilità con la comprensione della realtà transitoria degli avvenimenti, descrive la sensazione di distacco e di estraneità, riconosce la conflittualità e il deterioramento dell’equilibrio umano.
La poesia di Marco Antonio Sergi consuma l’integrità dell’io, scompone l’ipnotica riflessione in reliquia imperturbabile del tempo, risolleva l’intesa complice tra parola e visione.
La personificazione dei volti di Simone Capriotti, inseriti tra le poesie, è simbolo incarnato di solitudine, d’isolamento. È emblema di un anonimato oscuro e minaccioso, segnato da smaniosa sofferenza, indizio di una sospensione vitale, riflesso di alterazione.
L’autenticità della poesia rivela la marcata discontinuità della maturità, trasformata dal limite sommerso  e inafferrabile dello svolgimento cognitivo degli eventi, la libertà crudele e coraggiosa degli errori.
“Disgregazioni” anestetizza le emozioni, distingue il malessere dallo stupore, risveglia il contatto impressionante del passato, mantiene la sostanza dell’assenza nel presente. La fluida connessione spirituale e carnale dei versi disgiunge l’essenza della dispersione, il peso del cedimento, ma dimostra come la saggia osservazione di ogni fine sia un modo per riacquistare l’inizio e ritrovare se stessi.

di Rita Bompadre

Di seguito alcuni testi selezionati da Rita Bompadre

SCACCO AL RE
Tengo il coltello piantato lì sotto
lo so non si addice
ma è così bello guardare il volto di lui
con occhi rapaci, e sua è la pace
ovattata, di chi sta per pagare lo scotto
in un gioco a un solo finale.

CALANTE
Rimane a lungo nell’aria
la nota sfiatata di sax
rugginosa e pressante
fino alla fine del fiato
il petto contratto.
Risuona il sospiro
quel vecchio cancello
ancora violato.

SFUGGENTE
Come un’idea
perfetta
senza confini
senza definizione
senza paragone
Sei
Come ogni idea
nata da me
illusione.

CUORE NERO
Mi sono punto
d’inferno
di un veleno
che non comprendo
mentre mi scioglie
le budella come
morto a scroccasole.
Mi sono reso infermo
di nuovo
questo male
odio e amore
lo stringo
mano di vecchio amico
da riscoprire.

IL MOSTRO
Sotto il letto
non c’è bestia
che tenga testa
Sotto il sottotetto
non c’è sgorbio
davvero brutto
Sotto il sottobosco
non trovo occhi
maligni di folletto
Il terrore tutto
sta nascosto nel finale
di uno scritto
che ora è fuori
che ora è tale e quale
al reale.

RAFFICHE
Come sotto una raffica
di mitra
veloce, che sferza la carne
come in balia di tempeste
di sabbia,
che bucano la tenda di notte,
Io sono. Solo sotto questa pioggia
ritrovo
la forza di muovere i passi.

SPECCHIO SPECCHIO
Immersi
e come l’universo
immensi
a fuggir da sé stessi

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