WEN – FUOCO – Kakos, la scimmia di fuoco – Luigi De Rosa

Vulcano, l’essere che viveva sull’Etna e che comandava il fuoco ed il metallo, se ne stava una sera, dentro il suo vulcano, a rimuginare su come dimostrare la sua grande potenza divina.
<Prometeo> pensò. <ha creato gli uomini e ha donato loro il fuoco perché si riscaldassero e potessero cucinare, ma per farlo a dovuto rubare e ha pagato il suo gesto rimanendo incatenato ad una montagna con un’aquila che gli mangiava il fegato ogni notte>
E fu allora che ebbe l’idea. <Per dimostrare di essere una grande divinità, non dovrò fare altro che creare un essere che possa disporre del fuoco a suo piacimento, così non sarà così imperfetto come la creatura di Prometeo>
E allora l’Etna, che era sia casa che laboratorio per Vulcano, iniziò a fabbricare.
Prese l’argilla e la plasmò: formò due gambe robuste, un petto scolpito, due braccia possenti e per evitare che la sua creatura potesse essere scambiata per un gigante o per un ciclope, lo ricoprì di pelo e gli diede tre teste.
<Così niente potrà mai coglierti di sorpresa, perché mentre una testa guarda avanti, le altre due potranno girarsi sia a destra che a sinistra>
Vulcano lasciò che il suo dito scorresse per tutta la figura da lui plasmata: era zoppo, gobbo e brutto, e nessuna dea lo avrebbe mai preso come marito per generare un figlio. Mentre suo padre Giove si accoppiava con dee e mortali generando figli di qualsiasi natura, lui restava solo con il calore della sua montagna di fuoco. L’essere che stava generando nel suo laboratorio non era solo una dimostrazione di potere, ma anche l’unica possibilità di avere un figlio.
<Un figlio a cui farò il più splendido dei doni> disse tra sè e sè Vulcano. <Il dono del fuoco>
E immersosi nella lava bollente il cui vapore riusciva ad offuscare la vista dell’oggetto più vicino e persino dei suoi stessi arti, affondò la mano nel liquido giallo-arancione e la tenne finché nella sua mano non si formò una sfera infuocata.
<Per te figlio mio> disse il Dio del Fuoco e avvicinò la sfera al petto della Creatura finché da esso non venne completamente assorbita. Non passarono che pochi istanti, e la forma di argilla prima senza vita iniziò ad assumere colore: la pelle era rossa, il manto che la copriva nero come la pece, gli artigli grigi come il fumo sprigionato dal fuoco. L’ultimo colore che Vulcano vide apparire dal corpo fu quello degli occhi delle tre teste. I sei occhi si aprirono all’unisono mostrando punti gialli in un bianco vitreo. Le tre paia di occhi si volsero subito verso il “padre”, e la creatura prima distesa si alzò e si erse davanti a Vulcano in tutta la sua altezza. Il Dio l’aveva creato più alto di un essere umano qualsiasi, ma aveva deciso porsi un limite per evitare che non fosse scambiato per un mostro generato dal seme di Urano.
La creatura squadrò con tutte e tre le teste il Dio per alcuni istanti, poi fece una cosa che Vulcano non si aspettava: si battè i pugni sul petto e poi poggiò le nocche sul terreno, e fatto questo eruttò le fiamme da tutte e tre le bocche in tre direzioni diverse. Vulcano ne fu investito in pieno, ma essendo lui il padrone di quell’elemento esso lo avvolse come un mantello per poi dissolversi come se qualcuno avesse soffiato su una candela.
<Per farti capire che devi obbedirmi, devo darti un nome> e a quel punto iniziò a chiedersi come avrebbe potuto chiamare quella creatura così unica nel suo genere. Mentre stava lì fermo a decidere, il fuoco che aveva inserito nel corpo della creatura iniziò a farsi sentire. Il mostro non aveva pazienza e iniziò ad agitarsi battendosi i pugni sul petto e sul terreno, e ogni qualvolta lo faceva l’Etna eruttava zampilli di fiamme.
<Basta! Fermati!> urlò Vulcano. Si stava rendendo conto che la creatura da lui generata col fuoco non sembrava avere nemmeno un accenno di intellingenza, e aveva la tendenza a muoversi non usando le gambe ma le nocche delle mani, portandolo a chinarsi in avanti come se fosse un succube. E Vulcano non poteva essere fiero di una creatura che pareva sempre nell’atto di inchinarsi a qualcuno. Quella creatura doveva essere fiera e potente come il fuoco, ma per ora come esso sembrava solo incontrollabile.
<Fermo! Cattivo!> urlò infine col tono di un padre.
A quella parola l’essere scimmiesco si fermò e le sue teste si voltarono verso Vulcano, il quale notò il cambiamento di carattere. “Sembra che abbia scelto il suo nome” pensò.
<Kakos! Questo sarà il tuo nome>
E Kakos salutò il suo nome eruttando fiamme verso l’alto.

L'Etna e le faglie: così sale il magma | lasiciliaweb

di Luigi De Rosa

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

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