WEN – COVID-19 – Dalla finestra – Caterina Perrone

Dalla finestra

La facciata grigia, qui di fronte, mi manda fuori di cervello. Abitavo in una casa affacciata su un giardino; mi hanno fatto tornare, senza dirmi che qui si muore di angoscia prima che di Covid. Finestre tutte uguali, chiuse; tende tutte bianche, tirate. Come se qualcuno volesse guardare dentro. Per vedere che cosa?
Una finestra è aperta. Qualcuno che non ha paura dell’aria. E degli sguardi. Qualcuna: una donna. Transita e subito scompare. Libera lo stralcio di una stanza colorata. Il divano, si direbbe un letto, la coperta azzurra, stropicciata, una lanterna bianca: chissà quanta luce farà col buio. Cuscini sparsi sulla stuoia. Una foto grande tutta la parete: il Gange a Varanasi, la gente che si bagna. Sbuca l’angolo di un tavolo di legno; una pianta fiorita cade arruffata.
Non sta bene guardare!
Come mi piace guardare!

Ricompare alla finestra, appoggiata di spalle. Scuote la testa come se ridesse. Sta leggendo un messaggio. Forse.
Scrolla i riccioli biondi spettinati, stretti appena da un fermaglio che non ce la fa a tenerli tutti. La manica verde della maglia scivola, scopre la spallina nera del reggiseno. In un gesto distratto la rimette a posto. Inutile, cade di nuovo.
Sento il calore della pelle, come se l’avessi tra le mani.
Si volta e si rivolta subito. Scappa via.
Fermati! Ho voglia di vederti tutta intera! Fammi almeno vedere la faccia.
Ha messo la musica. Note difficili, scompagnate, di un pianoforte che improvvisa sull’armonia di una canzone senza melodia.
Si accartoccia sulla stuoia, abbraccia le gambe, tocca i piedi nudi. Si stira come un gatto, al ritmo delle note. Si muove come una nuvola nel vento, un capriolo sull’erba. Come l’’acqua che si spande in una pozza. E scompare.
Scena vuota. Spettacolo finito.
Mi manchi.
Pazienza, ne ho di cose da fare per intrattenere le mie ore immobili. Posso regalare tempo al tempo.

Cala la sera, in un languore di viola. Chissà che cosa sta facendo.
Torno alla finestra. Una luce striscia da terra, illumina di ombre lo spazio tra le tende ancora aperte.
Legge, seduta a terra contro il divano, a gambe incrociate. Attorciglia col dito una ciocca di capelli, infila la mano dentro la maglietta, si carezza il seno.
Vuoi farmi morire.
Afferra tra le cosce qualcosa che infila in bocca: un seme, una briciola, una pasticca. Mastica, scioglie, assapora. Prende, senza guardare, il calice di vino che è lì a terra. Lo porta alle labbra. Sorbisce appena.
L’aperitivo! Aspettami, arrivo.
Il mio succo di pomodoro è aspro, speziato, piccante. I pistacchi salati, croccanti. Sono qui di fronte e non mi guarda.
Solleva la testa dal libro, chiude gli occhi, insegue un pensiero. Arrivato. Acchiappato al volo. Ahm! Inghiottito.
Quel movimento impercettibile del capo mi ha fatto sentire come se…
Ho capito, ti lascio leggere. Tornerò a darti la buonanotte.

Ha tirato le tende azzurre. La luce disegna la sua ombra: le ombre raccontano. Si spoglia molto, troppo lentamente perché io non sia preso dall’affanno.
Vai a dormire?
Resta sveglia fino a tardi. La abbandono con nostalgia.

Mi sveglia il riflesso tenero del giorno.
Ogni mattina mi regala il profumo del caffè, il mio biscotto preferito che si scioglie in bocca.
Spalanco i vetri. Spalanco le persiane. Spalanco il respiro nell’aria pungente.
La finestra è aperta. Già sveglia?
Appare, come se fosse in attesa. Mi guarda con il sorriso che avevo immaginato e gli occhi che brillano.
«Buongiorno.»
«Buongiorno» rispondi.

di Caterina Perrone

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