WEN – COVID-19 – A piccoli passi – Federica Menzinger

Germania , 21 gennaio, ore 18.45

Era seduta sull’autobus diretto a casa sua. Aveva appena terminato la lezione pomeridiana del martedì. Dalle 16.30 alle 17.45 era impegnata con i suoi compagni universitari in un laboratorio di studio o meglio in un “Arbeitsgemeinschaft”. Insomma, questa era una di quelle parole che ormai facevano parte della vita di una studentessa italiana in terra tedesca, una di quelle parole che sentiva ripetere ogni giorno, ogni settimana da ormai quasi un anno, una di quelle parole che anche lei diceva, senza in realtà averne ancora capito a fondo il senso. Nell’autobus era seduta con le sue compagne, rideva e chiacchierava con loro. Volavano battute e sghignazzi come sempre ogni martedì, da ormai quasi un anno. A un certo punto, Eleonora ruppe quel turbine di gioia e relax, che si era creato in quel grigio autobus.

«Avete sentito?! Hanno chiuso un’itera città in Cina!»

Le amiche annuirono e commentarono, sembrava che tutte fossero informate.

«Si parla di un virus molto contagioso… sono tutti in quarantena… nessuno può entrare nessuno può uscire…» 

Lei la guardò un attimo turbata, non aveva ancora sentito nulla di quel virus di cui  parlavano. Però lo stesso aveva voglia di aggiungersi anche lei alla conversazione.

«Macchèèè sarà una cosa passeggera. Non arriverà mai da noi, non preoccupatevi».

Germania, 10 febbraio, ore 8.00

Si era svegliata alle 6.40, dopo una notte insonne, perché non aveva smesso di pensare che quella giornata sarebbe andata tutta storta. Si trovava in un corridoio lungo, pieno di persone, in un assembramento.  Un assembramento di studenti agitati, che aspettavano di entrare in un’enorme sala, dove avrebbero dovuto sostenere un esame. Chi stava a sedere per terra, chi sfogliava velocemente i quaderni di appunti sudati. Tutti in un corridoio. Tutti molto vicini. Aspettavano. Nell’attesa prima di un esame lei non era solita ripassare, le metteva solo ansia. Aveva iniziato a chiacchierare con Riccardo,  anche lui originario di Firenze. Si raccontavano di come lì i cinesi venissero trattati da alcuni residenti. “Cinese di ***da, torna a casa”, “No, oggi non vado dal cinese, loro hanno il virus”. I due ne parlavano, ma con leggerezza. Si mostravano foto postate sui social di asiatici con bottiglie o addirittura finocchi legati o altri strani utensili con spaghi alle facce al posto delle mascherine chirurgiche. Ridevano di quelle foto assurde, criticavano le reazioni degli italiani, si sentivano immuni a quella storia e a quel virus.

Germania, 10 marzo, ore 10:00.

Era in biblioteca. Stava scrivendo per l’università un progetto, che stava cercando di terminare, poiché già iniziato da tempo. Attorno a lei studenti tedeschi col capo chino sui manuali, tutti molto concentrati. Lei si sforzava di esserlo, ma nella testa le ronzava sempre qualcosa. “Forse dovrei tornare dai miei”. Ogni tanto apriva il sito della sua compagnia aerea, per scorrere la pagina, scegliere una data e poi cambiare idea dopo 5 minuti.  Era insicura su cosa fare. In Italia si stava sviluppando una forte situazione di insicurezza e paura. I primi casi del virus si erano verificati al nord della penisola. 

Ore 14:00

Nonostante la forte indecisione che la turbava, concluse la mattinata in biblioteca e tornò nel suo monolocale per mangiare qualcosa. Sapeva che in quei giorni sarebbe dovuto arrivare un pacco dall’Italia per lei. Infatti, squillò il citofono.

«Ein Packet ist hier».

Il portiere del palazzo l’aspettava insieme al postino per prenderlo.  Lei arrivò velocemente, subito, ma il pacco diversamente dal solito non era tenuto in mano dal postino, ma su un tavolo non troppo vicino a lui. Pacco giallo con su scritto abbastanza chiaramente che proveniva dall’Italia. Il tale in divisa aveva fretta, ma al momento della firma per accertare la consegna, il passaggio della penna avvenne in un modo particolare. Lei dopo aver firmato gli ripassò la biro, ma lui invece di riprenderla normalmente, fece una mossa col braccio e le dita che qualsiasi contorsionista invidierebbe e tutto ciò per evitare qualsiasi minimo contatto con la mano della ragazza.  Lei perplessa capiva il motivo del gesto, ma fece finta di nulla e tornò in casa con il suo pacco giallo italiano.

Germania, 15 marzo, ore 6.30

Si stava svegliando e già si chiedeva quali fossero i suoi piani odierni. Subito le tornò in mente come una scossa. “Ah sì, ho il volo per l’Italia”. Sì, stava tornando a casa, dalla sua famiglia. Perché a poco a poco come un grande domino, ogni singola struttura, bar, ristorante, museo, scuola, università stava chiudendo. Quindi sì, lei stava tornando per mettersi in quarantena. Non voleva rimanere sola in un Paese lontano chilometri da dove coloro che le volevano bene stavano vivendo qualcosa di nuovo, qualcosa di surreale. Il suo Paese stava prendendo misure diverse ogni giorno. Lei dal nord, non capiva cosa succedesse in quei giorni, si sentiva impotente. L’unica cosa che poteva fare era comprare biglietti aerei, che però nella settimana precedente erano stati cancellati man mano. Unica possibilità di tornare era quel giorno, per questo dopo aver realizzato il da farsi, si alzò di fretta, prese le sue cose, si guardò intorno nel monolocale, uscì e si chiuse la porta alle spalle. Faceva tutto velocemente, perché aveva una strana sensazione. Una di quelle sensazioni che si può provare quando il terreno si sgretola briciola dopo briciola sotto i piedi, fenomeno che prima le era parso lento, ma che si stava poi rivelando molto veloce e inesorabile. Arrivò nell’aeroporto deserto, la signorina del check-in, dopo aver posato l’occhio sulla carta d’identità italiana, la guardò con diffidenza e la liquidò più in fretta dell’altra signora che era in fila prima di lei. 

Sull’aereo non c’era quasi nessuno. Una fila di sedili era tutta per lei.

di Federica Menzinger

Risultato immagini per aereo vuoto

Una opinione su "WEN – COVID-19 – A piccoli passi – Federica Menzinger"

  1. MOLTO coinvolgente la presentazione dell,irrompere della pandemia nella vita impegnativa ma serena di una giovane universitaria,,Si avverte,la preoccupazione crescente ,particolarmente avvertibile nel solitario viaggio di ritorno.Il registro piano , discorsivo,realistico RISULTA STRAORDINARIAMENTE EFFICACE

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