WEN – QUANTI SIAMO – Gli amici di Charlie Brown – Carlo Menzinger

Stamattina mi sono svegliato di nuovo bambino. Sono tornato indietro di quasi cinquant’anni, a quando ne avevo nove ed era il 1973. Vivevo ancora nella palazzina di Vigna Clara, a Roma, ai confini della città che da poco aveva divorato la campagna. Pochi anni prima sentivo il gallo la mattina. Piccola casa di pochi piani, con vialetto, giardini e portiere ossequioso in divisa. Eppure in quei pochi appartamenti, neppure dieci, quanti eravamo noi bambini! E quanto eravamo liberi. Avevo due sorelle, una già si è persa per strada, e al piano di sotto avevamo tre amici, delle stesse età, uno per ciascuno. Sul pianerottolo un compagno di classe, che più tardi si sarebbe trasferito, sostituito da un altro bambino della mia età. Più sopra un altro mio compagno di classe con la sorella più grande. Nel mezzo due bambini, più piccoli, la più grande dell’età della mia sorella minore, ma non ci stavano simpatici. All’ultimo piano tre mitiche sorelle dai lunghi capelli castani, di poco più grandi, inarrivabile sogno erotico dei maschi dei piani bassi. Sopra di me un altro ragazzino che aveva quasi lo stesso mio compleanno: era nato un anno e un giorno dopo. Troppo viziato e coccolato dalla madre (che aveva perso una bambina) per poterlo considerare uno di noi. Solo più avanti saremmo diventati amici. La madre non gli faceva far nulla, come fosse stato un bambino di oggi. Noi, invece, entravamo ed uscivamo di casa e nessuno lo sapeva. Potevamo essere a un piano come a un altro della casa. Gli appartamenti degli amici erano casa nostra, come quelli in cui dormivamo. Ci bastava bussare a una porta per entrare, senza essere annunciati. Magari dagli amici restavamo pure a mangiare o loro da noi, che essere cinque o sei o sette a tavola nessuno ci badava. Ci facevamo la guerra, ci litigavamo e trovavamo la via della pace e per ricominciare senza che questo diventasse una questione di stato, senza coinvolgere genitori, psicologi e forze dell’ordine. Il bullismo era scuola di vita e si imparava a stare dalla parte giusta.

Per andare a scuola si montava sull’auto che c’era in partenza, magari in sette o otto in una cinquecento, che vista oggi sembra un auto giocattolo. Senza cinture, senza seggiolini per i più piccoli. Uno sull’altro, stesi di traverso, nel portabagagli, urlando con la testa fuori dal finestrino o dal tettuccio di tela apribile, se c’era.

Farci passare il tempo non era certo un problema dei nostri genitori. Eravamo così tanti che ci organizzavamo in bande. E a scuola? Una trentina di ragazzini tutti maschi, tutti di zona. Pronti a far casino, se non ci fosse stata una maestra segaligna dal polso di ferro, che un SS era poco al confronto, eppure era quasi una madre. Era zitella e quando le chiedevano se avesse un fidanzato, rispondeva che noi bambini lo eravamo, i suoi fidanzati. Una vita dedita all’insegnamento. In cinque anni di elementari forse solo due volte ci lasciò fare una ricreazione degna di questo nome. Per il resto del tempo questa consisteva nel tirar fuori la merenda dalla cartella e poco più.

Che mondo diverso da quello di oggi. Mia figlia non ha fratelli, non ha mai avuto nessun bambino della sua età nella palazzina, piena solo di vecchi. Ha una sola cugina, troppo piccola per condividere giochi. Le scuole distanti e non poteva fare nulla senza di noi, ad accompagnarla. Che differenza. Che peccato! Che bella la vita quanto eravamo in tanti, liberi come gli amici di Charlie Brown, per i quali i genitori erano solo voci fuori campo.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

Santo Cielo!” A Londra, la mostra su Charlie Brown | London SE4

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