WEN – TERRA – Attraverso la Città – Carlo Menzinger

Cammino e cammino ancora su questo asfalto grigio e antico, antico quasi come l’uomo. Attraverso le infinite vie dell’immensa Città, ormai deserte. Strade su strade. Spesso colme di detriti. Spesso ostruite. Talora devo deviare per nuovi percorsi. Avanzo comunque. Avanzo e avanzo. Da giorni. Da mesi. Da anni. Da una vita o forse più. Già altri prima di me hanno camminato per queste strade. I miei genitori, pure. Credo. Se solo serbassi di loro più di un fantasma di memoria.

Anche loro cercavano la via. Come me. Come altri. Altri assieme a loro. Altri prima. Generazioni, forse. Tutti noi cercavamo l’uscita, ma la Città è immensa e non ti lascia andare. A volte sospetto che si sia girato in tondo. Forse non io. Sono stato attento a seguire i segni del cielo, i punti cardinali, le direzioni. Altri, forse, prima. Prima di me. Non posso credere che la Città sia così grande. Non posso credere un giorno ci sia stata così tanta gente da colmarla, da riempire tante case, tanti palazzi, tanti grattacieli. Non posso crederlo, ora che sono solo. Solo su questo asfalto infinito.

Non un albero rimane. Poche piante in quelli che furono vasi, colmi di terriccio sintetico. Ratti. Gatti. Cani. Piccioni. Corvi. E io. Non è difficile cacciarli. Porto con me solo una piccola scorta di cibo. Non c’è giorno in cui non trovi qualcosa da uccidere.

La leggenda dice che non tutto è Città. Il mito narra di un confine. I racconti descrivono un luogo in cui l’asfalto finisce, in cui ci sono prati, campi, alberi, animali che non siano ratti, gatti, piccioni e corvi. Sono adulto e da tempo ho smesso a credere nelle fiabe. In questa voglio credere, però. In questa hanno creduto i miei genitori. Questa fiaba alimenta il mio sogno, la mia illusione. Questa fiaba è il motore che permette alle mie gambe di camminare. Sempre verso est. Verso il sorgere del sole, quella macchia di luce nella foschia. Da quando sono nato vado verso oriente. È questo il mio scopo. È questa la mia missione. Un tempo non ero solo. Ora lo sono. Ugualmente cammino e cammino.

Ho fiducia. Ho fede nella fine della Città. Non nella morte della Città. Per credere in quella non occorre alcuna fede. Che questo mondo sia defunto, da secoli, è evidente. Ho fede che da qualche parte ci sia un mondo migliore di questa Città di asfalto, cemento, acciaio e rovine. Ho fiducia che prima o poi troverò un luogo in cui l’uomo non abbia edificato la sua follia di morte. Ho fiducia che ci sia un posto che sia stato risparmiato dalla sua pazzia edificatrice, dalla sua fame di spazi, dalla sua paranoica ossessione di rendere tutto a propria misura, devastando la natura. Sento, con tutte le mie forze, che esiste ancora un luogo che non sia Città. Sento che da qualche parte sulla Terra, la natura si sia salvata.

La leggenda dice che il confine non è netto, che la Città sfuma, che la sua presa sulla Terra da qualche parte si allenta, poco per volta.

Ebbene, io credo che il confine possa essere vicino. Ne ho visto, credo, i segni. Ho visto, spero, l’allentarsi della sua morsa. Le case si sono fatte più rade. L’asfalto pare di qualità inferiore, più fragile, più sottile. Qua e là ci sono delle crepe. Non so se sia solo un effetto dello scorrere del tempo, ma spero sia perché il confine si avvicina. A volte nelle crepe dell’asfalto la vedo. Non sono sicuro lo sia, ma penso di vederla: la terra. La terra, quello che c’è sotto l’asfalto.

Ecco. Sono mesi che questi segnali aumentano. Ora sto percorrendo una strada particolarmente sconnessa. D’un tratto l’asfalto finisce. La via è fatta di sassi e piccole pietre. La terra… la terra ne emerge qua e là. Deve essere terra. Lo sento. Cammino più spedito. Bastano poche settimane e attorno a me le case cessano. Tra di loro emergono piccoli appezzamenti asfaltati, come piazze o cortili. Più avanti anche questi sono ricoperti solo di ghiaia. E poi… e poi… eccone uno… un piazzale coperto di erbe e cespugli. Mi ci precipito correndo. Mi butto carponi e strappo quelle piante. Sì… Sì! Sotto c’è! C’è! Non posso crederci. Sotto c’è la terra! La terra! La prendo tra le mani. La faccio scorrere tra le dita. Che magica sensazione. Ho trovato la terra! Terra!

Avanzo ancora. Ogni giorno ne scopro altra e, infine, ecco… la Città, la Città non sembra più quell’ammasso grigio di asfalto e cemento e acciaio. Attorno a me solo le rovine di poche case. I cespugli ora sono più rigogliosi e folti e numerosi. Ed ecco – ancora alcune settimane di cammino – ecco gli alberi. Prima uno. Poi pochi. Poi tanti. Poi molti. Sono sopravvissuti! La Città ormai è alle mie spalle. L’ho superata. Sono fuori. Ce l’ho fatta! Ho trovato la terra! C’è ancora la Terra! La Città non è riuscita a ucciderla.

Sono dell'idea che se un fiore può sbocciare nell'asfalto. L'amore ...

di Carlo Menzinger di Preussenthal

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