WEN – ACQUA – L’Abluzione – Manna Parsì

Sima Banù era inginocchiata vicino alla fontana davanti alla vasca e mormorava versetti del Corano.

Era un torrido pomeriggio d’estate di Teheran.

Dall’altro lato della vasca la bambina la fissava. Si sentiva il chiasso dei ragazzini dal vicoletto dietro il muro del giardino. Quanto avrebbe voluto stare insieme a loro, mettere i piedini nudi per rinfrescarsi nei canaletti che dalla montagna attraversavano la città e trasportavano la neve sciolta.  Il muro del giardino che li separava era alto e spesso. Durante le notti calde d’estate dormiva insieme ai nonni nel giardino e contava i gatti randagi che camminavano sul muro. Molte volte quando si azzuffavano lei si appiccicava al nonno per paura oppure si nascondeva sotto le lenzuola.

L’anziana donna fece l’abluzione per la preghiera del tramonto: si lavò il viso, con la mano destra versò l’acqua sul braccio sinistro e lo strofinò, fece lo stesso con la mano sinistra, dopo lavò prima il piede destro e poi il sinistro. “Dio grande”, mormorò. Alzò lo sguardo e vide la bambina che la fissava in un silenzio rispettoso. Dalla casa si sentiva il pianto delle donne e il Mullah recitava i versetti del Corano.

All’ improvviso Sima banù gettò un pugno d’acqua verso la bambina, che saltò e fece un moto di gioia. Ripeté il gesto e la piccola prese coraggio e gettò qualche gocce d’acqua verso di lei. Si misero a ridere tutte e due e così iniziò il gioco. Il terreno vicino alla vasca si bagnò e si alzò il profumo tipico di terra bagnata. Qualche goccia si posò sui petali delle rose del nonno, che le aveva chiamate con il nome della nipote, Leila. Entrambe avevano i vestiti bagnati ma continuavano a gettarsi addosso l’acqua fresca e il calore circostante pian piano si afflosciò tra le gocce nell’aria. La nonna e la nipotina ridevano a crepa pelle e alla bambina non importava più il chiasso dei suoi coetanei oltre il muro e gli interminabili lamenti che venivano dall’interno

Due donne vestite di nero uscirono dalla casa agitate.

“Sima Banù, non sta bene ridere in questo momento. Il corpo di Alì Khan è ancora caldo sotto la terra”, disse una delle due.

Leila guardò spaventata la nonna che invece rimase vicino alla fontana indifferente alla loro agitazione. La bambina sapeva che nei giorni di lutto non avrebbe dovuto né ridere né dimostrare gioia. E ora sarebbe stata rimproverata dalla mamma.

“Alì Khan era mio marito e mi capirà. Vedere da lassù Leila felice rallegrerà di più la sua buona anima che il vedermi piangere. Andate via e lasciateci in pace”, disse Sima Banù seccata.

Le due donne si ritirarono indispettite e poco dopo ricominciarono lamenti e pianti mischiati con le parole incomprensibili del Mullah.

“Nonna possiamo giocare ancora?” chiese Leila intimidita. L’anziana donna tirò su la gonna, entrò nella vasca e trascinò anche la bambina con sé. Il calore pomeridiano cedette il posto alla frescura dell’acqua della vasca. I pesciolini rossi guizzavano tra i loro piedi e le facevano il solletico. Si presero per mano e saltellarono su e giù nella vasca spargendo acqua per tutto il giardino e… continuarono finché il dolore svanì.

Leila si girò nel letto. Il posto del nonno vicino a lei era vuoto. Il cielo di notte era coperto da stelle scintillanti e il profumo delle rose aveva riempito il giardino. Due gatti si azzuffavano sul muro. Leila si nascose sotto le lenzuola, un braccio l’avvicinò e la strinse a sé. L’odore della nonna era diverso da quello del nonno, pensò Leila e scivolarono le lacrime sul suo piccolo volto.

di Manna Parsì

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