WEN – COVID-19 – Fuori dalle mura – Marcovalerio Bianchi

FUORI DALLE MURA

La pandemia del 2035 aveva prodotto dei cambiamenti inimmaginabili in tutto il mondo. La sua diffusione ebbe inizio dalla Cina, come quella del 2020, ma il nuovo virus, molto più potente del suo predecessore, era sfuggito a ogni tentativo d’isolamento e aveva ucciso miliardi di persone, decimando letteralmente la popolazione mondiale. L’Italia, come tutte le altre nazioni, con una popolazione ridotta a poco più di cinque milioni di abitanti, era allo stremo e, dopo dodici mesi dal suo inizio, tutto era allo sbando.
Durante i primi mesi del contagio la popolazione era rimasta fiduciosa nelle proprie case ad aspettare che tutto finisse, facendo interminabili code a supermarket o negozi di rivendita di generi alimentari, gli unici rimasti aperti. Il nuovo virus sembrava inarrestabile e ogni giorno uccideva parecchie decine di migliaia di persone fin quando arrivò al suo picco più alto uccidendo addirittura alcune centinaia di migliaia di persone.
A quel punto non fu più possibile garantire un aiuto ai cittadini più deboli e quella parte di popolazione che era da qualche tempo disoccupata o che aveva un lavoro precario, rimasta senza più soldi, iniziò dapprima a scippare le spese dei cittadini più facoltosi per poi arrivare ad assalire negozi e supermarket per procurarsi i beni di prima necessità con violenza di massa, dove spesso le persone si scannavano tra loro per accaparrarsi ciò che gli serviva.
Inizialmente le varie forze di polizia furono messe a presidiare i grossi centri di vendita di generi alimentari ma poi la situazione si aggravò ulteriormente e si formarono varie bande di sopravvissuti che anziché assalire tali punti di rivendita, rapinavano direttamente i camion o i vagoni ferroviari che trasportavano alimenti e altri beni.
Nel giro di poche settimane la situazione precipitò tanto che non furono più garantiti i beni di prima necessità e anche la popolazione benestante iniziò a morire di fame oppure per il virus. Quando non fu più garantita la semplice sopravvivenza alla maggior parte dei cittadini, la repubblica si trasformò in una dittatura con un esercito con licenza di uccidere asserragliato in diversi punti nevralgici presidiando i pochi centri rimasti aperti.


Quel dieci per cento di popolazione che mediamente riusciva a sopravvivere, la maggior parte della quale era inizialmente costituita da cittadini onesti, trovandosi alla mercé degli eventi senza più nessuna protezione o assistenza, iniziò a procurarsi armi di qualsiasi genere per cercare di sopravvivere per conto proprio, sopraffacendo gli altri con razzie nelle varie abitazioni oppure difendendosi da chi aveva meno di loro. Ormai la gente si sbarazzava per conto proprio dei corpi dei propri cari che gli morivano in casa a causa della pandemia, seppellendoli il più delle volte in qualche parco cittadino.
Iacopo aveva ventisette anni, faceva il fornaio e viveva a Firenze. Di quella grandiosa città ormai non gli restavano che gli ultimi ricordi di quasi un anno prima quando era possibile godersela camminando tranquillamente tra una moltitudine di turisti. Allora era tutt’altro che semi deserta come adesso ed era impensabile di rischiare di venire assalito per essere depredato di qualsiasi cosa ad ogni angolo. Per questo non portava mai con sé nessuna borsa o zaino che facesse presumere di essere in possesso di qualcosa di prezioso come il cibo. Aveva contratto il virus ed era riuscito a sopravvivere. Abitava in via Datini, a circa quattro chilometri da piazza del Duomo, mentre invece lavorava nel suo panificio nel pieno centro della città. Negli ultimi tre mesi del 2035 aveva assistito alla ricostruzione di alte mura cittadine, dove fino ad allora scorrevano i viali di circonvallazione e dove un tempo si trovavano le vecchie mura abbattute oltre un secolo e mezzo prima. Terminata la costruzione della nuova fortificazione tutto attorno al centro di Firenze, grazie all’utilità del suo lavoro e al fatto che risultava sano in quanto negativo al test, a lui e a pochi altri privilegiati era stata data la possibilità di risiedere all’interno delle mura dove gli era stata facilmente assegnata un’abitazione, visto che la stragrande maggioranza di case erano vuote per la morte dei loro occupanti. Tutto il centro storico delimitato dalle nuove mura e costantemente controllato dall’esercito appariva come un’oasi sicura che si trovava in mezzo a un territorio senza più alcun controllo, dove prevaleva la legge del più forte. All’ interno, oltre all’esercito e ai pochi residenti rimasti, che non potevano mai uscire, potevano aver accesso solamente una manciata di persone addette ai rifornimenti, rigorosamente controllate.

