WEN – FUOCO – La sera che salvarono Hemingway – Marco Speciale

Un vento debole giocava coi bordi del grande gonfalone con croce uncinata che dominava l’Obernplatz, gremita come poche altre volte. Le luci della sera si andavano smorzando su Berlino e tutti attendevano impazienti che il sole si inabissasse tra gli edifici. Come per l’inizio di uno spettacolo pirotecnico si aspettavano solo le tenebre.

«Tu sei convinto che sia una cosa giusta? Ho dato un’occhiata. Posso capire Brecht,  Piscator, Marx, Trockij, Lenin, Majakovskij. Ma ho visto tanti altri autori che mi lasciano perplesso.»

Hans lo guardò come si fa con un topo in una pasticceria: fuori luogo, inopportuno, da sopprimere. Ma ne ebbe pena. Carl non era un cattivo ragazzo ma non aveva il piglio adatto per certi momenti esaltanti. Gli eventi collettivi, la folla che furoreggiava, erano per lui motivo di ansia anziché di eccitazione. Era pur sempre suo cugino e andava assecondato anche se nella Deutsche Studentenschaft  veniva considerato un frocetto.

I libri erano stati affastellati nella piazza in piramidi irrorate di benzina. Così, quando anche l’ultimo chiarore lasciò i tetti della città, spuntarono le fiaccole e, in nome dello spirito tedesco, si diede inizio ai roghi. Sul palco un’orchestra attaccò un brano di musica patriottica.

Il fumo prese a salire, improvvise vampate proiettavano in cielo mille scintille accompagnate dalle grida dei partecipanti. Alcune copie de La Recherche, dal possente dorso, opposero un’eroica resistenza. Un lungo serpentone di carri attendeva di essere scaricato, migliaia e migliaia di volumi ne piegavano gli assi. Pareva che, quella sera, si fosse deciso di bruciare tutti i libri del mondo.

Carl riconobbe un suo compagno di corso, un tipo mite che parlava di rado, ne vide i tratti del viso deformati, gli occhi brillanti di febbre. “Contro il decadentismo e la corruzione dei costumi” declamava, mentre teneva in mano libri di Heinrich Mann. Poco più lontano, un gruppo lanciava copie delle opere di Georg Bernhard e Theodor Wolff, strillava “contro il giornalismo antinazionale, di impronta democratico-giudaica”.

Le fiamme disegnavano ombre demoniache sui volti esaltati che si stagliavano davanti ai falò, o così parve a Carl, che vide bruciare le opere di autori che aveva letto con avidità: Döblin, Zola, Schnitzler, Remarque, Kafka, Wells. E poi: London, Joyce, Gor’kij, Proust, Musil, Freud, Lessing.

Poi la piazza, illuminata a giorno, fu attraversata da un brivido e comparve il ministro della propaganda: il fisico minuto, il tono della voce stridulo, quasi in falsetto. Una figura esile, insignificante, uno che non gli avresti dato un marco. Eppure, a quell’ometto bastarono pochi secondi perché il delirio del pubblico fosse completo: ”Getto alle fiamme i libri degli ebrei e degli istigatori del popolo”.

Il cugino Hans era rapito da quella presenza, tutti gli sguardi della piazza erano catalizzati da Goebbels. Carl, che ormai si sentiva fuori posto, prese a guardarsi intorno. Vicino a lui ruggivano le fiamme, una montagna di libri ardeva e presto sarebbe rimasta solo cenere. Intravide una copia di Addio alle armi. Fu un attimo: approfittò della distrazione generale e se la ficcò sotto la giacca.

Quando fu a casa si annusò le mani e avvertì l’odore forte di fumo, miliardi di parole che il fuoco aveva sublimato e poi confuso nell’aria. Sorrise amaramente: quell’inalazione di cultura non aveva riportato la ragione.

Sapeva di aver rischiato grosso ma non gli importava, anche i tipi come lui erano capaci di atti di coraggio. Si preparò per la notte, dalla finestra della sua stanza non filtrava alcun suono, Berlino aveva ritrovato il silenzio, un silenzio che faceva paura.

Carl stette seduto nel letto per qualche istante, come perplesso. Poi ficcò la mano sotto il materasso e recuperò il libro di Hemingway che aveva nascosto.

Non si curò della copertina annerita. E incominciò a leggere.

di Marco Speciale

Biografia di Ernest Hemingway
Ernest Hemingway

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