WEN – LÀ FUORI – Angoscia infernale – Marcovalerio Bianchi

ANGOSCIA INFERNALE

A novantadue anni Luigi viveva con la figlia Sara e il nipote Alberto.
Da quando non ancora ottantenne era rimasto vedovo, non avendo più la vicinanza e il sostegno dell’unica figlia che ormai viveva in un’altra città, sembrava non aver più interessi. Ma la vita non aveva ancora smesso di riservargli sorprese: qualche anno dopo, inaspettatamente Sara, appena separata, tornò ad abitare nella vecchia casa di famiglia assieme al padre, portando con sé anche il figlio piccolo. Se fino ad allora Luigi era andato avanti aspettando solamente che giungesse il suo momento, da quel giorno per lui iniziò una nuova esistenza. Finalmente era riuscito a sentirsi ancora utile, dando una mano alla figlia nelle faccende domestiche, andando talvolta a fare la spesa e accompagnando spesso Alberto a scuola.
Nonostante che da un paio d’anni non gli avessero più rinnovato la patente di guida, Luigi a dispetto dell’età continuava ad essere estremamente lucido ed efficiente, tanto che era ancora in grado di aiutare il nipote, ormai dodicenne, a fare i compiti di scuola.
Era sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, alla poliomielite e casualmente anche a un attentato terroristico durante gli anni di piombo; adesso che aveva avuto la magnifica opportunità di avere vicino la figlia e il nipote che lo adoravano, sperava solo di trascorrere i pochi anni che gli restavano tranquillamente, beneficiando di quella preziosa atmosfera familiare.
Quella mattina di marzo però Luigi si sentiva spaesato, come se il mondo gli fosse tutto a un tratto crollato addosso, perché sapeva che là fuori c’era una nuova guerra. Si affacciò alla finestra ma non sentì nessuno sparo, nessun ronzio di aereo pronto a sganciare le sue micidiali bombe e neppure il classico rumore del traffico, dato che le strade erano deserte, ma era cosciente che in quel momento tantissime persone stavano combattendo una guerra silenziosa quanto infida, combattuta contro un nemico invisibile che ormai da tempo aveva espressamente manifestato la sua ostilità all’intero genere umano.
Agli inizi di aprile Luigi era più di un mese che se ne stava chiuso in casa. Ancora camminava bene e avrebbe gradito fare una passeggiata all’aria aperta, ma i telegiornali continuavano a sconsigliare agli anziani di uscire se non per casi di assoluta necessità, trasmettendo fin troppo spesso immagini terrificanti di ospedali colmi di gente intubata e di bare caricate sui camion dell’esercito intervenuto in ausilio alle imprese funebri che non riuscivano più a gestire l’enorme mole di lavoro che avevano accumulato.
Anche Sara non gradiva che suo padre uscisse. Quando lei rientrava dal lavoro, ultimamente sempre stressata, prima di entrare in casa si toglieva le scarpe, poi appendeva il piumino lontano da altri indumenti, si lavava le mani, si levava la mascherina e infine si metteva i vestiti di casa. Solo allora abbracciava Luigi e Alberto.
Luigi era sempre stato un tipo abitudinario e ora gli pesava di non poter fare le solite cose che faceva di routine. L’unica volta che era andato fuori casa, era uscito senza mascherina perché all’inizio era difficile trovarle; mentre passeggiava si era accorto che le persone, alcune delle quali indossavano sia i guanti che la mascherina, camminavano guardinghe, cercando di mantenere un’adeguata distanza e stando attente a non avvicinarsi troppo tra loro, quasi stessero camminando in un campo minato. Non riusciva proprio a comprendere come si potesse vivere così, senza la possibilità di andare al solito bar a prendersi un caffè o all’edicola a comprare il giornale e senza nemmeno riuscire a fare due chiacchiere con qualcuno che si fermasse, magari dandoti un abbraccio o perlomeno la mano. Pensò che quello non poteva essere un mondo in cui valesse la pena di vivere, ma sperava che tutto presto sarebbe finito. Sì, ma quanto presto? Forse, data l’età, sarebbe morto prima per cause naturali. Quando poi rientrando, nel varcare la soglia di casa si accorse in ritardo di essersi dimenticato di togliersi le scarpe e fu pesantemente redarguito dalla figlia, da quel giorno perse definitivamente la voglia di uscire.
