WEN – LÀ FUORI – Questione di fortuna – Antonella Cipriani

Questione di fortuna


«Parlavi solo con gli occhi» mi diceva mia madre. «Io ti capivo anche se dalla tua bocca non uscivano parole, poi a cinque anni hai iniziato a parlare e non hai più smesso».
Con le parole mi sono fatta strada. Capricciosa e ambiziosa fin da piccola, appena ho intuito le regole del gioco, ho cominciato a correre, sfruttando le possibilità che incontravo lungo la strada, scalando con fermezza ogni ostacolo fino ad arrivare a traguardi che di volta in volta mi proponevo. Laurea in medicina e chirurgia, specializzazione in cardiologia, titolo di professore ordinario. Non mi sono mai fatta mancare niente, ciò che ho voluto l’ho ottenuto e se non ne avevo più bisogno, l’ho lasciato. Come per il mio matrimonio, esaurito come fuoco senza legna, di comune accordo. Nessuna colpa, nessun rimpianto. Fa parte del gioco. La sorte prende e lascia, crea e distrugge, dà gioia e pianto anche se a volte picchia forte sulla stessa sponda accanendosi coi soliti infelici. Lo so, è un’ingiustizia. Con me è sempre stata generosa, devo ammetterlo. Anche ciò che mi è accaduto tre settimane fa, lo conferma.
Milano. Convegno sugli aspetti genetici correlati alle cardiomiopatie ipocinetiche. Terminata la mia relazione con grande approvazione del pubblico, non ero riuscita a sottrarmi agli abbracci, baci, strette di mano dei colleghi. Non amo molto il contatto fisico soprattutto di persone che non conosco bene. Certe occasioni però lo esigono. Avevo lasciato finalmente la location, più distrutta che soddisfatta. Sul treno già mi gustavo il riposo del week end in previsione della settimana già piena di impegni. Ed ecco i primi sintomi. Mal di testa. Con una bella dormita scomparirà. Tosse secca, stizzosa. Colpa dell’aria condizionata. Dormii profondamente tutta la notte ma al risveglio ero scossa dai brividi. Febbre a trentanove. Strano per me. Niente appetito. Due biscotti mandati giù a forza ma senza avvertirne il sapore. Antipiretici. Come acqua calda, la febbre non scende. Non esitai a chiamare Gianni, il mio collega, anche perché non potevo certo andare al lavoro in simili condizioni. Dalla telefonata a ritrovarmi in terapia intensiva il passo è stato breve. Anche qui, questione di fortuna: se non avessi lavorato in ospedale, se non avessi allertato Gianni, se il mio sistema immunitario non fosse stato così forte, se , se…, se insomma non avessi imboccato la strada giusta e nei tempi giusti adesso non sarei qui a ragionare fra me e me, con voi.
Il tampone, laTac, gli esami ematici confermarono la diagnosi. Segni e sintomi c’erano tutti. Grazie alla tempestività delle cure – e sempre per la mia buona sorte – non è stata necessaria l’intubazione. Me la sono cavata con la ventilazione non invasiva che non è comunque una passeggiata: un casco in testa, una bolla di plastica trasparente dove circola in continuazione aria e ossigeno pompati da una macchina esterna. Frrr frrr … una cosa pazzesca, un rumore continuo che insieme al respiro ti regala tutto il dolore della malattia, amplificato in una cavità che funziona da cassa di risonanza e che ti separa dal mondo. Tu dentro e il resto fuori. Per fortuna, il “fuori” era lì: Gianni, i colleghi, le infermiere, tutti con lo scafandro, ma vicino a me. Mai come in quei momenti ho desiderato un abbraccio, una carezza, un bacio, la tattile presenza di un essere umano. Ironia della sorte, ma si sa è la mancanza a creare il desiderio.
Adesso sono a casa, clinicamente guarita, ma ancora convalescente. Ho tutta l’intenzione di rispettare la quarantena nel senso letterale del termine, quaranta giorni tra le mura di casa, senza uscire. Là fuori, c’è troppo rumore e adesso ho solo bisogno di silenzio, come quando ero piccola e non mi servivano le parole. Non ho nessuna fretta. Non credo nemmeno che ricomincerò la corsa interrotta, camminerò certo, anche se a passo svelto, il mio. Al momento non vedo traguardi.Il mondo può fare anche senza di me. Non sarò certo io a cambiare la sorte degli eventi, tanto, lo ripeto, è solo questione di fortuna.

di Antonella Cipriani

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