WEN – IRA – I cornetti al cioccolato – Paolo Orsini

I cornetti di mia madre sono buoni, pieni di cioccolato morbido e denso, proprio come piacciono a me. La mamma ne ha sfornati a migliaia da quando sono nato. Invece che a latte, mi ha tirato su con cornetti al cioccolato. Non ho mai voluto attaccarmi al seno, il latte le era andato via fin dal primo giorno, quelle rare volte che mi attaccavo le facevo male, mordendole il capezzolo, la facevo sanguinare. Il dolore era troppo forte e allora mi ha raccontato che mi staccava dal seno e mi sfamava con cornetti al cioccolato.

Il cioccolato con cui riempie i cornetti è una crema densa e profumata. La fa con i dadi grossi di cioccolato al latte, che acquista in quantità industriale, e con le migliori nocciole. Una volta sciolto il cioccolato, lo rigira a lungo con un grande mestolo di legno per ottenere una crema morbida e pastosa che sistema in ampi barattoli di vetro. Li nasconde perché, se li trovassi, dice che sarei capace di mangiare tutto il cioccolato in una volta. Non so dove riponga questi vasi, immagino una stanza segreta, una cantina, una soffitta di cui non conosco l’accesso, con tanti ripiani colmi di vasi con il morbido e cremoso cioccolato per farcire i cornetti.

Un giorno, mentre deliziato mangiavo un cornetto, la crema al cioccolato cadde sul bianco pavimento in ceramica della cucina. Inavvertitamente la calpestai e la spiaccicai per tutta la cucina, avevo creato, senza volere, come dei ghirigori di colore marrone che risaltavano sul bianco del pavimento. Segni che mi affascinavano, li ammiravo estasiato, uno sembrava avere la forma di un cane, un altro pareva una locomotiva con il vapore che usciva dal fumaiolo, un altro era simile a una canna da pesca con attaccato un grosso pesce, poi vidi un grappolo d’uva, un pallone da calcio, una macchina per scrivere, una bicicletta. Mangiavo i cornetti, cadeva la cioccolata, ci pattinavo sopra e facevo quelle strisce meravigliose, sarei stato lì per ore a sognare di salire su quel treno per andare chissà dove, di correre con quella bicicletta per le strade della città alla massima velocità, di lanciare una palla di gomma a quel cane, di pescare un grosso siluro di tre metri con quella canna. Quando mia madre entrò in cucina, l’incantesimo terminò di botto, come una bolla di sapone che scoppia. Mamma si mise a urlare, m’insultò con la sua sterminata collezione di epiteti con cui di solito si rivolge a me e che adesso mi vergogno a ripetere. Le volgari parole che mi gettò addosso furono sferzate dolorose più di quelle che subito dopo cominciò a darmi con il grosso mestolo di legno con cui mescolava la crema al cioccolato. Mi colpì le braccia e il sedere, strillò che ero un cretino, come avevo fatto a non accorgermi di tutta quella cioccolata caduta per terra. Passata la sfuriata, emise il suo solito insindacabile giudizio, con parole ferme e dure: ero un imbecille, non sarei stato capace di fare nulla nella vita, mi aveva allevato a cornetti, adesso non ero più nemmeno capace di mangiare i cornetti al cioccolato, l’unica cosa buona che ero riuscito a fare in tutta la mia vita.

Da quel giorno non sono più in grado di mangiare i cornetti al cioccolato senza fare cadere la maggior parte della cioccolata a terra, o di lasciarla colare giù per magliette e pantaloni. Nel tentativo di raccoglierla, di pulire, di eliminare la macchia, faccio un disastro ancora peggiore, la cioccolata si sparge dappertutto, sulle scarpe, nei mobili, sulla camicia, tra i capelli, in faccia, sulle mani. Mia madre se ne accorge quasi subito, ma non in tempo da impedirmi d’impiastricciare il pavimento, il mio corpo e miei vestiti. Allora m’insulta e mi picchia, con tutto quello che trova, il mestolo, il tubo dell’aspirapolvere, il battipanni di vimini di nonna, l’ombrello rotto che non ha mai buttato per usarlo per percuotermi.

Una volta, per punirmi, mi proibì di mangiare i cornetti al cioccolato. Cominciai a deperire, m’intristivo sempre più, non parlavo, non riuscivo a fare i compiti, andavo male a scuola. La imploravo con pianti dirotti, che mi desse un cornetto al cioccolato, la pregavo a mani giunte che me ne facesse mangiare

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almeno uno. Mi ero ridotto pelle e ossa, avevo delle grandi occhiaie nere, restavo tutto il giorno buttato sul letto a piangere, e allora mamma mi disse che se facevo il bravo, se li avessi mangiati senza sporcarmi, me ne avrebbe dato uno, forse due, al giorno. Cominciai a ubbidirle senza discutere e senza commettere errori. Per qualche giorno feci tutto quello che mi diceva di fare, anche se mi accorgevo che erano cose inutili e insulse, soltanto per il piacere sottile di vedere che ero alla sua mercé, che le ubbidivo come un fedele cagnolino.

Tutto è tornato alla normalità e ho ripreso a mangiare cornetti al cioccolato, a colazione, a pranzo, a merenda e a cena. Riesco a mangiarli senza sporcarmi. In poco tempo sono tornato in forma, allegro, ubbidiente, bravo a scuola. La morbidissima e cremosa cioccolata – chissà perché mamma fa una cioccolata così cremosa, quasi liquida, una specie di umore marrone denso e dolce – mi cola attraverso le labbra o fuoriesce dal morso nel cornetto, ma riesco a recuperarla prima che mi sporchi la maglietta o che finisca sul pavimento. La mamma continua a guardarmi con il suo solito sguardo da carnefice, pronta a balzarmi addosso e sbranarmi, ma riesco a non commettere più errori.

di Paolo Orsini

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