WEN – LÀ FUORI – Là fuori – Renato Campinoti

Là fuori

Mentre tutti restavano chiusi in casa nel periodo più duro del lockdown, c’era chi fuori ci stava per controllare, com] presa Caterina, poliziotta tutta d’un pezzo ( e che pezzo!). All’ora di pranzo, per la verità, era in casa anche lei, a Novoli.
«Mi ha fatto un gran piacere che tu venissi a trovarmi. Sapessi quanto pesa per una sola come me, non potere uscire neppure per fare quattro passi! Brava davvero, Caterina», le diceva Cesira, mentre la esortava a finirlo tutto il baccalà che era corsa a comprare al supermercato là vicino. «Te lo ricordavi che mi piaceva così, alla fiorentina! E’ favoloso. Se venissi troppo spesso a trovarti, addio alla linea!»
«Non dire sciocchezze!», la riprendeva affettuosamente la vecchietta che in altre occasioni aveva perfino dato una mano a Caterina a risolvere una drammatica questione di femminicidio.
«Piuttosto, dimmi, che fai? Ti occupi solo di fare le multe a qualche disgraziato? Non ti sono capitati casi un po’ più interessanti?»
«Per la verità, proprio in questi giorni ho dovuto affrontare una situazione piuttosto spinosa. Mi sei mancata, sai?»
E mentre Cesira allargava gli occhi per la meraviglia, Caterina le raccontò di come, proprio a causa di questa grave situazione che costringeva tutti a chiudersi in casa, stavano aumentando paurosamente i casi di violenza dei mariti verso le loro mogli. Così era toccato a lei convincere una signora piuttosto giovane, madre di un bellissimo bambino, a fare ricorso al numero dedicato ai casi come il suo e a farsi accompagnare in una residenza d’accoglienza e il cui indirizzo non è noto a nessuno. «O almeno così voglio sperare», aggiunse la poliziotta, ripensando a quanto le aveva detto una vicina della signora a proposito delle conoscenze altolocate del marito. Ma non fece in tempo a concludere il racconto, che il cellulare squillò e, ascoltate le parole di Martelli, vicequestore e suo diretto superiore, dovette affrettarsi a salutare Cesira con l’impegno che sarebbe tornata nuovamente entro pochi giorni. «Grazie del Baccalà. Favoloso, Cesira. Che mi farai la prossima volta?»
«La “francesina”, Caterina! La prossima volta ti faccio la “francesina” con le cipolle di Tropea!»
Quando arrivò, secondo le indicazioni di Martelli, dall’orefice di Piazza Dalmazia che stava là, mascherina indossata, a contemplare lo scasso alla saracinesca del proprio negozio, non fece in tempo a scendere che il titolare, signor Papini, le corse incontro trafelato e pronto a raccontare. Caterina, per non perdere troppo tempo, lo bloccò e tirò fuori il computer per verbalizzare. I rarissimi passanti, pur muniti di dispositivo, non potettero fare a meno di soffermarsi a contemplare le meravigliose forme di quella poliziotta, piegata sul cofano della “pantera” a prendere nota del racconto dell’orefice.
Che poi si riduceva alla sorpresa che il Papini aveva trovato quando, avendo udito suonare l’allarme, subito dopo pranzo, si era subito recato lì. «Sono riusciti, in un batter d’occhio, a portare via la merce più preziosa. Non credo proprio che la compagnia assicuratrice mi riconoscerà nemmeno la metà del valore di ciò che è sparito!» Quindi, vedendo lo stupore sulla faccia di Caterina, aggiunse: «Già le cose non andavano bene da tempo, con la crisi e tutto il resto. Ora poi, da quasi due mesi che siamo bloccati…insomma non ho potuto che abbassare tutti i costi, compreso quello dell’assicurazione!».
La giovane poliziotta scrisse tutto, chiamò un fabbro che si recasse immediatamente sul posto per riparare i guasti alle serrature del Papini e, appena questi arrivò, si recò in Questura per riferire a Martelli. Quando passò davanti all’ufficio di Matteo, suo marito e collega, appena rientrato da un turno di ronda per la città, al giovane venne di pensare perché non succedeva anche a lui di essere costretto a rimanere a casa con la propria famiglia!
«A me è sembrato piuttosto turbato, quel Papini, signor Vicequestore. Ma non si sa mai con questi orafi. Sono sempre a lamentarsi e poi fanno certi ricarichi sui prodotti che vendono…»
Martelli la fermò con un cenno della mano. «A Papini penseremo dopo, Caterina. Hai fatto tutto bene e ho già dato disposizione per mandare una macchina a tenere la situazione sotto controllo. Ora devi occuparti di nuovo di quella giovane signora che hai portato al centro antiviolenza alcuni giorni fa»
«Ce l’ha fatta! Quel delinquente ce l’ha fatta! Ma ora basta, Martelli. Noi a cercare di far applicare la legge per sottrarre le vittime ai carnefici…»
Ancora una volta Caterina non riuscì a finire la frase perché Martelli la prese per le spalle e quasi le urlò. «Hai ragione Caterina! Hai mille volte ragione. Ma ora c’è da correre dove sai, prelevare ancora la signora col bambino e portarla ad una nuova situazione. Questa volta, te lo giuro, non lo saprà nessuno, nemmeno il Prefetto, Perdio! ».

