WEN – LÀ FUORI – La filanda – Nicoletta Manetti

Dal romanzo “VICO”

LA FILANDA
Marradi 1934

Mentre si incamminava alle sei di mattina verso la filanda, l’Annina, infagottata di grigio, non parlava con le compagne: aveva freddo e sonno. Nemmeno dopo si scambiava una parola, per il rumore delle macchine e delle caldaie: il rimbombo scendeva pesante dalle volte del soffitto fino dentro alla testa e durava ininterrotto fino alla sirena.
Ma quando andava al fiume a lavare i panni o la domenica alla messa, allora con le amiche chiacchierava. Parlavano della Serafina che era andata a servizio a Firenze e tornava d’estate coi vestiti colorati e tanti racconti. La settimana prima era partita anche l’Armida.
L’Anna aveva vent’anni e non aveva mai lasciato Marradi: non avrebbe neppure saputo immaginarsi lontana dal fiume, dall’orto, dai sentieri folti di castagni.
Era la figlia maggiore: i due fratelli già da anni si alzavano insieme al padre quando era ancora notte e si imbottivano di giornali sotto la maglia. La mamma li seguiva coi pentolini caldi da infilare nei tascapane; poi tutti e tre inforcavano le biciclette e finivano di svegliarsi per strada.
Gli scalpellini, che all’alba da Marradi si avviavano verso le cave, parevano lucciole in processione tra le gole della montagna. Passavano la giornata a squadrare pietre da lastricare e li vedevi tornare che era già buio un’altra volta.
Una sera dopo cena l’Anna stava spazzando le briciole della sparecchiatura, mentre la madre lavava i piatti. Sentirono bussare all’uscio e videro la testa grigia della Piera, la perpetua del prete, infilarsi nella penombra della cucina.
«L’è permesso?».
«Buonasera Piera, che è successo?».
«No, niente, scusate l’ora, ma ho visto il lume acceso… volevo parlare con l’Annina e con voi… ».
Mamma Angiolina si asciugò le mani nel grembiule, porse una seggiola alla donna e si sedette. L’Anna appoggiò la granata.
«Allora, Piera?».
«E’ per via della Lena, la figliola del procaccia: lo sapevate che doveva partire la settimana entrante per andare a servizio a Firenze, no?».
«S’era sentito dire qualcosa … ».
«Ma è una disgrassia di Dio quela burdela: non sto a dirvi perché… roba da confessione! Insomma la non ci può più andé! ».
«E’ un peccato davvero … ».
«E dire che era un posticino benedetto: una famiglia per bene, commercianti, con due bambini… e Don Mario che ci ha speso la parola!».
«Beh sì, avete ragione ».
«E’ che Don Mario ha pensato all’Annina, lei sì che è una brava burdela e se lo merita un bel posto in quel modo! E ci farebbe fare bela figura anche a lui ».
«Io !?!» disse sorpresa l’Annina.
«Benedetta fiola, non mi dir che sarà mei la filanda! Vieni domani a ragionarne con Don Mario ».
L’Anna si guardò le mani rosse e spellate per tutti gli anni a mollo nell’acqua bollente.
Lei andava sempre alla messa, ci mancherebbe altro, alle processioni, e anche alle funzioni e alle novene di Natale; ma con Don Mario, da sola, nella sacrestia con le edicole dei Santi con gli occhi strabici, non ci era mai voluta rimanere.
Fin da piccola, ogni volta che lo guardava intonare tante belle parole sull’altare, pensava la stessa cosa: prima di infilarsi la tonaca, era appena tornato da caccia coi suoi fringuelli ciechi.
Usava tra i cacciatori accecare gli uccellini, il richiamo diventava più disperato e acuto: Don Mario, in barba a San Francesco e al Cantico delle Creature, ne aveva accecati a centinaia. Li teneva in una stanza dietro la sacrestia e anche dalla chiesa si sentiva forte lo stridore.
«No a parlare no… ma ci penso ».
«Certo… così su due piedi! Se ne parla domani con Franco e i ragazzi, ora sono già tutti a letto » disse la mamma.
L’Anna quella notte non dormì; appena si assopiva, le pareva di volare. Dall’alto vedeva i tetti di una città sconfinata, abbaini, comignoli, cupole. Il cielo era nero di nubi: ma quando lei in volo si avvicinava, scopriva che erano frotte di fringuelli che strillavano come quelli del prete.
L’idea fu discussa la sera dopo, a cena: all’alba, mentre gli uomini si imbottivano di giornali e infilavano i pentolini nelle sacche, l’Angiolina non aveva avuto cuore di accennare a nulla.
Pensò che “a pancia piena si ragiona meglio” e preparò una buona minestra di cavolo nero per la cena. La sera mise il fiasco del vino in tavola e si sedette anche lei.

di Nicoletta Manetti

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