WEN – AVARIZIA – L’avarizia del cuore – Caterina Perrone

«Avaro ti dico, avaro che non ve n’è pari! Sebbene in questa città di avari son lastricate le vie…. e i cimiteri. Berlincione con la destra dà e con la mancina taglia. La destra è bianca, liscia, inanellata che pare d’un cardinale. Ma l’altra, la tien nascosta sotto la zimarra, che se tu la vedi pare armata di artigli: quella è la mano vera che afferra, stringe, è baluardo contro ogni misero che batte alla porta e chiede aiuto. Mi infuria solo vederlo che avanza nella strada tronfio e superbo. L’avarizia non va mai sola.»

«L’hai ben visto anche tu alla messa di Ognissanti dispensare un borsello sonante al cappellano di Santa Reparata. Che tutti vedevano e si facevan segno ”Gran signore colui e grande ha il cuore siccome grandi ha i forzieri stracolmi di fiorini” si udiva tra le panche. Perché ridi? Era palese.» mi dice Vanni, ingenuo e… tonto.

«Non sono tanto certo di quel che dici, ch’è amico di chierici, i più avari che stanno sulla terra. Quello è già il segno. Chi può dire quanto di quel che raccolgono alla messa andrà alla povera gente, agli altari, e non a imbandire la loro mensa? Lo sa bene chi batte a quell’uscio e piuttosto ci guadagna busse che non pane. Ma poi chi ha visto che cos’era a sonare là, dentro il sacchetto? Forse ferraglia o sassi d’Arno… Se tu avessi udito quel che ho udito io quando… non farmi andare innanzi.»

«Dimmi invece, racconta!»

«Alla figliola nega un vestito per comparire a Calendimaggio e ingioiella la ganza, ché quella gli fa lustro, mostrandoli sulle puppe scoperte, a maggior vanto del suo finanziatore» sussurro.

«La ganza dici? Ma certo Lapa!»

«Non più quella, ora che l’ha lasciata le ha chiesto indietro i doni per rigirarli a quella nuova. Ma c’è di peggio, l’ho udito io che urlava sopra il pianto di Lucrezia, la figliola. “Ti lamenti che è un marito vecchio? A me pare un affare, sarà buona una dote più piccina. Non vuoi? C’è anche il convento, ma in quello dovrai faticare e non essere servita: non ci sarà dote per te!”»

«La sua unica figlia?»

Vagabondi e mendicanti: il libro nero dei poveri | Il Palazzo di Sichelgaita

«Avaro ti dico, Berlincione è avaro nel profondo, là dove solo Dio l’onniveggente arriva con lo sguardo. L’avaro che solo dà se poi gli ritorna guadagno. Lo vedi è come il lupo cupido e malevolo. Ma io ti dico che nulla si saprà di lui poi che sarà morto, nulla si ricorderà delle sue gesta quando sarà trascorso un anno e tutti i suoi beni dispersi. Con l’ossa sua seppelliranno il nome e sole echeggeranno le grida e gli sberleffi di quelli cui aveva negato aiuto. Dove saran finiti i denari che tanto ha amato più ancora che i figli, la moglie e la famiglia, ora che le sue mani sono fredde e incapaci di trattener ricchezze? E Fiorenza? Cui non ha dato che cattiva fama con le sue male imprese. Lo sai che con sommo spregio ha rifiutato di sedere nel Consiglio dei Cento? “Troppe ore che non portan guadagno” è stata la risposta e un ghigno beffardo come a dire che il suo tempo non lo darebbe mai per chicchessia, neanche fosse il Padreterno; tanto meno per i suoi pari che potrebbero esser concorrenti. E il tempo, tu lo sai, è il bene più prezioso che l’uomo ha in serbo. Fugge e non torna, mai se ne guadagna d’altro, anzi più si corre e più si va incontro alla morte. Ma quando i giorni avran mangiato le carni e solo l’ossa attenderanno il verdetto, tu che potrai Cione? Nessuna lacrima per te, piuttosto un gran sospiro ché ti sarai levato di torno e finalmente nei tuoi forzieri potran nuotare quelle altre mani cui avevi negato pane e affetto.»

di Caterina Perrone

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