Non molto tempo prima, Iacopo stesso, quando ancora abitava in via Datini, era stato assalito più volte per strada e una volta persino a casa sua, dove di notte due disperati si erano infiltrati nell’abitazione forzando la serratura nella speranza di trovare del cibo; ma a Iacopo, già da allora, data la sempre maggiore carenza di mezzi di sostentamento, non era stato più permesso di portare alimenti fuori dalle mura e gli era concesso di mangiare solo quando era al lavoro, fra l’altro delle porzioni assai ridotte. Non trovando niente da mangiare, gli intrusi, pensando che lo avesse nascosto, avevano iniziato a picchiarlo selvaggiamente. Infine uno dei due, dopo aver scarrellato, con sguardo truce gli puntò la pistola a distanza ravvicinata e gli disse che entro tre secondi gli avrebbe sparato in testa se lui non avesse dato loro il cibo richiesto. Iniziò a contare volgendo per un istante lo sguardo verso il compare in segno di approvazione. Fu allora che Iacopo, trovatosi perso, nella disperazione, approfittando di quell’ attimo di distrazione dell’uomo che gli puntava la pistola contro, velocissimo sfilò un coltello da cucina dal ceppo di legno e lo piantò nella gola dell’aggressore, impossessandosi della sua pistola che scaricò sull’altro malvivente prima che quest’ultimo avesse avuto il tempo di reagire.
Ormai tutta la parte di Firenze esterna alle mura era terra di nessuno, la polizia praticamente non esisteva più e l’esercito ci metteva piede solo per qualche estemporanea perlustrazione per sondare la situazione esterna ovvero per seppellire i morti nella zona più vicina al centro e sanificarla dato il vomitevole odore di putrefazione che giungeva fino all’interno delle mura. La gente non faceva quasi più caso a degli spari che ormai erano all’ordine del giorno, pensando che l’essere indifferente ai problemi altrui avrebbe probabilmente prolungato la propria sopravvivenza. Ancora oggi Iacopo non riusciva a dimenticare di essere stato, seppure per necessità, un assassino e spesso gli tornava in mente il copioso flutto di sangue che uscendo impetuoso dalla gola dell’assalitore gli inondò il viso e quell’espressione incredula di un uomo morente con gli occhi fuori dalle orbite…
Pur non potendo per nessun motivo avventurarsi fuori del centro di Firenze Iacopo aveva iniziato a rilassarsi e ad accettare quell’esistenza da recluso privilegiato che ormai conduceva da qualche mese. A differenza delle persone oltre le mura, la maggior parte della popolazione che abitava in centro non aveva contratto il virus e si trovava costretta a indossare tuta, guanti e delle mascherine con elevatissimo potere filtrante che solo l’esercito, i potenti e pochi altri potevano avere in quanto difficilissimi da reperire. Ma Iacopo, essendo sopravvissuto alla pandemia, si sentiva un miracolato e per di più fortunatissimo a non essere costretto a indossare tutte quelle protezioni. Gli tornò in mente quando viveva tutti i giorni nel terrore di contrarre il virus, protetto solo da una mascherina a bassa capacità filtrante che poi non gli sarebbe servita a niente e dei guanti monouso che dopo qualche settimana terminò. Si lavava le mani decine di volte al giorno, cercava di stare il più possibile distanziato da chiunque, quando rientrava a casa separava i vestiti usati fuori dagli altri, insomma viveva una vita nella più assoluta fobia tanto da diventare veramente paranoico. Ma alla fine tutto ciò non gli era servito; fu comunque fortunato perché quello sfibrante stress non durò a lungo in quanto contrasse il virus tra i primi, quando ancora gli ospedali funzionavano e furono in grado di salvargli la vita intubandolo a seguito della gravissima infezione polmonare che era scaturita. Poi medici e infermieri iniziarono a morire come mosche e infine gli ospedali furono assaliti da una popolazione in preda al panico che, come impazzita, li devastò completamente alla ricerca di mascherine, guanti, bombole per ossigeno ed altri apparecchi che poi non aveva neppure le competenze per usare ma magari riusciva a rivendere al mercato nero in cambio di cibo. Gli tornò in mente che durante la costruzione delle mura l’esercito trasferì tutte le apparecchiature che era riuscito a salvare e i medicinali nel centralissimo ospedale di S. Maria Nuova, lasciando il più delle volte morire negli altri ospedali quei pochi pazienti sopravvissuti. Ma anche a S. Maria Nuova, data la mancanza di posti e di personale medico, oltre alla mancanza di efficienti apparecchiature e medicinali, veniva accolta solo una piccolissima parte delle persone, che prima di essere ricoverate venivano accuratamente selezionate per importanza, mentre chi non era abbastanza potente o raccomandato, veniva abbandonato a se stesso ad una morte quasi certa.