Luigi negli ultimi decenni non era proprio riuscito a stare al passo con i tempi. Non aveva mai avuto un computer e quindi non sapeva neppure come inviare una e.mail, né ovviamente come avviare una conversazione telematica o effettuare una semplicissima transazione finanziaria, però riusciva ancora a fare per conto proprio le varie commissioni, come quella di recarsi alle poste per pagare le bollette o in banca per operazioni varie. Era soddisfatto di essere ancora indipendente e di mantenere quei contatti umani che per lui erano fondamentali.
Adesso che non poteva più nemmeno pagare un semplice conto di casa, si sentiva sempre più come un pesce fuori dall’acqua. Quando poi un giorno nell’entrare in salotto disturbò involontariamente Alberto proprio mentre stava seguendo una lezione telematica con la scuola, quella volta si sentì addirittura come un vero e proprio emarginato…
Sara nel frattempo di giorno in giorno appariva sempre più nervosa. Spazzava e dava il cencio in casa con una frequenza insolita e di tanto in tanto raccontava che nel supermercato dove lavorava un collega o un altro era stato contagiato dal covid 19. La sera rimaneva incollata alla televisione ad ascoltare i vari notiziari sulla pandemia andando a letto tardissimo e passando talvolta in resto della nottata insonne. Quando portava la spesa a casa disinfettava meticolosamente le buste e tutti gli involucri esterni sotto gli occhi di Alberto che con esagerata apprensione ingigantiva di almeno cento volte il pericolo reale, non solo divenendo sempre più terrorizzato a uscire, ma non sentendosi neppure più sicuro in casa. Alberto era sempre stato un ragazzo sportivo che amava giocare a calcio e correre all’aria aperta ma adesso, dalla paura che aveva anche se gli avessero detto che dal giorno dopo avrebbe potuto ricominciare ad allenarsi, si sarebbe rifiutato. La mamma qualche rara volta gli aveva proposto di uscire a fare due passi all’aria aperta, lontani dalla gente, ma Alberto aveva sempre rifiutato.
Al di là del fatto che la sola idea di uscire lo atterriva, Alberto si era velocemente adeguato a un mondo in cui si poteva interagire esclusivamente tramite la rete. Insomma il ragazzo adesso si sentiva il vero padrone del mondo dato che gli bastavano pochi “click” per mantenere le relazioni sociali che gli interessavano con grande facilità, da quelle scolastiche a quelle tra amici, riuscendo anche ad essere utile in famiglia nell’ordinare spese a domicilio, spesso approfittandone per fare contemporaneamente qualche piccolo acquisto per se stesso.
Mentre il nonno senza il suo giornale, le sue parole crociate e neppure il suo buon caffè del bar all’angolo si intristiva sempre di più, Alberto al contrario pareva sempre più sicuro e quasi felice di poter essere un pilastro fondamentale di questo nuovo mondo basato su un’interazione a distanza. In quel mondo fittizio, dove Alberto pareva essersi rinchiuso per fuggire da un mondo esterno che lo terrorizzava, tutto sembrava possibile. I giochi al computer poi, dove non si provava dolore fisico e dove sembrava che il tempo non avesse mai fine in quanto tutte le volte poteva essere percorso a ritroso per ricominciare daccapo, avevano finito per proiettare Alberto in un mondo immaginario che faticava a distinguere da quello reale, confondendo talvolta la fantasia con la realtà.
Nonostante le evasioni virtuali, tuttavia Alberto spesso la notte si trovava in preda a incubi di vario genere, dei quali uno ricorrente lo vedeva costretto a difendere se stesso e i suoi familiari da zombie infetti che li inseguivano. Talvolta finiva per svegliarsi di soprassalto completamente sudato con il respiro affannato.
