Segreti e bugie – Renato Campinoti

Un racconto di Renato Campinoti dedicato a Dante Alighieri

Segreti e bugie

Firenze, quella mattina di fine aprile del 1300 era riscaldata da un sole brillante che fece sparire in poco tempo le brume della notte.
Jacopo Alighieri, figlio di Dante e di Gemma Donati, riuscì tuttavia, giovinetto curioso e vivace, a farsi prendere in pieno dal carro del carbonaio che, con fatica, passava dalle parti del canto dove si trovava la sua abitazione, vicino al luogo nel quale, da poco più di un anno, erano iniziati i lavori di edificazione del nuovo Palazzo dei Priori (oggi Palazzo Vecchio) sotto la direzione di Arnolfo di Cambio.
“Hei, ragazzo!”, provò ad urlare il carbonaio seduto a cassetta del suo carro quando Jacopo sbucò dalla base della casa/torre degli Alighieri, inseguendo una palla di cenci con cui era solito giocherellare nelle stradine lì intorno.
“Hei…fai attenzione!”, ripetè il carbonaio. Ma non ci fu niente da fare. Il cavallo scartò di lato ed evitò il ragazzino, che tuttavia non potè fare a meno di andare a sbattere sulla fiancata del carro, cadendo a terra per il colpo piuttosto violento.
Gemma, la mamma, che vide tutto dalla finestra della casa, si precipitò a soccorrere il ragazzo, che, nel frattempo, si era rialzato e provava a camminare zoppicando.
Aiutata a riportarlo in casa e a distenderlo sul letto, fu subito chiaro che la gamba aveva subito un colpo piuttosto forte.
Era da capire come tamponare il dolore e il gonfiore che si vedevano ad occhio nudo,
per non parlare delle possibili fratture che non si vedevano ma che era bene che fossero valutate da qualche cerusico.
Fu questa la ragione per la quale la signora Alighieri si risolse ad avvalersi del solito Cesarino, giovane tuttofare e pronto a qualunque servigio per poche monete, perché si recasse al Palazzo del Capitano a cercare Dante per metterlo al corrente dell’accaduto e rintracciare chi potesse aiutare suo figlio.
Passata più di un’ora senza che Cesarino si facesse vivo, Gemma decise di ordinare alla figlia Antonia di badare per un po’ al fratello sofferente e di recarsi ella stessa al Palazzo dove, in quel periodo, Dante era solito, come membro del Consiglio dei Cento, passare una parte importante del suo tempo.
Tanto più ora che si stava preparando a svolgere un’importante ambasceria a San Gimignano per conto della città.
“No, signora Alighieri, questa mattina suo marito non si è fatto vivo da noi. Provi a cercarlo dalle parti del monastero di Santa Maria Novella. Mi pare dicesse ieri che voleva conferire con l’abate su certe questioni…che non ricordo insomma”.
“E…Cesarino è passato?…”
“Si, è passato. Anche a lui ho detto le stesse cose…credo sia andato in direzione di Santa Maria Novella”.
A passo svelto Gemma decise di raggiungere quella bella chiesa con tanto di monastero domenicano in cui Dante passava tante ore a colloquio con quegli uomini di Chiesa.
La sorpresa fu che Dante non era neppure lì.
In compenso, mentre se ne stava venendo via sconsolata, Gemma vide arrivare, dalla parte in cui il complesso di Santa Maria Novella confinava con la zona ancora a verde della città cresciuta a dismisura negli ultimi anni, il buon Cesarino.
Il quale, appena la vide, rimase quasi interdetto e, se non fosse stato per gli ampi gesti che la donna gli fece perché si avvicinasse, sembrava intenzionato a non andarle incontro.
“Che succede Cesarino?”, gli disse Gemma, un po’ risentita, appena fu a portata di voce. “Dove sei stato da quella parte? Non dovevi rintracciare Dante? Non ti avevo dato abbastanza denari per questo compito?”
Cesarino, in evidente stato di imbarazzo, se ne stava lì muto come un pesce.
Alla fine, anche per le insistenze della donna, si decise a dire qualcosa.
“Quando ho saputo che non era lì”, disse indicando la sontuosa mole della Chiesa,”mi sono deciso a cercarlo da queste parti”, aggiunse facendo cenno con la mano alla distesa di verde dietro il complesso ecclesiastico.
E subito, dalla faccia che fece la signora, si accorse che avrebbe fatto meglio a tacere o a inventarsi qualche panzana.
