WEN – ACQUA – Dal diario di bordo di Lapa – Cristina Gatti

Dal diario di bordo di Lapa

Solcando i mari d’acqua e di inchiostro, a documentare l’ultimo viaggio prima di ritirarmi alla vita da scrittore. Mi aspetta una nuova vita avventurosa e di sola fantasia.

17 Luglio 1973 LIVORNO ore 8.00 – Mi chiamo Daniele, ma tutti mi chiamano Lapa. Sono un ottimo marinaio, robusto e forte. Sono così bravo che ho avuto l’onore di essere stato scelto per la crew -l’equipaggio esperto- del Nasca, una graziosa imbarcazione a vela di cinquantasei piedi, salda di scafo e con una velatura nuovissima. L’armatore, Simon Dart – non credo sia il suo vero nome perché è italiano- possiede una flotta di dieci imbarcazioni e una schiera di abili marinai come me. Non mi propone di lavorare con lui molto spesso e la paga è bassa, ma io accetto sempre perché amo così tanto navigare che per me si tratta di una vacanza! Andar per mare ripulisce la mente assopita dalla monotonia del trantran quotidiano, i pensieri si fanno più limpidi e la coscienza ringiovanisce. Il silenzio del mare ha il potere di cancellare perfino il ricordo delle urla di mia madre: è il suo modo di ricordarmi quanto io sia crudele a lasciarla da sola. E lo fa quasi ogni giorno.

Simon è arrivato e mi saluta, come sempre, con una frettolosa stretta di mano. In realtà non ci conosciamo molto, non credo che lui sappia che un’altra mia passione è la scrittura e che ho raccolto più di duecento quaderni di viaggio che ho scritto in giro per il mondo. Scrivo reportage, storie, articoli, riflessioni. Di tutti i miei testi, quelli che preferisco sono i giornali di bordo come questo che sto iniziando oggi: è come parlare con me stesso, scrivere un pensiero ogni giorno, rileggendo quello precedente. Quando tornerò a Bologna tra due mesi li farò trascrivere in bella calligrafia dal mio amico Stefano, un editore squattrinato che crede ancora nel valore del manoscritto. Non voglio darli in pasto alla carta stampata di un’editoria troppo facile. Amo la scrittura, quella a mano: carta, penna, calamaio e fantasia.

Simon mi ha dato istruzioni su cosa fare e mi ha condotto sul Nasca, in partenza per la Grecia, isole Ionie. Si fida di me: lui non verrà. Dovrò accompagnare, al comando della barca, cinque suoi clienti durante una vacanza tra le isole di Cefalonia, Lefkada, Kastos e Itaca. Così accolgo l’equipaggio con cui condividerò i prossimi quarantacinque giorni. I primi ad arrivare sono una coppia di Ozzero in provincia di Milano. Al primo sguardo, sembrano due che non resisteranno a lungo insieme. Lui si chiama Roberto, sulla cinquantina stempiato e con l’aria cinica. Lei è Marilena, un nome che le sta bene perché somiglia a cantilena. Si presenta subito con un fare ciarliero e petulante, sintomo di quell’entusiasmo quasi infantile di chi non è mai uscito dal proprio paesino. Poi arriva Claudine, un’agile biondina, forse straniera ma, almeno lei, giovane: avrà sui venticinque-trenta anni. Claudine, con uno sguardo acuto come quello di un’aquila incorniciato da una figura gracile, mi dice che per lei può andar bene dormire in dinette (lo spazio comune). Penso che, di solito, quelli che parlano così lo fanno per pagare di meno. Forse è una furbetta con pochi soldi che di certo ha già viaggiato a vela. Infine si imbarcano due ragazzoni sulla trentina con gli occhi desiderosi di avventure, Ferdi e Maurizio. La prima avventura però è farli salire a bordo, perché uno di loro stava quasi per cadere in acqua. In porto e da una passerella! Iniziamo bene! Comunque questi due mi piacciono perché parlano poco e non si precipitano, come tutti gli altri, ad occupare il posto migliore. Forse mi potrei fidare per le manovre, così non dovrò fare tutta la fatica da solo. E così imparano a stare in equilibrio! Chissà se sono gay?

