WEN – TERRA – Rivendicazioni – Luigi De Rosa

I contadini alzarono in alto forconi, falci e coltelli. Di norma erano gli strumenti del loro lavoro, ma ora erano armi da utilizzare contro i soldati a cavallo che davanti a loro difendevano il Padrone. Perché alla fine i contadini non erano lavoratori ma “schiavi”, proprietari di quel grasso uomo calvo che, al sicuro dietro la cavalleria che aveva chiamato in suo soccorso, sorrideva sapendo che dopo qualche istante quelle masse di lavoratori arrabbiati sarebbero tornati a lavorare nelle sue terre con la coda tra le gambe.
<Questa terra è nostra!> disse uno dei rivoltosi, impugnando una falce come se fosse un kopesh egizio. <Quel maiale non sarebbe capace di fare in un anno quello che noi facciamo in un’ora!>
Gli altri urlarono in segno di approvazione.
Un uomo a cavallo fece avanzare il suo animale al trotto fino ad arrivare vicino ai contadini.
<Questa terra appartiene al sig. Ernesto Rossi. La vostra presenza su questa proprietà è illegittima e sediziosa. Pertanto avete l’ordine di disperdervi, altrimenti sarete cacciati con la forza>
Rossi sghignazzò a quella frase. Non vedeva l’ora che quei pezzenti fossero bastonati a sangue. Lo riteneva uno spettacolo degno di un calice di vino.
Due giorni prima i suoi mezzadri avevano occupato le terre che tre anni prima aveva ereditato da quel vecchio Matusalemme di suo padre, morto a novantasette anni. Quei miserabili lavoravano per la sua famiglia da generazioni, e avrebbero continuato a farlo per i suoi nipoti e pronipoti. L’idea che rivendicassero i campi solo perché li lavoravano era una stupidaggine. Ma la polizia a cavallo avrebbe insegnato loro la disciplina.
<E’ l’ultimo avvertimento!> urlò l’uomo a cavallo. I suoi commilitoni stavano nel frattempo caricando le armi pronti a fare fuoco.
<Anche il nostro!> urlò il portavoce dei contadini, sostenuto dai suoi. <Lasciate che ce la vediamo col nostro padrone. E’ con lui che ce l’abbiamo, non con voi! Siete dei servi proprio come noi e non vogliamo farvi del male>
I contadini quindi iniziarono ad urlare alla polizia di unirsi a loro contro Rossi. Era così che le rivolte si vincevano: quando coloro che venivano mandati a reprimere le insurrezioni si univano ad esse. Anche i membri della polizia sicuramente avevano qualche familiare o congiunto che lavorava la terra senza esserne proprietario, e una vittoria contro Rossi avrebbe avuto grande impatto su tutto il paese.
Ma le guardie a cavallo non sembravano essere dello stesso avviso, perché l’uomo che più di tutti si era avvicinato tirò fuori la spada e la puntò verso l’alto, e diede il segnale. <Avanti!>
E la cavalleria si mosse verso i contadini, i quali iniziarono subito ad indietteggiare.
<Indietro! Indietro! Nascondetevi nei campi di grano!> urlò quello che poco prima aveva fatto da portavoce.
I contadini abbassarono quindi le loro “armi” e voltando la schiena si diresseto verso le spighe dorate.
E Rossi ovviamente non poteva che ridere vedendo quella scena. In fondo lo sapeva che era tutta scena. Tante urla, tante grandi parole sul possesso della terra, sul sudore e sul sangue versato, e poi alla prima manifestazione di forza scappavano come pecore davanti ad un lupo. Perché alla fine si trattava di questo. Di pecore. Sicuramente soltanto un paio di mezzadri erano veramente abbastanza coraggiosi da lamentarsi. Tutti gli altri erano deboli vigliacchi che avevano seguito uno o due leader carismatici senza però essere veramente determinati. Lo stavano dimostrando in quel momento, mentre fuggivano pensando ognuno a sè stesso dopo essere stati fino a pochi istanti prima insieme sotto il sole a sfidare l’autorità.
I poliziotti a cavallo nel frattempo avevano raggiunto i campi di grano e in mezzo a quella distesa oceanica bionda come i capelli di una donna nordica avevano scelto ognuno un bersaglio e cercavano di raggiungerlo per colpirlo.