Si, perché, allungando l’occhio, quello che si vedeva in lontananza, dietro la chiesa e nel mezzo al verde, era un edificio che nel passato era servito come ricovero per un ordine minore di fraticelli da elemosina e che ora, come sapevano tutti in città, si era trasformato in un bordello di lusso per i palati più goderecci (e potenti) della città.
Cesarino fu lesto a ritirare la mano che, involontariamente, aveva data un’indicazione troppo precisa alla signora Alighieri.
Ma non potè fare a meno di sentirla esclamare un “Ah!…bella roba!” che era tutto un programma per il momento in cui il Dante, meschino, si fosse trovato faccia a faccia con la moglie.
Il povero Cesarino si esibì allora in una difesa imbarazzata del Poeta, “No, Signora Gemma, le cose non stanno come potrebbe pensare! Chissà dove sarà suo marito in questo momento…non è certo il tipo…non mi faccia dire altro, la prego…” e accompagnò questo suo dire con un inchino quanto più ampio e genuflesso che potè.
Gemma Donati, che sapeva bene il casato che rappresentava e che in quel periodo stava emergendo tra le famiglie più potenti della città, anche di più di quella degli Alighieri, si risolse a mangiare la foglia e rispose, “Grazie Cesarino, dò un’occhiata qui intorno e rientro a casa dal povero Jacopo…chissà come sta soffrendo”.
Nascosta tra la folla dei pellegrini che entravano e uscivano a frotte dalla maestosa Chiesa, dopo poco, vide arrivare, trafelato, suo marito proprio dalla parte dell’edificio di cui sopra. Senza essere vista, si trattenne ancora un po’ e quindi si decise a rientrare in casa dove, nel frattempo, Dante aveva preso visione dell’accaduto e stava valutando con Jacopo il da farsi.
“Ti ha trovato Cesarino?”, domandò Gemma appena si trovarono insieme in casa.
“Si, alla fine mi ha trovato…ero dovuto passare dall’arte degli Speziali…sai.. vogliono avere un loro rappresentante nella delegazione che devo condurre a San Gimignano…si è deciso di partire domani mattina”.
“O non sei anche tu un rappresentante degli Speziali?”, avrebbe voluto dirgli la moglie, che invece non replicò e si mise, col marito, a valutare la situazione del figliolo, che alla fine, visto da un cerusico amico del Poeta, risultò meno grave di quanto poteva sembrare e fu deciso che bastavano alcuni giorni di riposo e qualche impacco sulle parti doloranti.
Alla fine della giornata Dante raccomandò alla moglie di accogliere, il giorno seguente, l’ambasceria dei pisani che, guidati da un giovane comandante di fregata, veniva in visita quando molte personalità della città, a cominciare dal Gonfaloniere,e ora anche lui, erano impegnate in altre faccende.
“Verranno qui con uno dei Priori rimasto in città per la bisogna…è importante che si sentano ospitati volentieri nella case dei maggiorenti della città…questa volta tocca anche a noi. Ma si tratta solo di alcuni giorni…anch’io conto di cavarmela in poco più di una settimana e sarò di ritorno”.
Quella notte Gemma si rigirò più volte nel letto. Aveva resistito all’amore del marito per quella Beatrice morta giovanissima una decina di anni prima.
Ma se quello, si diceva, era amore platonico, molto più pesante era questa storia, cui finora non aveva voluto dare ascolto, dell’invaghimento del marito per quella giovane cortigiana che, ora lo sapeva, andava di frequente, a trovare.
“E pensare che scrive poesie così soavi…ed è così rigido nei suoi precetti morali…tutti sono peccatori a Firenze…fuori che lui!”
Quando Dante ritornò dall’ambasceria, dopo circa dieci giorni, trovò Gemma più serena di quello che si aspettava.
“Si vede che non le sono giunte le chiacchere del popolino sulle mie visite alla Donata…che bella che è. Appena posso vado a farle una visita. Ma dovrò stare più attento. Troppe malelingue mi farebbero volentieri a pezzetti.”
“E’ andato tutto bene con l’ospite pisano?”, domandò Dante alla moglie una volta sistemate le sue cose e rinfrescatosi dal viaggio.
“Certo, certo…non ti ho fatto sfigurare stai tranquillo…”, rispose Gemma mentre inforcava l’uscio per andare a fare un po’ di spesa.
E Dante non seppe darsi ragione del perché la moglie ebbe bisogno, convinta di aver già superato la soglia, di mettersi la mano sulla bocca per nascondere un sorrisino malizioso che le era spuntato involontariamente sulle labbra.

Renato Campinoti, Sesto Fiorentino 8/01/2016

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