30 Luglio 1973 STRETTO DI MESSINA ore 17.00 – Il Nasca sta attraversando lo stretto di Messina con 12 nodi di vento e la corrente a favore. Abbiamo atteso ad Alicudi il momento migliore perché, si sa, lo stretto non perdona. Oggi Scilla e Cariddi sono sazie del naufragio di una barca schiantata sugli scogli tre giorni fa. Il promontorio Scillèo si allunga in mare verso lo stretto e, nei giorni di tempesta, si nasconde agli occhi del navigatore giocandogli brutti scherzi. Sembra come una gamba allungata per farlo inciampare. Solo che, salvo il caso eccezionale di Colui che seppe camminare sulle acque, in mare non si cade a terra, si affoga. Anche Alexandre Dumas scrisse di Scilla e del suo promontorio: «Arrivai in città ammirando la sua strana posizione. Costruita su una altura discende come un lungo nastro sul versante orientale della montagna, poi girandosi a guisa di S, viene a distendersi lungo il mare…». Io, nel mio piccolo, tremo davanti allo stretto e le sue leggende, anche se l’ho attraversato in barca non ricordo nemmeno più quante volte.

Dopo tredici giorni di navigazione, con tappe all’isola del Giglio, alle isole pontine, alle Eolie e dopo tutti i turni di sorveglianza notturna decisi da me, le mie previsioni si sono quasi avverate. La coppia milanese ha deciso di prendersi un momento di riflessione dopo averci deliziato con i loro litigi per una intera settimana. Alla fine hanno deciso, democraticamente, ma su caldo suggerimento di lei, che lui debba dormire fuori nel pozzetto. Così, da cinque giorni, Roberto si gode le notti stellate nel sacco a pelo e l’umidità nei capelli. Claudine invece, che si è rivelata meno fragile del previsto, è riuscita a liberare la cima del fiocco incastrata dai 35 nodi di vento che abbiamo preso in avvicinamento ad Alicudi. Quel giorno, mentre i due ragazzoni, evidentemente gay, sono rimasti inebetiti dal vento e dalla spuma delle onde che lambiva il tek, la biondina, sostenendosi alle sartie, arrancava a prua e a mani nude liberava la cima. La vela, per ringraziarla, si è aperta su di lei frusciando come un paio di ali giganti e il mare le ha delicatamente lavato il viso dalla fatica. Penso che ora il peggio sia passato, anche se dovremo attraversare lo Jonio lontano dalla costa: sono previsti venti forti entro 10 miglia dal golfo di Policastro ed è meglio girare al largo.

2 agosto 1973 MAR JONIO ore 5.00  Sono solo al timone, tutti dormono. Roberto è sceso a dormire sotto coperta lamentandosi perché l’umidità della notte ha inzuppato il suo sacco a pelo. La notte scorsa ci siamo lasciati alle spalle la luce arancione dell’Etna che era l’unico punto di riferimento nel buio più assoluto. L’alba sul mare è stupenda e le previsioni del tempo sbagliate. Mi godo l’aria fresca della mattina mentre la barca procede col solo motore; non c’é vento e il mare è piatto e muto. Ascolto lo sciacquettìo lieve dell’acqua sullo scafo. Sono circondato da una bellezza infinita fatta di silenzio, di luce bianca e avvolgente, quando all’improvviso, guardandomi intorno, mi accorgo che non si vede terra, non c’è niente all’orizzonte per 360 gradi, solo acqua. Ho una vertigine, mi stringo nella giacca che indosso, mi guardo i piedi nudi appoggiati sul tek e realizzo tutta la mia piccolezza. Sento che la mia vita è affidata soltanto a questo guscio di noce che galleggia, spinto da un debolissimo filo di vento. Intorno a me l’immensità del cielo, del mare, dell’universo che contengono questa piccola scimmia marinara, che sono io. Provo una sensazione affascinante e terribile allo stesso tempo, come affascinante e terribile è il mare. La mia anima trema in preda a una vertigine spirituale, dove il piccolo e il grande, il sopra e il sotto si confondono in un tutt’uno con lo spazio infinito. Questa sensazione dura solo un attimo poi il mio sguardo è catturato da qualcosa. Davanti alla barca a una distanza di mezzo miglio, galleggiano degli oggetti marroni, sembrano sacchi o tronchi di legno rotondi. Stiamo andando dritti contro di loro. Con un balzo veloce verso il timone, tolgo il pilota automatico e viro a dritta per cercare di evitarli, ma mi accorgo che quegli oggetti saranno almeno una cinquantina. É impossibile non sbatterci contro. Allora mi arrendo all’inevitabile. Spengo il motore e lascio che la barca segua il suo abbrivio perdendo velocità. Forse se ci arriviamo lentamente l’impatto sarà più lieve. Sento il cuore battere nelle tempie, mentre spero che quelle cose non facciano danni. Ecco la prima, stiamo per urtarla, giro intorno al timone per vedere. Non succede niente. Mi affaccio e scopro che sono un branco di tartarughe marine. Sono loro ad evitare me. Una, quella più vicina, solleva la testa dall’acqua e mi guarda con un solo occhietto nero, poi, con un colpo di pinne, cambia direzione. Dopo qualche secondo anche tutte le altre si immergono scomparendo nel blu profondo. Passata la paura, rimane la sensazione che ognuno, in qualche modo, sia protetto da un disegno sovrannaturale. Sono più di dieci anni che viaggio per mare ma credo che non smetterò mai di viaggiare, nemmeno con la fantasia. Perché c’è così tanta bellezza nella Natura che basterebbe soltanto questo a riempire il cuore di meraviglia e di gioia di vivere. Intanto Claudine si è svegliata e appare dalla scaletta: “Che cosa è successo? Ci siamo fermati?”. Ecco, è finita la pace e comincia un’altra giornata.

