WEN – ACQUA – Raya – Marcovalerio Bianchi

Quella mattina Raya stava osservando il lento scorrere dell’acqua del fiume mentre dagli alberi della folta foresta che lo circondava gli giungeva alle orecchie il melodioso cinguettio di numerosi uccelli, interrotto a tratti dal fruscio che alcune scimmie producevano nello spiccare grandi salti tra le fronde dei rami più alti. Da sempre era stato affascinato da quel possente corso d’acqua che per tutta la vita gli aveva permesso non solo di dissetarsi e di nutrirsi della sua fauna ittica, ma anche di coltivare una certa varietà ortaggi in vicinanza delle sue sponde. Ora però rispetto a un tempo lo guardava con una certa diffidenza: ormai aveva capito che nelle sue acque si nascondeva un pericolo tremendo, qualcosa che adesso minacciava la sua sopravvivenza e quella dell’intera tribù a cui apparteneva.

Raya aveva quasi sessant’anni e ormai era diventato uno tra i membri più vecchi della sua comunità; viveva in Amazzonia ma fino a non moltissimo tempo prima non conosceva neppure il nome della terra in cui era nato perché lui sapeva solo che quella era la sua foresta. Il cosiddetto progresso degli ultimi decenni sembrava aver prodotto dei drastici quanto irreversibili cambiamenti che avevano contribuito a sradicare i costumi e le abitudini di Raya, sconvolgendo per sempre la sua vita e quella di tutti i componenti della sua tribù.

Adesso che si trovava tutto solo, rannicchiato sulla riva aveva tutto il tempo per pensare alla sua lontana infanzia senza essere disturbato da nessuno. Assorto nei suoi pensieri, il suo sguardo si perse nelle torbide acque del fiume, mentre i suoi occhi iniziavano a riflettere nel grande schermo del cervello tutto ciò che avevano visto nel passato. Dapprima gli apparvero immagini sbiadite di tartarughe, tucani  e di alcuni cuccioli di animali della foresta con i quali giocava nei primissimi anni della sua vita, poi, via via che i ricordi prendevano il sopravvento fino a trasportarlo quasi in uno stato di trance, le immagini si fecero sempre più nitide. Rivisse il giorno in cui compiva cinque anni, quando suo padre Davy gli regalò un bellissimo arco con delle frecce per poi fargli assaporare per la prima volta l’entusiasmante esperienza della caccia. Nel corso degli anni successivi gli insegnò  a usarlo con tutta la pazienza e l’amore che solo un genitore può avere nei confronti di un figlio, insegnandogli anche a costruirsi una cerbottana utilizzando il tronco sottile di una palma che poi veniva svuotato internamente. Nel crescere Raya imparò a scegliere dei tipi di legno sufficientemente flessibile e resistente per fabbricarsi un arco e a ricavare una resistentissima corda da una foglia di agave oltre che a costruire le punte delle frecce con ossa o con legno di palma. Ogni tanto andava a caccia di scimmie e del prelibato tapiro, ma preferiva dedicarsi alla pesca dato che, essendo dotato di grande destrezza e di una mira infallibile, non gli era difficile trafiggere con le frecce i pesci che nuotavano vicino alla riva del fiume o vicino alla sua canoa.

Raya amava così tanto il fiume da considerarlo quasi una divinità. Avendo imparato a nuotare presto, fin da piccolo si intratteneva a lungo in prossimità delle sue sponde e spesso si confrontava   con i suoi coetanei facendo piccole gare per stabilire chi era più bravo a nuotare controcorrente, chi era più coraggioso a tuffarsi o chi resisteva più a lungo sott’acqua.

