WEN – QUANTI SIAMO – Quanti siamo? Parte 1 – Renato Campinoti

Per essere, siamo migliaia di migliaia, forse milioni. Noi virus, nel corso di questi ultimi due o tre mila anni siamo stati, nel male e nel bene, quelli che hanno fatto la differenza, nello sviluppo del genere umano, anche se non lo ammetteranno mai, gli umani. Quest’anno, mentre uno dei nostri sta facendo il giro del mondo (poi ne parleremo, statene certi!), abbiamo deciso di fare una sorta di meeting, con la presenza di un numero rappresentativo di molti di noi. C’è gente che viene davvero da lontano, quando ancora l’uomo stava nelle caverne e cominciava appena a diventare quell’uomo sapiens che ora crede di poter fare di tutto con la tecnologia e invece sta semplicemente distruggendo il pianeta Terra. Cominciate a capire qualcosa? Ne parleremo più in là, ve lo ho detto. Dicevo di quelli che c’erano già allora, all’alba della storia umana. E non si sono accorti finora, gli scienziati, del contributo che anche allora abbiamo dato. Come credono che abbiano fatto i Sapiens a vincere la loro lotta con gli uomini di Neanderthal? Vedeste come è vecchio e decrepito il virus che dette una mano, quando capì che quelli Sapiens mangiavano più pesce e dunque avevano più fosforo da spendere per lo sviluppo dell’uomo.

Questa sera abbiamo deciso, alcuni di noi, di riunirci a parte per raccontarci un po’ delle nostre storie e, forse, per dare qualche dritta anche a voi mentre restate tappati in  casa,e fate bene, al passaggio del nostro collega. A proposito, lui, si il Corona, come lo chiamiamo fra noi, ci ha promesso che farà un salto anche lui, così ci aggiorna un po’ sulla situazione che sta vivendo.

«Quanti siamo?» domando io, che ho fatto l’invito e sono il più giovane di tutti, e ancora non mi è capitata l’occasione di compiere la mia missione. Ma non ci vorrà molto, vedrete.

«Siamo cinque, tu compreso» risponde Yersinia Pestis, che avendo messo in crisi il mondo intero nel XIV secolo e, soprattutto, avendo più che dimezzato la popolazione dell’allora più importante e popolosa città del mondo, Firenze, si sente un po’ la regina di tutti noi virus. E noi, per la verità, la rispettiamo come merita. Anche se, per la verità, dopo di lei c’è stato qualcuno che non ha nulla da imparare i quanto a stragi e selezioni della razza. Capito? Vedrete anche Corona che finale di partita! Ma ne parliamo dopo.

Intanto anche gli altri sono arrivati e si può cominciare la nostra seratina.

«Silenzio, signori. Ognuno di noi ha un quarto d’ora per dire la sua e, poi, quando arriverà Corona, tireremo insieme le somme.»

Il primo a parlare è, guarda caso, proprio Yersinia.

«Ormai lo sapete tutti che io inizia la mia missione nella lontana Mongolia e che, da lì, arrivai fino a Samarcanda (quella che sarà, di lì a pochi anni, la capitale dell’impero del grande Tamerlano) per prendere quindi la via della seta e arrivare a Caffa. Quante vittime riuscii a fare in quelle lande, dove i potenti si accaparravano quasi tutti i frutti del lavoro dei poveracci che si spezzavano la schiena per il grano e la carne della loro mensa. Ma non è di loro che voglio parlare. Si perché, in meno che non si dica, salito su una imbarcazione che andava a Messina, fu facile gioco da lì arrivare dove volevo arrivare: Firenze, la città più popolosa, più godereccia e corrotta di tutto il mondo di allora. Lì, la strage di gente fu enorme! Pensate che su poco più di 100.000 abitanti, ne rimasero si e no 40.000! E non guardai in faccia a nessuno. Ovviamente i poveracci furono tanti di più tra le vittime, anche perché, proprio in quel periodo, c’era in giro una gran carestia che indeboliva prima di tutti quelli che non riuscivano a mettere in bocca un po’ di sostanza. Ma anche tra i signori e gli intellettuali non scherzai, davvero. Si salvarono solo quelli più furbi come quel Boccaccio rimasto famoso per le sue storielle, che si ritirarono fuori dai centri affollati e, con pochi eletti, rimasero appartati per tutto il tempo, circa un anno, in cui imperversai per la città! Ne vidi di tutte, in quella città in quel periodo. Quando si dice che era diffusa la pratica della sodomia, si dice solo una parte delle abitudini “contro natura”, come direbbero i benpensanti, cui erano dediti i fiorentini di tutte le classi sociali. Per non parlare dei tradimenti, della diffusione della pratica dell’usura, dei passaggi da una fazione all’altra secondo le convenienze del momento, in carosello dove tutti era presi dalla frenesia del godimento e della ricerca dell’arricchimento. Senza altri valori che questi!»

«Riprendi fiato, Yersina. Non ci rincorre nessuno. Noi, diversamente dagli umani, non corriamo neppure il rischio di essere infettati!», mi sento di dire al vecchio virus che quando comincia a raccontare le sue gesta, non la finirebbe mai.

Mentre tutti si mettono a ridere della battuta, Yersina, imperterrito, riprende a raccontare.

Fui impietoso, come vi ho detto. E se quel Boccaccio si salvò non fu solo perché fuggì con gli amici dalla città. Fu perché lui, con le sue poesie e la sua opera anticipò quello che venne dopo, quando la città fu ripulita ben bene e il genio fiorentino poté dispiegarsi in tutta la sua ampiezza. Si, il Boccaccio, che con la sua opera andò ben oltre le ballate dei cavalieri e delle dame su cui si era bloccata la letteratura fino ad allora, iniziando la tradizione del romanzo moderno, dove la vita e le pene dell’umanità, magari con po’ di ironia, danno un’altra sostanza alla narrativa.

«Ora l’avete capito, quale è stato il merito del sottoscritto, che è poi quello che ci tocca fare nella storia dell’umanità: gli spazzini, quelli che quando l’immondizia sta diventando troppo ingombrante, passiamo noi a dare una bella spazzolata. E, fateci caso, dopo l’umanità sembra che prenda un altro respiro e si ingegna dare il meglio di sé. In quella occasione Firenze andò oltre le più rosee aspettative. Non fece in tempo a passare neppure mezzo secolo che nacque Masaccio e da lì in avanti fu tutto un fiorire di grandissimi pittori, scultori, poeti, fino a Michelangelo e Leonardo che lasciarono un’impronta indelebile sulla storia dell’arte e dell’umanità!»

Ci ha messo tanta enfasi il vegliardo, che tutti scattiamo in piedi e cominciamo ad applaudire.

A questo punto, rimessi tutti a sedere, si alza il vecchio Nerone e chiede di parlare. Lo chiamiamo tutti così perché sembra che a lui gli scienziati non abbiano trovato un altro nome che quello di “peste nera”, o “peste bubbonica”. Ma non potevamo mica chiamarlo “Bubbone”, se la sarebbe presa a male, poveretto. Ma ascoltiamo quello che ha da dire.

(Fine prima parte. Continua)

di Renato Campinoti

La peste nera e fine di un'epoca: così il mondo cambiò per sempre

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