Al di là degli incubi, tutto sembrava comunque andare avanti senza eccessivi problemi, fino a quando, verso la metà di maggio, a seguito di una parziale riapertura delle attività dovuta a una notevole riduzione dei contagi, Sara chiese ad Alberto di uscire con lei per comprargli dei vestiti. Non ci fu in nessun modo verso di convincerlo a mettere il naso fuori della porta di casa. Solo allora, all’ennesimo rifiuto, Sara, sgomenta, si rese conto per la prima volta di aver involontariamente trasmesso le sue continue paure al figlio, che a sua volta sembrava averle amplificate oltre ogni limite. Anche Luigi, che nel frattempo aveva ripreso ad andare fuori casa con tutte le cautele, dopo aver inutilmente provato a persuadere il nipote a uscire, alla fine si arrese.
A fine maggio Sara ebbe qualche linea di febbre e subito si distanziò per quanto poteva da Luigi, cercando di fare la stessa cosa col figlio, al quale non aveva detto niente per non rischiare di traumatizzarlo in maniera irreversibile. Pur desiderando farsi il tampone per sapere se avesse contratto il covid 19, date le poche linee di febbre, il medico curante non la prese neppure in considerazione. Dopo un paio di giorni Alberto ebbe un banale raffreddore ma nessuno ci fece caso. Il giorno successivo anche Luigi iniziò a non sentirsi bene, seppure assai gradualmente.
Era iniziato come un normalissimo raffreddore, ma Luigi aveva lo strano presentimento che quello fosse qualcosa di molto più grave perché sentiva dentro di sé un malessere generale mai provato prima. Pensò che la vita gli avesse concesso tanto a farlo arrivare fino all’età di novantadue anni in ottima salute, ma soprattutto si sentiva un privilegiato per aver avuto la possibilità di ricominciare a vivere un’esistenza appagante e piena di affetti dopo la morte della moglie. Sapeva che la sua vita non sarebbe potuta durare ancora molto e questo lo accettava di buon grado, ma gli sarebbe dispiaciuto morire lasciando il suo unico nipote in una specie di limbo instabile dominato dalla paura e dallo sgomento. Pensò che forse un giorno sarebbe stato troppo tardi per cancellare quel trauma subìto dal nipote che non lo rendeva più libero di uscire di casa. Decise di parlargli.
«Alberto, c’è una cosa di cui desidero parlarti, ti prego, spengi il computer.»
«Ma nonno, proprio ora che stavo vincendo… uffa e va bene!» rispose il nipote controvoglia con gli occhi ancora incollati allo schermo, per poi incrociare lo sguardo serio del nonno e comprendere che si trattava di qualcosa di importante. Salvò il gioco e lo interruppe.
«Parliamo da uomo a uomo, visto che ormai sei grande!» disse Luigi, facendo sì che Alberto avesse un sussulto di orgoglio nell’essere trattato come un adulto.
«Bene Alberto, stammi bene a sentire, possibilmente senza interrompermi, come fai sempre. So che hai paura a uscire e questo è normale, anche gli adulti hanno paura. L’importante però è che la paura non ci renda schiavi di noi stessi, impedendoci di vivere una vita serena e dignitosa. La paura è come un mostro che si trova in tutti noi… l’importante, è sì, nutrire questo mostro, senza il quale la razza umana si sarebbe estinta da millenni, però non troppo. Se riusciamo a nutrirlo nella giusta maniera questo mostro ci proteggerà, facendo in modo che non si corrano eccessivi pericoli, ma se lo nutriamo troppo, questo mostro crescerà a dismisura dentro di noi fino a divorarci.»
«E quale sarebbe la giusta maniera per nutrirlo?» chiese Alberto toccandosi lo stomaco, come se il mostro si trovasse lì dentro.
«Sarebbe di non permettergli di alimentarsi delle nostre emozioni, bensì di dominarlo con la ragione.»
«Ah, però!» esclamò Alberto rimanendo per un attimo a bocca aperta, iniziando a recepire il messaggio.