Mentre continuava a fissare il letto del fiume con lo sguardo perso nel vuoto, gli riaffiorarono alla mente dei teneri ricordi di quando era piccolissimo e sua madre Maliù lo teneva in collo mentre era distesa sull’amaca. Verso le sei del mattino la mamma preparava la colazione con banane arrostite e poi spesso andavano insieme nel grande orto dove venivano coltivate patate dolci, manioca, papaia, fagioli, banane e ananas. Più di una volta Maliù lo aveva portato con sé insegnandogli a raccogliere le crisalidi dei coleotteri così come i vermiciattoli e a catturare formiche e ragni che poi mangiavano abbrustoliti; inoltre Raya rimase particolarmente impressionato dalla grande esperienza e capacità di sua madre nell’utilizzare le piante medicinali tanto che quando lui, ancora ragazzino un giorno contrasse la dissenteria, sua madre si precipitò nella foresta per raccogliere delle erbe dalle proprietà miracolose che gli permisero di ristabilirsi in poco tempo.

Immerso nei piacevolissimi ricordi del passato, Raya stava riflettendo su come fosse stata bella la sua gioventù, quando ancora la foresta era incontaminata da agenti esterni e quando ancora l’uomo bianco non era riuscito a impadronirsi con prepotenza di territori che non gli appartenevano.

Gli riaffiorò alla mente il giorno in cui si innamorò di Nema, una bellissima coetanea del suo villaggio. Fin da piccolo aveva provato grande simpatia e attrazione per lei tanto che tra loro era nata una reciproca complicità quando giocavano insieme ad altri bambini. Poi un giorno involontariamente le ruppe la preziosa bambola di argilla alla quale Nema era affezionatissima. Da allora Nema per lunghissimo tempo non ne volle più sapere di giocare con lui. Solo dopo diversi anni, durante i festeggiamenti del tredicesimo compleanno di Nema, scoccò la scintilla che li fece innamorare. I loro corpi erano cambiati  nel corso degli anni e adesso Nema non nascondeva l’attrazione fisica che provava verso Raya, fissandolo di continuo con sguardo languido mentre danzavano alla luce di una luna piena e dei vari fuochi sui cui spiedi veniva arrostita una grande quantità di selvaggina. Dopo aver danzato per gran parte della notte i due giovani sparirono mano nella mano nella buia foresta dove rimasero a lungo indisturbati. Fu l’inizio di un grande amore reciproco. Il mese successivo si sposarono e prima ancora che Nema compisse quattordici anni nacque il loro primogenito, Nery, al quale seguirono altri quattro figli negli anni successivi.

Raya ebbe un fremito di piacere nel ricordare i bei tempi passati accanto alla donna che aveva tanto amato e ai loro figli, ma subito dopo la gioia che stava provando venne interrotta da un improvviso sussulto provocato da un immenso stato di angoscia e di sofferenza che cominciò a sentire dentro di sé. D’un tratto Raya scosse la testa come per voler uscire da quel labirinto di ricordi che da quel momento iniziavano a non piacergli più. Provò a pensare ad altro ma non ci riuscì, rimanendo intrappolato in una specie di ipnosi che adesso sembrava averlo assorbito completamente. Seppure fossero passati quasi quarant’anni, l’uomo bianco apparve improvvisamente nella sua mente alla stregua di un demonio malefico. Lo aveva visto per la prima volta nella foresta agli inizi degli anni ottanta dello scorso secolo e Raya si rendeva benissimo conto che da quel momento erano trascorse un’infinità di lune. Da allora iniziarono una serie di disgrazie e niente fu più come prima. Molti uomini del suo villaggio furono contattati da meticci che già da tempo conoscevano l’uomo bianco;  furono plagiati dalle allettanti quanto infide proposte che vennero fatte loro per lavorare per alcuni progetti della grande compagnia impegnata nella ricerca di giacimenti di gas, anche se non capirono mai il fine di questi progetti. Il contatto degli uomini della tribù con una razza diversa ebbe l’effetto di uccidere quasi la metà dei nativi poiché non avevano nessuna difesa immunitaria contro le malattie come l’influenza e il morbillo.

