WEN – COVID-19 – L’ultimo respiratore – Carlo Menzinger

L’uomo dai capelli brizzolati era seduto in sala d’aspetto. Ogni tanto si sfilava gli occhiali appannati e li scuoteva per pulirli. Poi li indossava di nuovo, ma con la mascherina facevano presto ad appannarsi di nuovo.

Nella stanza c’erano altre due persone, sedute a distanza da lui. Nessuno parlava. Una donna sulla sessantina sbottò, borbottando tra sé e sé:

«Non è giusto! Non è giusto. Sono cinque giorni che non me lo fanno vedere… Devo fidarmi di quello che mi dicono i medici… E se morisse? Non gli avrei nemmeno detto addio…»

L’uomo anziano con il bastone annuii, sorridendo sotto la propria mascherina. Si vedeva dagli occhi. Non disse nulla, però. Che cosa poteva dire? Erano giorni che si dicevano sempre le stesse cose. Il sistema sanitario era al collasso. L’intera Italia era in quarantena, i malati erano troppi. Non c’erano abbastanza letti, non c’erano abbastanza medici e, soprattutto, non c’erano abbastanza respiratori.

Una dottoressa in camice, mascherina e guanti comparve sulla porta. Aveva  i capelli raccolti in una cuffia.

«Signor Masini, può venire un attimo con me?» disse rivolta all’uomo dai capelli brizzolati. Lo accompagnò in una stanza lì vicino.

«Signor Masini, mi dispiace, ma sua madre è entrata in crisi respiratoria.»

L’uomo impallidì. Dopo un attimo di esitazione rispose:

«L’avete intubata?»

«Mi dispiace, ma non abbiamo più respiratori.»

«Come sarebbe? Fatevene mandare uno da Torregalli o da Ponte a Niccheri… ce ne sarà uno da qualche parte, no?»

«Mi dispiace, Signor Masini, ma lo avrà sentito dire, con il covid-19 siamo in crisi, ha esaurito tutte le nostre risorse. I respiratori sono già tutti in uso. È così in tutta Firenze e quasi in tutta Italia. Non c’è verso di averne altri.»

L’uomo la fissò con gli occhi rossi. Si frugò in tasca, forse per prendere un fazzoletto, pensò la dottoressa. Estrasse invece un coltello a serramanico e aprendolo all’istante lo puntò alla gola del medico, passandole veloce alle spalle.

«Mi porti subito da mia madre» le intimò.

La dottoressa lo guidò nel reparto. La vecchia, distesa nel letto, era chiaramente in affanno.

«Datele un respiratore» intimò l’uomo a un infermiere nel corridoio, che fissò lui e la dottoressa spaesato.

«Le ho già detto che non ne abbiamo» ribadì il medico e sentì la lama pigiare di più contro il collo.

«Toglietelo a qualcun altro» intimò l’uomo.

«Sua madre è in fin di vita, mi dispiace Signor Masini, non avremmo neanche il tempo di predisporre la macchina e disinfettarla.»

«Non importa, mia madre è già contagiata, staccatela a qualcuno e datela a lei.»

«Tutti i pazienti ne hanno bisogno. Toglierla a qualcuno significa ucciderlo. A chi dovremmo levarlo? A quel ragazzo? A quella donna? A quell’uomo?» il medico indicava i vari degenti nella corsia.

«Scelga lei. Chi ne ha meno bisogno.»

«Tutti! Serve a tutti. Come posso scegliere. Mi uccida, piuttosto.»

La madre, prendendo coscienza della situazione, con il respiro corto, parlò:

«Che cosa fai Lucio, lascia stare…» tossì «ho vissuto la mia vita. Sono anziana. Lasciami andare. Non hai bisogno di me. Non servo a nessuno. Non fare sciocchezze…» nello sforzo si lasciò andare a un attacco di tosse, che le mozzò il respiro residuo. Si fece paonazza.

«Addio, Lucio» poi rivolta alla dottoressa «lo perdoni. Perdonatelo.»

Volgendo gli occhi un’ultima volta verso il figlio, si immobilizzò nel gelo della morte.

Lucio Masini capì che tutto era finito. Lasciò andare la dottoressa e si accasciò in ginocchio ai piedi del letto della madre.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

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