In Italia l’esercito ormai presidiava solo le città più grandi, le principali zone di produzione agricola e di quelle industrie ancora attive, tenendo sotto controllo le maggiori vie di collegamento per fornire costanti scorte ai mezzi che trasportavano beni di prima necessità.
Nonostante le protezioni anche nell’esercito i soldati morivano con una certa frequenza perché fin troppo spesso veniva fatto qualche piccolissimo errore nell’indossare o nel togliersi la tuta dimenticandosi, spesso per lo stress, di rispettare alla lettera le procedure sull’uso dei dispositivi di protezione. Per tale ragione quando era possibile, i soldati deceduti venivano sostituiti da altri che avevano già avuto la malattia e che erano immuni, in modo tale da disporre di uomini che potevano essere sempre operativi senza dispositivi di protezione; ciò aveva un minor costo di gestione e i soldati immuni quindi potevano essere utilizzati con meno rischi per missioni di scorta ovvero di verifica e controllo del territorio esterno. Fra questi soldati immuni, Iacopo aveva riconosciuto un suo vecchio amico coetaneo, Alessandro, col quale una volta usciva spesso. Iniziarono a frequentarsi di nuovo, anche se, per via del coprifuoco che aveva luogo dalle venti in poi, si potevano vedere per poco tempo. Parlavano della loro situazione attuale ma anche della loro vita di un tempo e del dispiacere di aver entrambi perso tutti i loro cari. Tuttavia, tornando da un giro di perlustrazione, un giorno Alessandro confidò a Iacopo di aver visto la vecchia fidanzata dell’amico viva e vegeta anche se allo stremo delle forze per la fame e gli stenti a lungo patiti. Pensò che Alessandro si fosse sbagliato in quanto la sua fidanzata era stata ricoverata in ospedale prima di lui e quando Iacopo fu dimesso dall’ospedale e aveva chiesto notizie della sua donna, i medici, sbagliando persona, lo avevano informato che era deceduta. Era anche stato a casa dei genitori di lei, dove abitava, ma trovò la casa disabitata arrivando alla conclusione che sicuramente erano morti tutti e quindi finì, suo malgrado, per farsene una ragione. Quando però Alessandro come prova gli porse l’anello che lui aveva regalato anni prima a Rosanna, Iacopo sussultò. Si ricredette e, quando seppe che aveva imminente bisogno di cibo, chiese all’amico, consenziente nonostante i grossi rischi a cui entrambi sarebbero andati incontro, di far avere, durante i suoi giri di perlustrazione, del pane e della frutta a Rosanna, beni in quei momenti preziosi. Andò bene per un paio di volte ma poi, la terza volta, il capitano, insospettito dallo strano comportamento di Alessandro, che ultimamente cercava spesso delle scuse per allontanarsi qualche minuto dal plotone, lo fece pedinare fintanto che raggiunse un luogo appartato dove venne visto regalare del cibo a una giovane donna. La giovane donna riuscì a scappare ma Il cibo venne recuperato dalla pattuglia che lo aveva pedinato e assieme ad esso venne trovato un biglietto d’amore indirizzato a Rosanna con la firma di Iacopo. Alessandro venne immediatamente arrestato e interrogato e, nonostante il soldato si fosse chiuso nel più ostinato mutismo, il capitano fece fare delle indagini dalle quali risultò che Iacopo era il fornaio di via Guelfa che il soldato Alessandro frequentava negli ultimi tempi. In quel periodo il solo fatto di portare fuori dalle mura degli alimenti o quant’altro necessario alla sopravvivenza dei cittadini della fortificazione, significava tradire la nazione e il tradimento in genere era punito con la morte. Trovarono un giudice clemente che anziché infliggere loro la pena di morte decise per la pena dell’esilio a vita, anche se l’esilio fuori dalle mura era quasi considerata come una pena di morte.
Processati per direttissima, il giorno dopo i due furono sbattuti fuori dalla porta Romana e lasciati al loro destino. Iacopo non si sapeva perdonare di aver trascinato l’amico in quella difficilissima situazione, ben sapendo che senza più lavoro né conoscenze probabilmente non sarebbero riusciti a sopravvivere. Si sentiva addosso, pesante come un macigno, la responsabilità dell’accaduto ed era pervaso da un gran rimorso… poi però pensò che era giusto quello che aveva fatto e che, avendone la possibilità lo avrebbe rifatto, perché comunque aveva tentato di salvare la vita a Rosanna. Subito dopo chiuse gli occhi: gli apparve il candido viso della giovane donna e si rincuorò. Se proprio non fosse riuscito a salvarsi, almeno adesso avrebbe avuto la possibilità di poter riabbracciare la sola donna che aveva veramente amato in tutta la sua vita.

di Marcovalerio Bianchi

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