Quando, la sera, Caterina fece il resoconto della giornata a Matteo, al termine della cenetta a base di filetti di orata e insalata mista, Matteo la guardò con una certa meraviglia. Finì che non sparecchiarono neppure e corsero a fare l’amore come fosse stato la prima volta.
La mattina, di buon’ora, erano insieme alla casa di Papini, con tanto di mandato di perquisizione, al termine del quale, constata la notevole liquidità rinvenuta e la polizza assicurativa che copriva ben oltre il valore della merce che l’orefice aveva dichiarato essere sparita, lo costrinsero a confessare che il tutto era architettato con dei signori che l’avevano fermato e gli avevano proposto l’affare, purchè lui accettasse la messa in scena della rapina e la consegna dei girelli, «a prezzo intero», specificò. A riaprire l’attività ci avrebbero pensato loro, una volta che l’epidemia fosse terminata.
«Caro Martelli, ti sei tradito quando hai detto che è suonato l’allarme subito dopo pranzo. Non era possibile, io sono stato in Piazza Dalmazia per più di due ore, da dopo le dodici fino oltrea le quattordici e non ho sentito o visto nulla. Quello del finto scasso è un lavoretto che avete fatto con i tuoi complici probabilmente di notte.»
«Dimmi una cosa, orefice», intervenne Caterina, «Questi complici che dialetto parlavano? Calabrese per caso?»
Mentre scuoteva la testa per assentire, Papini si mise a piagnucolare. «Ora ho una paura tremenda. Che mi faranno?»
I due giovani si guardarono e Caterina rispose per entrambi:
«Ti conviene sperare di farne più possibile di galera, dai retta a noi. Quando si pretende di fare affari con la Mafia o la N’drangheta calabrese, si deve sapere quello che si rischia!»
Poi, consegnato Papini a chi di dovere, nell’ufficio del vicequestore, Martelli, Caterina e Matteo fecero insieme l’amara constatazione che il superiore espose a voce alta: «Questa pandemia, sommata alla già difficile situazione della crisi precedente, sta facendo penetrare sempre più queste organizzazioni criminali nel tessuto economico di questa regione. Dai un colpo alla Mafia e si accresce il potere della ‘Ndrangheta….».
Poi, visto che quel giorno avevano ottenuto un piccolo successo, decisero di farsi un caffè alla macchinetta della Questura, visto che là fuori era ancora tutto chiuso.

Renato Campinoti, 18/05/2020

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