Con una smorfia di dolore Raya adesso ripensava a quando contrasse il virus dal quale si salvò solo grazie alla sua forte fibra dopo giorni e giorni di lotta tra la vita e la morte. Non appena si riprese cercò in tutti i modi di assistere la moglie e i figli ma non poté far nulla per Nema e nemmeno per tre dei suoi cinque figli che morirono in pochi giorni  dopo aver iniziato a sentire un insolito dolore agli occhi e a tossire con sempre maggiore intensità.

Raya non seppe mai perdonarsi di essere stato il primo a contrarre la malattia che aveva distrutto quasi tutta la sua famiglia portandogli via la sola donna che aveva veramente amato nella sua vita e i suoi tre figli più piccoli oltre ai suoi amati genitori. In seguito Raya sposò le due sorelle di Nema rimaste vedove a causa della malattia portata dagli stranieri, anche se lo fece solo per mantenere fede a una promessa fatta a Nema, dato che lei più volte in punto di morte aveva espresso tale desiderio.

Negli anni successivi l’uomo bianco aveva continuato a disboscare la foresta con enormi macchine e a costruire strade non lontanissime dal villaggio di Raya. Un giorno, dopo essere rientrato al suo villaggio dopo un lungo viaggio vi trovò degli stranieri bianchi che, grazie all’aiuto di un traduttore, stavano discutendo con lo sciamano della tribù. Dopo l’epidemia che i bianchi avevano portato molti anni prima, Raya andò loro incontro sospettoso, pronto a cercare il minimo pretesto per cacciarli via. Pur restando diffidente, iniziò a tranquillizzarsi solo quando lo sciamano lo rassicurò dicendogli che quegli uomini stavano solo cercando di difendere i loro territori dall’invasione dell’uomo bianco.

Seppe che facevano parte di un’organizzazione mondiale per la difesa dei diritti dei popoli indigeni e apprese che avrebbero cercato di ostacolare in ogni modo una nuova potente compagnia intenzionata a insediarsi nei loro territori. Gli fecero capire che avrebbero cercato di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica di tutto il mondo in difesa delle loro terre e delle loro vite ma Raya non capiva cosa significasse tutto ciò, dato che per lui il solo modo di sbarazzarsi di un nemico era quello di fargli la guerra. Raya allora aveva una quarantina d’anni e non sapeva tante cose ma si fidava ciecamente del suo istinto che in quel momento gli diceva di avere fiducia in quelle persone. Si fece convincere a esporsi per aiutare l’organizzazione a sostenere le tribù della zona e da allora, grazie ad alcuni volontari che iniziarono a seguirlo, iniziò una serie di viaggi presso i villaggi più vicini abitati dall’uomo bianco. Imparò la lingua degli stranieri e un paio di volte fu anche intervistato anche da una televisione locale.

Come gli era stato preannunciato, qualche anno dopo una grande compagnia per l’estrazione del gas mise la sua base nel territorio della tribù di Raya, a pochi chilometri dal suo villaggio. Al posto della foltissima vegetazione della collina, che adesso era stata spianata, erano stati costruiti dei prefabbricati utilizzati sia per gli uffici che per gli alloggi degli operai mentre vari serbatoi delle dimensioni di grandi palazzi opprimevano la sottostante giungla; c’erano anche molti camion in continuo movimento, alcuni dei quali dotati di trivelle e di una serie di macchinari per l’estrazione del gas che si ergevano verso il cielo come delle specie di alte torri.

Raya capì che forse l’uomo bianco non si sarebbe mai fermato ma che comunque l’unico modo per rallentare la sua colonizzazione era quella di non perdersi d’animo e di lottare, anche se pacificamente. Almeno ora sperava che i diritti della sua tribù fossero tutelati da quella grande organizzazione che operava a livello mondiale. Purtroppo però nonostante avesse l’appoggio dell’organizzazione, con grande delusione intuì che influenti membri del governo a cui apparteneva il suo territorio erano in collusione con la grande compagnia e in realtà non facevano proprio niente per proteggere le popolazioni indigene.

