WEN – COVID-19 – “Covid-19” – Paolo Orsini

Covid-19

Non è più il tempo di incrementare il numero dei lemmi nel dizionario delle parole scritte al contrario, oirartnoc la eralrap id opmet li è non. Passata la nottata, lunga e buia, di questa immane silenziosa pestilenza, cercherò il più possibile di restare tra gli argini, non certo della verità, quello è impossibile e solo le fedi ci riescono, anche se soltanto per imposizione, è proprio il caso di dirlo, dall’alto, ma almeno in quello dell’onestà verso me stesso, vale a dire verso quei valori in cui mi riconosco, e di sicuro da oggi chiederò sempre più spesso a me stesso quali siano questi valori, o meglio quali siano i giusti valori e allora, per darmi una risposta, dovrò tornare un po’ indietro nel tempo, dopo un’altra immane catastrofe che non fu per niente silenziosa ma tragica fino all’inverosimile di morte e di distruzione, e se quei valori sono stati creati dalla comunità umana nel tentativo di non replicare, se non nei romanzi e nei film catastrofici, quella sciagura disastrosa, allora sono valori giusti, validi, e a quelli devo dire in realtà da sempre mi sono riferito, ma a maggior ragione adesso, perché quando il mondo tornerà ad accopparsi, finita l’emergenza, come ha sempre fatto fin dai tempi delle tigri con le zanne a sciabola, non sarà più il tempo delle parole al contrario, ma quello della chiarezza per rafforzare e diffondere i giusti valori della convivenza umana.
La cosa che più mi fa inferocire di questo virus è che è un vigliacco, almeno l’ebola ammazza tutti quelli che infetta senza distinzioni, anche un mandingo forte come un toro, questo invece è discriminatorio, va a infrangere uno dei più importanti valori a cui prima mi riferivo, se la prende soprattutto con i vecchi, già deboli fin dalle ossa fragili come il vetro, già irrimediabilmente minati nei loro sistemi immunitari, con un piede nella fossa, ma ciò che più mi fa imbestialire è che li fa morire nell’assoluta solitudine, gli affetti più cari tenuti fuori dalla stanza di ospedale, lontani dalla bara al cimitero, alimentando un enorme senso d’impotenza nei sopravvissuti, che nuoteranno a lungo nelle vischiose acque del senso di colpa per non aver potuto fare abbastanza, non aver potuto tenere una mano, consolare uno sguardo implorante, accarezzare una pelle rinsecchita. Quando percepii l’ultimo respiro esalato molti anni fa da mia nonna, ero là, vicino a lei, non potevo fare nulla se non tenerle una mano ossuta e contratta dall’artrite nel calore delle mie, tutto era senza senso e inutile perché ormai quella triste nera figura aveva deciso di calare su mia nonna il suo manto di silenzio e di fredda immobilità, però l’ultimo movimento fu proprio delle sue dita che cercavano, con impercettibili movimenti, le mie dita, un ultimo contatto con la vita, e capii che se ne era andata non perché chiuse gli occhi, ma perché non cercò più la mia mano.

25 marzo 2020 Paolo Orsini

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