«Mi spiego meglio. Possiamo essere liberi oppure schiavi di noi stessi, la scelta è solo nostra. Quello che dobbiamo fare per cercare di vincere la paura è documentarci, sapere se la paura che abbiamo è dettata dalla razionalità oppure solo dalle emozioni. Ad esempio, tu che hai tanta paura del coronavirus, avrai sicuramente sentito che è un virus che fa strage di anziani mentre raramente uccide persone giovani e mai ragazzi o bambini, a meno che non siano già gravemente malati prima. Dunque, perché devi aver paura di un virus che a te non farà mai niente se non farti avere un piccolo raffreddore o poco più? La vita non è certo dentro lo schermo del tuo computer, il mondo che ti aspetta è là fuori! Un giorno avrai pure una ragazza no? Per averla dovrai frequentarla! E come credi di farlo stando attaccato a uno schermo? Dovrai pure ricominciare a giocare a calcio, ad abbracciare le persone, a mangiare una pizza fuori, a dare una pacca su una spalla a un amico, no? Bene, tutto questo da casa non lo potrai certo fare!» spiegò Luigi, accentuando in particolar modo l’ ultima frase.
«Ma io non ho paura… cioè sì, ma non per me, la mia paura è stata sempre per te nonno; se io becco il virus e te lo attacco, ho paura che tu muoia…» disse Alberto non sapendo di aver già involontariamente infettato il nonno, mentre quest’ultimo, commosso, si portò entrambe le mani sulle guance osservando il nipote con uno sguardo che esprimeva un insieme di stupore e ammirazione: Alberto era davvero diventato un uomo! A quell’età Luigi pensava di aver capito tutto della vita e invece aveva ancora tanto da imparare, questa volta da un ragazzo di dodici anni. Abbracciò il nipote mantenendolo stretto a sé a lungo e poi gli dette un bacio sulla fronte.
«Ma allora tu lo facevi per me…» riuscì appena a balbettare Luigi, riprendendosi solo dopo un po’.
«Ecco… devo dirti ancora una cosa… c’è la possibilità che mi sia beccato il virus. Tre giorni fa, quando sono andato a comprare il giornale, c’era una persona senza mascherina che non mi aveva visto e quando ha avuto un forte attacco di tosse io malauguratamente mi trovavo proprio dietro di lui. Non ho potuto evitarlo.» si inventò di sana pianta Luigi per non far avere sensi di colpa al nipote che lo osservava annichilito.
«Adesso che non hai più motivo di aver paura, mi andresti a comprare il giornale visto che mi sento troppo debole per uscire? Però nel dubbio mettiti la mascherina e i guanti, non si sa mai, sempre meglio essere prudenti, per se stessi e per gli altri.» disse Luigi, notando che il nipote, disperato per quello che gli era stato appena detto, riusciva a stento a trattenere le lacrime. Non fece a tempo a dargli una moneta da due euro che Alberto, per non far vedere che stava iniziando a piangere, era già uscito.
Il giorno dopo Luigi ebbe la febbre alta e dopo due giorni lo portarono all’ospedale, dove morì la notte stessa senza che ai suoi familiari fosse consentito di dargli l’ultimo saluto. La notte in cui morì, Luigi sognò di avere vicino a sé Sara e Alberto. Se ne stavano in piedi accanto al suo letto, sereni. Attesero che lui si alzasse, lo presero per mano e insieme lo accompagnarono in fondo a un corridoio dove c’era una luce calda, rassicurante; lo abbracciarono a lungo teneramente, poi scomparvero. Quando il medico constatò il decesso di Luigi Bardi, notò con stupore che il paziente aveva uno strano sorriso sulle labbra.

di Marcovalerio Bianchi

Una opinione su "WEN – LÀ FUORI – Angoscia infernale – Marcovalerio Bianchi"

  1. Questa panmdemia è stata particolarmente difficile per gli anziani eancor più per quelli, come il tuo personaggio, non collegati in rete. Con tutti i suoi difetti, il web ha salvato davvero tante vite e tanta economia in questi mesi. Pensa solo a quanto “smart working” è stato svolto dalle case, impedendo che tutto si fermasse davvero!

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