WEN – IRA – Lontano da qui – Manna Parsì

   Mi guarda con i suoi occhi verdi e spenti. Chissà che gli passa per la testa in questo momento.

“Babbo stai con me?”, gli chiedo con calma. Non mi sente e continua a guardarmi con un’espressione vuota. La mamma fa un cenno con la mano per dirmi di lasciar perdere, invece io non voglio mollare, come ha fatto lui per tutta la sua vita. Gli prendo la mano “Babbo vuoi guardare l’album delle foto quando io e Paris eravamo piccole?”. Mi capisce e fa un sorriso. Do uno sguardo trionfante alla mamma che continua a fare la maglia con la sua permanente rabbia inesplosa.

   Quando eravamo piccole mio padre era un grande cantastorie e riusciva ad ammaliare me e mia sorella con i suoi racconti. Pensavo fosse molto fortunato, per una vita così piena da poterla raccontare con aneddoti colmi di colpi di scena ed emozionanti. La mia vita, invece, si riduceva ad un banale andare e venire dalla scuola senza cambiamenti, eccetto quando qualche cattivo voto mi riempiva di sensi di colpa per il resto dei miei giorni.

   E adesso tocca a me raccontargli il passato trascorso insieme e il mio presente lontano da qui. Sfoglio l’album. Trovo una foto dove siamo io e Paris con due palloncini, rosso e blue, sedute su una panchina nel parco vicino casa. Babbo amava la natura e ogni venerdì, giorno di festa da noi, ci portava al parco o in montagna per respirare “aria pura”, come diceva lui.  

“Babbo ti ricordi quando andavamo al parco Farah? Io e Paris correvamo verso i giochi e tu leggevi il giornale, finché noi, stanche, ti chiedevamo di tornare a casa”.  Non mi risponde. Non mi ha sentito o non vuole ricordare.

“Tu che lavoro fai”, mi chiede all’improvviso. “Scrivo racconti”. Non dice altro e fissa una foto e poggia un dito sopra: “Bandar Pahlavi!”, esclama. “Si. Ti ricordi? Ci andavamo in estate. Prendevamo una casetta e venivano anche tua sorella i suoi figli. A me piaceva tanto nuotare nel mar Caspio”. “Si. Andavi molto lontano dalla riva e la mamma si preoccupava”. “Già, ma tu no. Mi hai sempre incoraggiata ad andare più lontano possibile”.

Abbassa lo sguardo e trova un’altra foto. “Di che scrivi?”, mi domanda, anzi mormora senza alzare lo sguardo dalla foto. “Scrivo di voi. Di te, di mamma e di Paris”. Sorride e annuisce e continua a guardare la foto che ha davanti. “Questa è la foto di una manifestazione durante la rivoluzione. In quel periodo non sei mai stato a casa perché dovevi curare i feriti durante i tumulti”.  “Poi la guerra con l’Iraq e tu sei partito per il fronte, come tanti altri medici”, continuo e gli faccio vedere un’altra foto in cui sta in piedi vicino ad una tenda militare con un soldato al suo fianco. I suoi occhi si riempiono di lacrime. “Io amavo il mio lavoro.  Ho salvato la vita a tanta gente, lo sai?”. “Si lo so, ma ora devi riposare. Guardiamo altre foto?”. Gli stringo la mano ma ormai è esausto e non ne vuole sapere più né di foto né di ricordi. Mi alzo per andare a preparargli una tazza di tè ma mi tira il braccio e mi domanda: “Tu non vivi più qui?”. “Vivo lontano da tanto tempo ma sto con te e mamma ogni santo giorno”. Sento il cuore stringere e mi sale una rabbia per tutto il corpo. Vorrei trovare un senso a tutto ciò, della vita piena di un essere umano che piano piano si svuota nei suoi occhi e di ricordi che si spengono ad uno e uno nel profondo della sua mente.

   Ma la vita un senso non ce l’ha, come canta Vasco Rossi.   

di Manna Parsì

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