WEN – COVID-19 – Un cane di nome Virus – Renato Campinoti

Un cane di nome Virus

Quando Elena sentì Massimo, suo marito, proporre a Marco e Giulia, i figli di dieci e dodici anni, di telefonare al vicino canile, credette di aver sentito male. Erano anni che i ragazzi insistevano perché i genitori, cioè lui, si decidessero a soddisfare il loro desiderio di avere per casa un animale, preferibilmente un cane, ma anche un gatto. Sul gatto, Massimo era stato sul punto di cedere. «E’ comunque meno impegnativo…fa le sue cose anche in casa, nella sua cassettina. Non c’è bisogno di portarlo fuori, ci pensa da solo…». Con questi argomenti, soprattutto Giulia, si era illusa di convincerlo. Dopo alcuni tentennamenti, approfittando anche dello scarso entusiasmo di Marco per il felino al posto del cane, il papà decise che, no, non era il caso di mettersi in casa una cassetta con le cacche e la pipì di un gatto…ma non lo sentivano loro come puzzano quegli androni dei casamenti dove pisciano quegli animali! Insomma, non ci fu verso di convincerlo e questa rimase una questione di cui era meglio non parlare per il buon per la pace della famigliola.
«Mi raccomando, è un coker di razza, ma ha solo un anno ed è sempre stato nel canile…ha bisogno di sentire tanto affetto intorno a sé. Vedo che non avete un giardino. Ci sarà da portarlo fuori almeno due volte al giorno, meglio se un’oretta, ma di questi tempi basta anche un quarto d’ora o poco più. E la sera, prima di dormire, cinque minuti fuori per la pipì.»
Alla domanda di Massimo al commesso del canile sul costo dell’animaletto, questi rispose che era gratis, a condizione che non lo riportassero indietro. Per il momento era gradita una piccola offerta per l’attività del canile medesimo, che il padre dei ragazzi, vista la felicità negli occhi dei bimbi, tradusse in due bei pezzi da cinquanta euro.
«Sia chiaro», volle puntualizzare da subito,«il cane lo dobbiamo curare tutti. Voi penserete a non fargli mancare la pappa ogni giorno e a tenerlo pulito, io mi occuperò, fino a che non rientro al lavoro, di portarlo fuori due volte al giorno. La sera, prima della nanna, per ora tocca a voi»
Nei giorni che seguirono buona parte della giornata ruotava intorno al piccolo coker, al suo umore, alle sue mangiatine di croccantini, alla pallina e ai vari nascondigli, alle uscite col papà, spesso più lunghe del quarto d’ora. Il tutto per l’armonia della famiglia e dello stesso animaletto, ben felice di passare dall’uno all’altro a farsi coccolare.

Virus, come avevano finito per chiamarlo, sta guardando le macchine che da alcune settimane hanno ricominciato a sfrecciare sul tratto di superstrada che divide la casa di Massimo dalla città dove ha lo studio e ha ripreso a lavorare. Perché stamani, ora che i ragazzi sono finalmente tornati a scuola, invece di una veloce passeggiatina, il padrone se lo è caricato in macchina e ha deciso di farlo scendere in quella squallida piazzola di sosta, dove ci sono solo camion. “Speriamo che torni indietro a riprendermi”, si è detto Virus le prime ore che è rimasto lì. Ora, passata quasi tutta la giornata, inutili i tanti lamenti o guaiti che hanno perfino intenerito una signora che si era fermata lì, ma che poi è ripartitala sola, comincia a perdere ogni speranza.
Virus capisce ora cosa intendeva il padrone quando ha detto alla moglie:«Dirai loro che l’ho portato in un canile vicino al mio lavoro. Si troverà meglio che qui, ora che loro hanno scuola, tu lavori al Comune e io non ci posso essere a casa che a tarda sera» E l’ha lasciato lì, con nemmeno due anni di vita e nessuna abitudine a procurarsi il cibo da solo. Virus ha capito quale sarà la sua fine. Solo non si sa spiegare come hanno fatto tutti a passare dalle carezze, i baci perfino, i giochi…e qui le viene come un magone…«a farmi fare questa fine. Proprio lui, Massimo, che quando uscivamo mi portava sempre in casa di quella signora che mi carezzava e mi metteva a mangiare croccantini così buoni…poi cominciavano a spogliarsi e sparivano per un po’. Come era felice, diceva, di avermi trovato, che bella cosa che ero io per lui. Ora , forse, la signora dei croccantini buoni la trova dalle parti del suo ufficio. E quello schifoso mi farà morire di fame e di rabbia»
di Renato Campinoti

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