WEN – IRA – L’ira di Dante – Caterina Perrone

So ben io l’ira qual è! Ben la conosco, quello intossicar di budella che ti
strugge, s’infoca e infine sbotta come voce di tuono.
E perciò riconosco l’urlar di Filippo che vien giù per lo vicolo stretto di santa
Margherita seduto sul cavallo a gambe aperte, quelle voci che sempre
accompagnan il suo passo nefasto, e l’improperi di lui e di quei miseri che
per non fargli luogo se ne vanno a pugni stretti e labbra arrossate di sangue.
Incontrò Gemma, or non è molto, in quell’angusta via e non ebbe parole di
ossequio ma dileggio. «Voi Alighieri, voi Donati, genti da cancellar su questa
terra!» Intanto seguitava a venire innanzi e la mia donna dovette tornare sui
suoi passi, facendo vista di non avere inteso, lei e la Bice, cariche di ceste
che menavan colme di porri e cicorie, e di un’oca che serviva ad onorar la
mensa.
«Non hai udito di Filippo Cavicciuoli?» fece gran voce Ciacco a me di fianco,
nel mentre camminavo fitto alla Procura.
«Che dici di colui?» io gli risposi.
«Ha ferrato il cavallo con l’argento! L’ho visto coi miei occhi da Puccio il
maniscalco in borgo Stella.»
«È però che lo chiamano l’Argenti, che Dio lo tragga nell’Inferno. So ben chi
intendi, ché tutti i dì, quando spalanco le impannate al giorno, Filippo è lì di
fronte, e par mi attenda a invelenirmi il sangue. Mi guarda tronfio, il riso che
le labbra gli increspa, digrigna i denti ruminando parole e par che dica:
“Vediamo se oggidì l’Onnipotente mi ascolta e ti fa secco”.»
Rise Ciacco per l’improperio da malnata gente.
«Proprio ora vo a parlar di Filippo alla Procura, lui me lo chiese che io vada a
sollevar le sue pendenza. A me ebbe l’ardire di perorare la sua causa!»
«Di quale accusa è fatto segno? Dimmi» alitò a voce fioca il mio compagno.
«Sarebbe meglio dire quale legge non abbia contraddetto. Io vo per lui, ma
non ad alleviargli il giudizio bensì a farlo più greve, ad aggiungere pena sopra
pena. Intendo dire al giudice dell’ostinata usurpazione che fa al pubblico
suolo» e allungai il passo.
Lingua mia… che il dì appresso me lo trovo dinnanzi. L’Argenti, uomo
grande, nerboruto e forte, sdegnoso, iracondo e bizzarro più che ogni altro e
dotato di una pugna pari al ferro. E l’ho ben sentita quella. Già mi attende al
portone e mi si para innanzi a gambe larghe, braccia sui fianchi, insolente,
bocca che schiuma. Con gli occhi mi mangia e non favella. L’ira si inghiotte
ogni ragione e verbo.
Uno schiaffo! La guancia mi s’infiamma; un altro schiaffo mi si avvinghia al
cuore. «Ahi! ch’io ti posso ribatter solo con l’orgoglio della faccia onesta.»
Non abbasso lo sguardo, non rispondo pugna con pugna, ho ben altro
argomento da contrapporre alla sua protervia. Ma brucia il colpo mentre mi
ritiro al mio fidato albergo.
Dal cibo ora mi astengo come fosse veleno, arde l’offesa, s’incupisce la luce
come fosse tempesta, il cuore chiama la vendetta. Traggo il piatto per terra
con gran tonfo e schizzar di frammenti tutto intorno. Così pare placarsi la
mia furia che invece poi risale con gran beffa. Mi ritiro nel letto e mi rigiro,
non c’è pace all’ira che mi soffia, alla bile nera che ribolle. Domani, domani,
se t’incontro… Povera mente mia che si confonde nella ricerca di risposta
fiera!
Trovo conforto infine al sacro libro; alla pagina giusta mi si apre. Agli Efesini
la lettera comanda: “Non cali il sole sopra la tua ira”. Domani. Forse…

di Caterina Perrone

Dante illustrato – Inferno, Canto VIII | Il peso dei sogni
Divina Commedia – Inferno Canto VIII – Quinto cerchio, girone degli iracondi.
Dante e Filippo Argenti.— Illustrazione Gustave Doré

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