WEN – ARIA – Aria – Renato Campinoti

Quando divenne finalmente il Presidente si guardò compiaciuto allo specchio: «Poveri sciocchi che non siete altro! Non sapete ancora chi sono io! Ne vedrete delle belle. Tutto il mondo finirà per parlare di me!». L’unica cosa che l’angustiava era la dimensione insignificante (una manciata di milioni di abitanti!) dello Stato di cui, con non poco sforzo, era riuscito a diventare Presidente. Ci aveva messo del bello e del buono per convincere i suoi concittadini che lui, l’uomo forse più ricco del piccolo Paese, era la persona giusta per tirarli fuori dai guai in cui la grande crisi che aveva investito il mondo li aveva cacciati. Quel piccolo Paese, pieno di materie prime e di fabbriche di componenti per l’elettronica, aveva visto ridimensionati drasticamente gli acquisti dai Paesi più grandi e più ricchi, investiti tutti da una serissima crisi dei consumi. Lui l’aveva detto in tutti i comizi e in tutti i dibattiti televisivi, che avrebbe riportato il piccolo Paese al livello di benessere cui era abituato: «Con me, questo piccolo Paese ritornerà grande di nuovo!», aveva urlato in tutti i modi. Ora, diventato Presidente, si apprestava a mettere in atto le promesse. La cosa, naturalmente, si rilevò molto più difficile del previsto. Così fu costretto a incaricare il ministro dell’economia di escogitare un piano adeguato agli obbiettivi che si era ripromesso di raggiungere. Incaricò anche il ministro degli steri di girare per il mondo a dimostrare la bontà dei prodotti che quel piccolo Paese riusciva a mettere sul mercato. E quando nessuno dei due fu in grado di compiere il miracolo che tutti si aspettavano, li chiamò nel suo studio nell’ampia palazzina presidenziale, ascoltò le cose che avevano da dire e li licenziò su due piedi. «Ho bisogno di gente fedele, che faccia le cose che chiedo, altrimenti potrei farlo da solo». E si apprestò a nominare dei nuovi ministri al posto di quegli incapaci, cui dette gli stessi compiti.

Questa volta non fece a tempo a valutare gli eventuali risultati dei nuovi ministri, perché il mondo fu attanagliato da una vera e propria pandemia, Coronavirus fu denominata prima e poi Covid 19, un Coronavirus più specifico. Per la verità la cosa iniziò prima in un grande Paese, per propagarsi poi a tutti gli altri. La caratteristica principale di questa malattia, oltre a somigliare tantissimo alle varie forme di influenza stagionale, era la progressiva perdita di capacità respiratoria, la sensazione, insomma, che fosse terminata l’aria di cui approfittiamo per respirare e vivere. Ci furono Paesi che la presero subito sul serio e iniziarono a imporre misure severe ai propri concittadini, come l’uso dei dispositivi e il distanziamento fra le persone, fino al blocco totale di ogni attività e la segregazione coatta nelle proprie abitazioni. Nonostante tutto, ci furono zone dove i morti si contarono a migliaia e furono impiegati mezzi eccezionali dell’esercito per trasportarli in zone dove fosse possibile seppellirli.

Il Presidente di quel piccolo Paese si guardò intorno e vide che c’erano Presidenti e Capi di Stato che non avevano ritenuto di adottare misure così drastiche. «Hanno ragione loro», si disse.  Perché aveva durato tanta fatica per diventare Presidente se poi era costretto a fermare tutto e tutti e magari a scontentare  molti di quelli che l’avevano votato? Prima cercò di negare che ci fosse davvero in giro un virus così dannoso come dicevano da tante parti. Poi, quando le notizie che arrivavano anche da quel piccolo Paese parlavano di molti ammalati e di tanti morti, cominciò a dire che lo sapeva lui come fare per non farsi infettare: «Basta bere ogni mattina una tazza di disinfettante e il virus è fregato», ripeteva continuamente ai suoi concittadini, i quali, vedendo in tv quello che succedeva da tutte le parti, si guardarono bene da seguirne i consigli. Il Presidente tuttavia non si faceva scoraggiare.

Voleva dimostrare che non c’era da aver paura, nonostante nel suo piccolo Paese i casi di malattia e di morte fossero più elevati, in proporzione, che in tutti gli altri Paesi. Così si faceva vedere in giro senza mascherina e continuava a girare il Paese senza le precauzioni necessarie.

«Saremo i primi a scoprire il vaccino per impedire di prendere il Covid, di cosa dovremmo aver paura?», andava dicendo in tutte le occasioni.

Poi accadde una cosa che nemmeno lui aveva messo nel conto: risultò positivo ad uno dei tanti tamponi cui, come Presidente, era costretto a sottoporsi. E cominciò pure a sentirsi male. I medici lo consigliarono di farsi ricoverare per essere sottoposto alle cure e, se necessario, all’ossigeno per respirare.

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«Ricoverare va bene, ma dite a tutti che il Presidente va in ospedale solo per precauzione, che sta bene e non ha bisogno d’ossigeno». Il medico che lo curava provò a replicare che di ossigeno c’era bisogno nelle condizioni in cui si trovava. Il Presidente si alzò su un gomito, respirando a fatica lo minacciò di licenziamento se non faceva come diceva lui. «Vada piuttosto là fuori dove ci sono i giornalisti e i corrispondenti delle tv del nostro piccolo Paese e dica loro che il Presidente…che il Presidente sta bene e…presto tornerà nel palazzo della presidenza…avanti…vada»

Quando il medico lo lasciò solo, il Presidente ebbe un attacco fortissimo di crisi respiratoria. Riuscì solo a dire con tutto il poco fiato che aveva nei polmoni: «ARIA…ARIA…aria». Quindi piegò la testa di lato e spirò.

Tutte le TV del mondo erano concentrate quella sera sul più grave danno, in seguito allo scoppio di un gas letale, avvenuto in un Paese del medio oriente e quasi nessuno dette la notizia della morte di quel Presidente di quel piccolissimo Stato.

di Renato Campinoti

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