WEN – AVARIZIA – Paolaccio – Francesco Fattorini

Questa è la storia di Ser Paolaccio, non so perché lo chiamassero così, talvolta i soprannomi nascono senza una ragione precisa.

La sua taccagneria era leggenda, tutti a Firenze sapevano che quando una moneta d’oro o d’argento per qualche giorno restava nelle sue mani, ne usciva come smagrita, pallida, sfinita come un amante dopo interminabili notti di fuoco, diventava più fine e perdeva metallo prezioso. Erano anni che passava le notti a limare monete, potevi riconoscerle a colpo d’occhio, tanto che anche il Granduca lo aveva diffidato. Vagava per la città sempre dimesso come uno straccione e se qualcuno rimaneva ingannato e gli offriva un’elemosina lui si guardava bene dal confessare la propria agiatezza, prendeva l’obolo e scappava via lesto prima che ci fossero ripensamenti.  Praticava sovente l’usura, qualcuno dice prestasse a casate nobiliari insospettabili.

Si racconta di lui che una domenica assistesse alla messa in Duomo, perché a modo suo era devoto e non dimenticava di santificare una festa. Il vescovo in persona passò tra i fedeli per raccogliere le offerte. Anche i più poveri dettero qualcosa, chi un uovo, chi mezzo cavolo.  Ser Paolaccio lo vide avvicinarsi e messosi la mano in tasca riconobbe con orrore la forma di una pesante moneta d’argento. Preso dal panico temette di doverla elargire, il vescovo era ormai a un passo da lui; fuggire era impensabile così stipato nella folla e allora, con mossa rapida ingoiò la grossa moneta.  Il vescovo lo vide e rimase senza parole procedendo nella questua senza rivolgergli neanche un cenno. Qualcuno vide, sul viso di Ser Paolaccio, un radioso sorriso di sollievo.

Ser Paolaccio era sempre cupo e accigliato ma non era cattivo, la sua espressione minacciosa era dovuta al timore che chiunque lo avvicinasse lo facesse per prendergli qualcosa.  Si dice che avesse uno scrigno dove custodiva una vera ricchezza, ma nessuno lo aveva mai visto.  Niente donne, come è facile immaginare, e di amici manco a parlarne. Ogni sera, puntuale alla chiusura del mercato, raccattava gli avanzi: verdura sull’orlo della putrefazione e marciumi di ogni tipo; infine, le cassette di legno rotte per accendere il fuoco.  

Un giorno si sparse la voce che c’erano stati i ladri da Ser Paolaccio. Forse, si diceva, gli avevano preso il famoso scrigno con tutto il suo tesoro.  Nessuno osava andare a verificare, un po’ per evitarne la furia e un po’ perché a nessuno, in fondo, importava di lui.  Per tre giorni non lo si vide per strada fino a quando un mattino apparve nella locanda dove si gustò un’abbondante colazione con una pagnotta fresca e del prosciutto. Sorridente e rilassato, uscito da lì si recò a comprare delle “vesti un po’ decenti” come disse lui stesso, d’altronde non era ancora vecchio e prima che la vita se ne fuggisse via voleva prendersi un po’ di gioia anche lui.  Da allora in poi Ser Paolaccio fu un’altra persona, sempre presente nella vita sociale della città, disposto ad aiutare chi ne avesse bisogno e sempre pronto allo scherzo o alla bevuta.

In seguito, si sono intrecciate tra loro storie diverse: c’è chi diceva che i forzieri fossero più di uno e che i ladri avessero preso il più piccolo, altri riferivano di averlo visto pregare la Vergine e chiedere perdono, altri ancora ritenevano più probabile un intervento diabolico. Fu difficile per tutti credere a una tale trasformazione, a una reazione così imprevedibile e intorno alla sua figura persistette a lungo un alone di mistero.

Io penso che Ser Paolaccio fosse solo un uomo che, affrancatosi dalle proprie ossessioni, avesse scoperto la vita, ma anche questa mia non è altro che un’opinione.

Prontuario del Predicatore. Sentenze di Sant'Agostino sull'avarizia

di Francesco Fattorini

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