10 settembre 1973 CAPITANERIA DI PORTO DI FISKARDO – ISOLA DI CEFALONIA ore 8.00“Gentile signora Ungarelli, chi scrive è il capitano di corvetta Alexios Pitroipa, comandante del Porto di Fiskardo. Ho appreso con dolore la notizia della morte di suo figlio Daniele, nel naufragio del Nasca sugli scogli di Dafnoudi nel nord dell’isola, a poche miglia dalla baia di Emplisi dove forse stava cercando riparo dai venti da nord-est nella notte del 12 agosto u.s. In questa luttuosa circostanza mi unisco al cordoglio della Marina Militare greca che ha già provveduto al trasporto della salma in Italia, e desidero esprimere a Lei e ai parenti tutti, sentimenti di profonda partecipazione al vostro dolore. Desidero inoltre farle avere questo diario di bordo tenuto da Daniele, al quale unisco le mie parole a testimonianza della grandezza e del valore di suo figlio. Come si conviene ai migliori comandanti, suo figlio non ha abbandonato l’imbarcazione fino a quando non è riuscito a mettere in salvo l’equipaggio, eccetto, come Lei saprà, la signorina Claudine Baugè, la quale lo ha aiutato coraggiosamente a sbarcare gli altri e purtroppo ha subito la stessa sorte del suo coraggioso Daniele. La dinamica è stata ricostruita soltanto adesso, quasi un mese dopo, grazie a un testimone che ha assistito alla tragedia dalla scogliera ovest di Emplisi. Il testimone, un pescatore di Fiskardo, ha visto chiaramente un uomo e una ragazza bionda che calavano in mare la scialuppa, aiutando quattro persone ad entrarvi. Subito dopo un’onda ha allontanato la barchetta e i due hanno cercato di riprendere il controllo del natante, ma purtroppo un’altra onda li ha disalberati e sbattuti sulla scogliera. Ho letto con molta emozione e piacere le parole di suo figlio e il suo desiderio di dare alle stampe i suoi scritti. Ho appreso anche la sua volontà di smettere di viaggiare e di ritirarsi a una vita da scrittore. Le mando questo diario, purtroppo incompleto e sciupato dall’acqua, che si unirà alla collezione di tutti i suoi testi, nella speranza che la memoria di lui possa essere onorata e il suo talento letterario reso noto al mondo. Disgraziatamente per lui questo viaggio è stato l’ultimo, non come aveva deciso che fosse, ma l’estremo viaggio, quello dal quale tutti noi siamo colti alla sprovvista. Possa il Signore accoglierlo nella luce in Paradiso e ricompensarlo per quanto ha realizzato nella sua vita. E possa essere di conforto a Lei sapere che una persona così speciale non sarà mai dimenticata. Quanto a me voglio immaginare che continui a viaggiare, a sognare, a scrivere nel luogo dove riposa la sua anima. La saluto e le rinnovo le mie più sentite condoglianze.”

Alexios Pitroipa

di Cristina Gatti 

 

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