WEN – AVARIZIA – Il funerale – Renato Campinoti

Sono le 16 di un giorno del mese di Settembre del 2021. Il carro funebre, un’auto moderna a forma di grosso cuneo rovesciato per fare posto alla bara, si stava lentamente avvicinando alla casa di Giovanni Bellucci, ottanta anni portati bene, che solo la mattina precedente era stato colpito da un ictus fulminante, rimanendo bloccato come un baccalà, senza più un alito di vita.

È un giorno pieno di sole, l’inserviente delle Pompe Funebri esce volentieri dall’auto per andare a suonare il campanello di quella villetta della zona residenziale della città.

Poco più di dieci anni prima, nel Dicembre del 2020, quel campanello era stato suonato per l’ultima volta dal figlio di Giovanni. Antonio, il figlio, aveva da un paio di mesi compiuto quarantadue anni, era sposato e da cinque anni era a sua volta padre di un bambino vivace e curioso.

Quando Carla, moglie di Giovanni e sua madre, aprì la porta per lasciarlo entrare, notò immediatamente che c’era qualcosa che non andava nell’espressione del figlio.

Nel salotto, dove fu fatto accomodare dopo i saluti di rito, Antonio, seduto nella poltrona delle sue letture giovanili, non usò mezzi termini per rappresentare ai genitori la situazione in cui si trovava.

«Voi ricordate la scelta che io e mia moglie Gabriella facemmo l’anno scorso, quando decidemmo di cogliere al volo l’occasione che si presentò di acquistare il ristorante dove entrambi lavoravamo, lei come cameriera e io come cuoco. Era un periodo che il turismo a Firenze cresceva in maniera esponenziale e sembrava che, con l’uscita del vecchio proprietario, in pochi anni avremmo ripagato sicuramente il debito. Il mutuo era grosso davvero, dovemmo impegnare la nostra abitazione appena finita di pagare e restituire tutti i mesi una rata di diverse migliaia di euro. I primi tempi ce la facevamo a meraviglia e riuscivamo anche a ritagliare quanto ci bastava per vivere. Eravamo felici della nostra scelta e anche della nuova clientela che stavamo conquistando con i nuovi piatti che riuscii ad inventare. Poi è arrivato questo maledetto virus. Alla prima ondata abbiamo resistito con le unghie e con i denti. Abbiamo dilazionato un po’ i pagamenti. Ma poi i conti arrivano. Ora, alla seconda ondata, non ce la facciamo più. O troviamo un aiuto importante ora o siamo costretti a vendere ad un offerente che ci paga meno di un decimo del valore del locale».

Il padre, scuro in volto, volle ricordare al figlio che lui, ufficiale dell’esercito in pensione, di debiti non ne aveva fatti mai e che, secondo lui, aveva fatto male anche il figlio ad indebitarsi in quel modo. Antonio, che lo conosceva bene, fece il gesto di alzarsi per riprendere la via di casa. La madre lo fermò e gli chiese di dire quanto era la somma di cui necessitava.

«Cinquantamila, euro più, euro meno», disse Antonio, ormai in piedi. Il padre lo guardò con una faccia ancora più scura e gli chiese in quanto tempo era necessario avere a disposizione questi soldi.

«Diciamo subito», rispose il figlio.

«E come farai a restituirmeli se le cose vanno così male?»

«Ormai sembra proprio che questa maledetta pandemia stia per essere sconfitta. I dati stanno migliorando, soprattutto stanno arrivando davvero le prime dosi del vaccino e delle medicine. Tutti sanno che chi resiste per i prossimi tre, quattro mesi, poi sarà in grado di riprendersi davvero. La gente, che è stata in casa tutto questo tempo, avrà voglia di spendere e di festeggiare la ritrovata normalità…»

«E se invece le cose ricominciano a peggiorare, come è già successo a Settembre?»

Antonio capì che non era il caso di insistere. Con la morte nel cuore, si apprestò a lasciare la casa dei genitori. Il padre, scuro in volto, rimase seduto. La madre raggiunse il figlio già sulla porta.

«Lo sai come è fatto tuo padre. Ora ci parlo anch’io. Spero di dirti qualcosa nei prossimi giorni». Antonio le diede un bacetto di commiato e se ne andò.

Passarono le settimane e nessuno si fece più vivo. Antonio e la moglie furono costretti a cedere l’attività, a perdere la casa e a pagare una parte dei debiti.

Un amico che si era trasferito al Nord, appena le cose ricominciarono a migliorare, gli offrì un posto di aiuto cuoco. Gabriella si accontentò di un part time in una pizzeria della Brianza, dove si erano trasferiti.

Con tanta fatica e molte rinunce, riuscirono tuttavia a pagare, col tempo, i debiti accumulati. L’unica cosa che mancava tanto ad Antonio e Gabriella era la loro città.

Ancora una volta il destino si presentò a loro in veste di un amico fiorentino che chiese ad Antonio, di cui conosceva le doti di cuoco, di tornare a Firenze a condividere la conduzione di un ristorante ben avviato.

Quando sentì la cifra che era necessaria, Antonio si scoraggiò. Non aveva la voglia di ripetere l’esperienza della volta passata, indebitandosi ancora con le banche.

«Ma…non lo sai?»

«Cosa?» disse Antonio, cominciando a sospettare qualcosa dopo che, da anni, non aveva più voluto sentire nessuno della famiglia, nemmeno la madre.

«La settimana scorsa tuo padre è morto e ti avrà sicuramente lasciato qualcosa, quel tirchiaccio».

«E…mia madre?»

«Tua madre si farà viva a breve. Mi ha chiesto tante volte il tuo recapito. Io, come mi avevi detto, glielo ho sempre negato. Ma proprio ieri non ho potuto fare a meno di darle il numero del tuo cellulare. Mi ha ringraziato tanto e mi ha detto che non vedeva l’ora di parlarti. Mi ha detto anche che, senza te e il nipote, non sapeva che farsene di tutti quei soldi e quelle case affittate che il marito le aveva lascito»

Quando la macchina delle pompe funebri, caricata la bara a bordo, si avviò per raggiungere il cimitero di Trespiano, l’autista, con accanto la moglie vestita di scuro e silenziosa, non voleva credere a ciò che vedeva nello specchietto. Nessuna macchina e nessun pedone seguivano quel triste feretro.

Carro funebre: caratteristiche e requisiti

di Renato Campinoti

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