Il leader dei contadini si voltò, e quando vide che tutti gli uomini a cavallo si trovavano tra le spighe di grano, urlò come un pazzo. <Adesso!>
Dal nulla come fantasmi altri uomini (e forse qualche donna molto muscolosa) sbucarono dalle spighe che colpirono i cavalli con lance e forconi, ferendoli così gravemente da farli impennare e così facendo disarcionare i loro cavalieri. Questi, colti di sorpresa, furono tutti scaraventati per terra e messi fuori gioco dai contadini. Avevano nascosto un esercito alla luce del sole, ben sapendo che essendo loro la manodopera, conoscevano i punti precisi di quella vasta terra dove nascondere i loro compagni rivoltosi. Persino gli spaventapasseri, così brutti e realistici da sembrare persone vere, erano effettivamente uomini mimetizzati, i quali dopo il segnale si avventarono sui nemici rendendoli inoffensivi.
La polizia fu annientata nel giro di pochi minuti, e i contadini si presero le spade e le armi da fuoco che i prigionieri non potevano più usare.
Ernesto Rossi, che si era acceso persino un sigaro pregustando la vittoria e la riconquista delle terre di suo padre, rimase con la bocca così aperta che il sigaro gli cadde sulle scarpe.
Era rimasto solo. Solo con una cinquantina di uomini arrabbiati e (adesso) armati fino ai denti.
La sua prima idea fu scappare, ma decise di non farlo perché sapeva che gli uomini arrabbiati erano come gli animali feroci: se vedevano la preda correre si galvanizzavano e gli correvano appresso fino a catturarla. E se quei pezzenti si erano impossessati anche dei cavalli lo avrebbero raggiunto subito. Decise quindi di allontanarsi piano piano, come se facesse finta di niente. Ma se quello era il suo piano, non funzionò. Sentì un rumore di cavalli dietro di lui e quando si voltò, sperando si trattasse di ua guardia sfuggita alla trappola che voleva soccorrerlo portandolo via da lì, si ritrovò invece l’uomo che aveva parlato per i contadini quando l’attacco doveva ancora iniziare.
Non sapeva come si chiamava. Non si era mai preso la briga di imparare i nomi dei suoi mezzadri. Forse delle mezzadre, ma mai degli uomini. E adesso quell’uomo che lavorava per lui e che gli si era rivoltato contro lo guardava in modo ben poco diplomatico.
<Sig. Ernesto, prima di andare a chiamre altri rinforzi, credo che sia meglio se prima faccia qualcosa per noi> disse l’uomo mentre scendeva da cavallo.
<Ossia?> rispose il Padrone, cercando di mostrare autorevolezza anche nella sconfitta.
<Firmi la cessione della sue terre a noi mezzadri. Suo padre ci aveva promesso che lo avrebbe fatto, ma è morto prima rendesse tutto legale. Bè noi vogliamo quello che ci è stato promesso, e lo otterremo in un modo o nell’altro>
Il sig. Rossi sapeva che suo padre era gentile coi suoi mezzadri, ma mai avrebbe potuto pensare che avesse promesso loro una piccola “riforma agraria”. Forse l’aveva fatto per tenerli buoni, o forse voleva farlo per davvero prima che il suo cuore vecchio cedesse. La cosa certa è che in eredità non gli aveva lasciato solo acri di terra coltivabile ma anche contadini speranzosi che ambivano a possederla.
<E se io non volessi cederla? Questa terra è mia dopotutto è mia e sicuramente non avete prove della promessa di mio padre>
La legge era sempre dalla parte degli uomini come lui.
Il contadino per tutta risposta prese la falce che aveva usato per combattere. <In quel caso Signore, lei scoprirà come si falcia il grano e noi tratteremo con suo fratello minore dopo che l’avrà sostituita come proprietario delle terre in cui viviamo>
Ernesto Rossi si portò le dita alla bocca, poi si ricordò che aveva fatto cadere il sigaro. Fece due conti, e pensò che alla fine era meglio rimanere vivo. <Datemi carta e penna>

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

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