Ne ebbe conferma quando nel corso degli anni successivi si verificarono numerose fuoriuscite di gas. Nick, uno dei volontari dell’organizzazione per la tutela dei territori degli indigeni che negli ultimi anni cercava di arrestare le perforazioni, con grande apprensione mise Raya al corrente che da recenti esami risultava che le acque e i terreni vicini alla sua tribù erano avvelenati dal mercurio. Gli spiegò che si trattava di una sostanza pericolosa presente in quasi tutti i combustibili fossili, che si liberava nell’ambiente durante il procedimento di estrazione del gas, andando poi a inquinare sia le acque del fiume che i suoi pesci oltre che il terreno. Raya capì così che bevendo l’acqua del fiume, mangiando il pesce e consumando gli ortaggi che venivano coltivati piano piano finiva per avvelenarsi sempre di più. Riuscì a convincere i suoi due figli e le rispettive mogli ad abbandonare il villaggio alla ricerca di un futuro migliore, mentre lui rimase lì assieme a tanti altri, continuando a rivendicare i diritti del suo popolo. A seguito di una fuoriuscita di gas particolarmente copiosa avvenuta negli ultimi tempi, molta gente della sua tribù iniziò ad accusare alcuni sintomi di avvelenamento da mercurio come nausea, emicrania e gonfiori vari al volto e alle gambe. Col passare del tempo alcuni bambini manifestarono gravi ritardi mentali mentre altre persone vennero portate all’ospedale visto che Raya ultimamente era riuscito ad aderire ad alcuni progetti sanitari ed educativi del governo. A sessant’anni  non aveva mai smesso di lottare anche se si rendeva conto che la sua lotta era impari. I suoi figli e le loro famiglie ormai avevano lasciato il villaggio da qualche anno per andare a lavorare presso un’azienda agricola di una località che distava quattro giorni di cammino dalla loro tribù. Erano nati anche tre nipoti che stavano andando a scuola, mentre i figli sembravano essersi abituati alla nuova vita tornando al villaggio sempre più raramente. Una volta Raya andò a trovarli, ma subito si rese conto che quel posto non gli piaceva perché c’era troppa confusione e un enorme degrado. In particolare rimase malissimo quando in una strada riconobbe una ragazza di una ventina d’anni, che fino a pochi mesi prima viveva nella sua tribù, intenta a vendere il suo corpo per pochi soldi. Ma ancora non aveva visto niente. Girato l’angolo si trovò in una strada piena di ragazzine di dodici o tredici anni mezze nude che si prostituivano mentre un losco tipo le controllava da vicino; probabilmente quelle ragazzine appartenevano a delle tribù del fiume ed erano entrate in un giro di schiavitù dal quale non sapevano più come uscirne. Scrollò le spalle e si rese conto di quanto fosse ingiusto e crudele il mondo governato dagli uomini bianchi. Non tornò più a trovare i suoi figli…

Raya finalmente riuscì a distogliere lo sguardo dal fiume e il flusso dei ricordi cessò. Dette un’ultima occhiata a quelle acque che per lui un tempo avevano rappresentato la vita e ora erano diventate solo un simbolo di morte. Camminando verso il suo villaggio iniziò a sentire una certa nausea e un forte mal di testa. La maggior parte dei componenti della sua comunità ultimamente aveva abbandonato la tribù e al villaggio erano rimasti in pochi. Molta gente adesso accusava sintomi simili a quelli di Raya. Avrebbe potuto andarsene anni prima ed evitare di essere avvelenato dal mercurio ma aveva deciso di rimanere nel posto in cui era nato e di morire da uomo libero anziché come schiavo in un posto dominato dai bianchi.

 

Gli Eroi del Passato: Predatori Mortali : Amazzonia

di Marcovalerio Bianchi

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