WEN – IRA – Ninetta – Nicoletta Manetti

Da qualche tempo Ninetta era più bella, lo dicevano tutti. Lo diceva lo sguardo geloso del fratello a controllare la lunghezza della gonna, lo dicevano gli occhi degli uomini, quando lei passava di fretta con la borsa della spesa. Anche sua madre, quando alzava la testa dalla macchina da cucire, pareva dirle: come ti sei fatta bella, Ninetta; invece taceva e continuava a orlare camicie fino a notte fonda.

Aveva una lunga cascata di riccioli neri e un corpo diventato all’improvviso prepotente per i suoi quattordici anni, che mandava su tutte le furie Alfonso, il fratello. Ora il capo famiglia era lui, doveva vegliare sulla madre e la sorella, oltre a mandare avanti il cantiere. Questo gli aveva raccomandato suo padre, trattenendogli la mano sul lenzuolo prima di morire.

Sua sorella, nata la notte in cui erano sbarcati gli americani sulla spiaggia dall’altra parte del golfo, era sempre stata cosa sua. Quando era piccola, coi capelli corti e le gambette scure, se la portava con gli altri a scorrazzare, scalzi, per il porto, a pescare ricci o a tuffarsi dal costone; quelle gambette non rimanevano indietro a nessuno e si arrampicavano sugli scogli come un granchio.

Ma avevano passato tante ore anche da soli, in fondo al molo, con i piedi penzolanti nel vuoto, ad aspettare i pesci che si mimetizzavano in nuvole torbide e verdastre sul fondo. Potevano rimanere in silenzio pomeriggi interi, una sagoma piccina accanto all’altra, più grande. Gli occhi fissi sui cerchi che si allargavano intorno ai galleggianti. Poi, come erano arrivati, se ne andavano, senza bisogno di parlare.

Successe all’improvviso, a primavera.

Aspettavano sempre la prima giornata tiepida per poter tornare a tuffarsi in mare; arrivavano a precipizio sulla spiaggia, ancora in corsa si spogliavano e si buttavano a capofitto nelle onde.

Quel giorno invece Ninetta appaiò con cura i sandali accanto all’asciugamano, esitò a sfilarsi la maglia e, rimasta in costume, portò subito una mano a coprirsi il seno. Alfonso capì che era cambiato tutto.

Non risero più insieme, non la portò più a pescare la domenica e, siccome lei insisteva e gli correva dietro in lacrime, lui gridava: «Devi aiutare a mamma!» e infilava lesto giù per il vicolo.

Il pensiero lo tormentava soprattutto la sera, in un intreccio caotico di immagini prima del sonno. Vedeva la sorella negli occhi dei maschi e non lo sopportava. Lui lo sapeva bene cosa girava per la testa a quelli; doveva proteggerla, l’aveva promesso a suo padre, bastava un attimo per inguaiarsi. Solo dopo aver deciso i nuovi divieti e le regole da imporre il giorno dopo, finalmente riusciva a prendere sonno.

«Non sei più una piccirilla, copriti!» Indicava le ginocchia abbronzate e la camicia troppo tesa sul seno.

La madre annuiva e le cuciva vestine accollate, lunghe fino al polpaccio.

«E in giro da sola non è più cosa! Inteso?»

«Ma vengo con te, Carmine e Pinuccio!» urlava lei con tutto il fiato che aveva.

«Noi facciamo cose da uomini!» Lui invece non aveva bisogno di urlare, con questa frase chiudeva il discorso e se ne andava.

Come piacevano a Ninetta «le cose da uomini»! Andare a pesca di totani di notte con la lampara, infilarsi a stanare i polpi negli anfratti degli scogli, dove solo lei riusciva a entrare. Certo, poi a sbatterli sulla roccia ci pensavano i ragazzi, ma a prenderli nessuno la superava.

Ora il pesce doveva solo pulirlo, quando lo trovava sul marmo del tavolo di cucina. Raschiava con rabbia le squame col coltello, poi incideva il ventre e, mentre strappava via le interiora con le dita insanguinate, pensava di sbuzzare Alfonso, Carmine e Pinuccio, a uno a uno.

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Gli occhi tondi dei pesci bolliti invece erano quelli di zia Nunzia, che ora aveva sempre alle costole, e allora li cavava via e li buttava nel secchio con soddisfazione.

«Perché gli hai cavato gli occhi?» chiese Alfonso quando vide per la prima volta sul vassoio la cernia accecata.

«Perché così mi piace!» Lei se lo godette quel potere di un attimo e lo guardò con sfida.

Alfonso non si arrabbiò, per carità, anzi rise, perché in cucina il potere glielo lasciava. Perciò non glielo chiese più e cernie e saraghi arrivavano impunemente seviziati sulla tavola. […]

Da “NINETTA” dall’Antologia “La Scia Nera” a cura di Marco Vichi, 2015, TEA, incipit di racconto di Nicoletta Manetti

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