WEN – IRA – Eutanasia -Carlo Menzinger

Dopo aver sconfitto Tebe a Leuttra nell’anno olimpico 405[1], Sparta ebbe via libera per distruggere Atene e cancellare ogni traccia della sua cultura. Alleata con Alessandro Magno, creò un impero che dura ancora ai giorni d’oggi. Era il mese Elafebolione dell’anno olimpico 2796[2]. Era il tempo di Sparta.

I due gruppi di ragazzi nudi si fronteggiavano nell’arena, armati di oploi, i tipici scudi circolari, e lance dory di legno.

Erano disposti in due falangi contrapposte e stavano per scagliarsi l’uno contro l’altro.

Attendevano immobili sotto il sole cocente che il maestro desse loro l’ordine di muoversi.

In quel momento irruppe nell’arena una figura inattesa: l’Enomotarca Panteleimon, seguito da due donne, cosa quanto mai inaudita all’interno di un ginnasio. Sebbene ai ragazzi non fosse permesso distogliere lo sguardo né tanto meno commentare, una vibrazione attraversò i due gruppi, segno dello stupore di tutti. Anche lo sguardo del Maesto Zenas, per quanto immutato, parve turbato. Girò il volto verso i nuovi venuti e li salutò, non celando il suo disappunto per l’interruzione inopportuna della lezione in corso:

«Sparta ovunque, Enomotarca! Quali gravi circostanze ti portano all’interno del nostro ginnasio?» Ovviamente non ritenne che meritasse la pena di rivolgere alcun saluto alle due donne.

«Il mio scudo è per te, Maestro Zenas, e perdona la nostra intrusione, ma devo purtroppo chiederti, nel nome della Gerusia, di sospendere questa esercitazione. Come ben sai, l’epidemia avanza e queste somatologhe che mi accompagnano hanno l’ordine dei Re di effettuare delle analisi del sangue su ragazzi della scuola. La cosa non può essere procrastinata.»

Zenas, senza riuscire a reprimere una smorfia, fece cenno alle donne di avvicinarsi.

«Rompete la formazione» ordinò «e disponetevi in fila lungo il bordo orientale dell’arena».

I cinquanta ragazzi obbedirono disciplinatamente. Le somatologhe aprirono le loro borse, estrassero aghi, siringhe e fiale e prelevarono dei campioni di sangue da tutti i ragazzi.

Era trascorsa da allora una settimana. I ragazzi dormivano nella camerata sui loro giacigli di paglia, quando gli opliti irruppero nella sala. La luce della luna penetrava dalle alte finestre. I soldati non avevano scudi ma solo le corte xiphoi. Reggendo le spade si divisero con ordine rigoroso in modo da raggiungere quasi in simultanea i ragazzi addormentati. In pochi ebbero il tempo di svegliarsi prima che le lame recidessero loro la gola, con precisione perfetta.

Quando il Maestro Zenas accorse nella camerata, i militari erano già spariti, veloci come erano comparsi. La camerata era un lago di sangue. Zenas stesso finì un paio di ragazzi che ancora rantolavano.

Dalle analisi effettuate, uno di loro era risultato infetto. L’ordine di sterminarli tutti era stato immediato. Zenas era stato avvertito da Panteleimon nel momento stesso in cui la sua enomotia irrompeva nella camerata del ginnasio.

Il Maestro, dopo aver graziato gli ultimi ragazzi, avanzò furente verso la porta dove lo attendeva l’Enomotarca, che non aveva seguito i suoi uomini.

«Panteleimon» tuonò il Maestro. «Panteleimon! Che cosa avete fatto? Per un solo ragazzo malato avete sterminato due intere falangi di ireni ormai quasi pronti per servire Sparta! Questa è una follia».

«Questi sono gli ordini della Gerusia e dei Re, Zenas. Non vorrai metterli in discussione? Ringrazia che abbiano ritenuto di risparmiarti, per ora. Sarai comunque tenuto in isolamento.»

«E non potevate fare lo stesso con quei ragazzi? Magari non si sarebbero ammalati tutti. Cos’è questa paura di una malattia che ha preso Sparta? Da quando in qua siamo divenuti così codardi? Questa Gerusia e questi Re hanno tutto il mio odio e tutto il mio disprezzo. Non si può distruggere così il futuro di Sparta.»

«Zenas, la tua ira ti confonde. Credi forse di essere il pelide Achille? Stai sfidando l’autorità di Sparta…»

«No! No. Razza di ciechi. Sparta cura ogni male con l’eutanasia, ma quei ragazzi erano forti e sani. Siete voi che assassinandoli avete tradito il futuro e l’animo di Sparta. Sono ormai vecchio. Presto compirò il mio cinquantacinquesimo anno e dovrò perire, come tutti, nei Riti della Catarsi. Mi sento libero di dire ciò che voglio. Se non ti piace, uccidimi pure. Un cadavere in più sulla tua coscienza credo che peserà ben poco: dubito tu ne abbia una.»

«Hai parlato troppo, Zenas, per l’autorità conferitami dal mio grado, ti condanno.»

Il Maestro allargò le braccia e sporse in avanti il petto nudo, offrendolo all’Enomotarca, che vi affondò la spada.

«L’ira non è un sentimento degno di Sparta» sentenziò, lasciandolo esanime in terra nella pozza del suo sangue.

L'Oplita Spartano, la falange come comunità di vita

Firenze, 11/10/2020
di Carlo Menzinger di Preussenthal (racconto ambientato nell’universo ucronico della saga VIA DA SPARTA.


[1] Nel 471 a.C. Tebe sconfisse Sparta nella battaglia di Leuttra. In questa storia, come nei romanzi e nelle altre storie della saga ucronica “VIA DA SPARTA” immaginata da Carlo Menzinger, le cose sono andate diversamente e Sparta ha sconfitto Tebe, avviando la propria ascesa.

[2] Tra il 15 marzo e il 14 aprile del 2020 d.C. nella nostra linea temporale.

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