WEN – AVARIZIA – Un uomo troppo generoso – Silvia Taccagni

Quella mattina c’era qualcosa di diverso dalle altre.

Quella mattina nessun suono proveniva dal sottoscala. Sembrava quasi che Guglielmo e Ambrogio non fossero lì.

In effetti, a quell’ora, il rumore dei loro passi era consuetudine da circa un anno, da quando erano entrati nella sua vita.

Dopo diverso tempo che sua moglie non c’era più, lui aveva desiderato sentire per casa i passi di qualcun’altro oltre ai suoi.

Così aveva cercato tra gli annunci inseriti sul giornale, rigorosamente visionato al bar; per lui sarebbe stato troppo dispendioso quell’euro e cinquanta per comprarlo.

E lì trovò quello che faceva al caso suo. Tra le righe di quella inserzione erano elencate le caratteristiche di quei due. Capì subito che erano quelli giusti e contattò la famiglia presso la quale si trovavano.

Organizzò un incontro a tre isolati da casa, nella caffetteria.

Raggiunse il luogo a piedi; la macchina non la aveva più da tempo; la usava poco e gli pareva una spesa inutile.

Più tardi, una volta a casa, cercò un posticino per loro.

Il sottoscala gli sembrò quello più adatto. Dentro ci stavano a misura due vecchi materassi; non vi era la luce, ma tanto a loro non sarebbe servita.

Ma quella mattina nessun rumore proveniva dal sottoscala.

Prima di andare a vedere però, fece colazione; poi, come al solito, versò il latte avanzato nella sua tazza in una bottiglietta di vetro e la mise in frigo per la colazione dei ragazzi, quando fossero spuntati fuori.

Si infilò il giubbotto e arrivò fino in fondo alla strada. Aprì il bidone dell’immondizia e vi rovistò per un po’. Poi tornò indietro soddisfatto. Aveva trovato degli ossicini non del tutto ripuliti; Guglielmo e Ambrogio si sarebbero leccati i baffi.

Rientrò in casa, si lavò le mani e si diresse al sottoscala; quei due non erano lì.

Ne rimase piuttosto infastidito. Era abituato ad averli intorno e adorava quando, con una sorta di rituale di ringraziamento, lo riempivano di attenzioni come a volergli dimostrare tutta la riconoscenza nei suoi confronti per aver dato loro quel tetto sulla testa e la certezza di almeno un pasto al giorno.

Li chiamò, ma niente. Allora si infilò nel salone per accertarsi che non fossero lì. Non accese la luce, perché lo riteneva un inutile spreco di soldi, considerato che gli sarebbe bastato sentire i loro sbuffi per capire dove fossero. Ma tutto tacque.

Li chiamò ancora una volta e una volta ancora, ma il silenzio fu assoluto e anche il buio.

Ma era sempre più deciso a non accendere la luce. Non poteva fare di più; già era tanta la generosità che aveva avuto nei loro confronti.

Innervosito dalla situazione si sedette sul divano, accese quel che rimaneva di una consumatissima candela e si mise a leggere quel libro preso in prestito cinque mesi prima dal vicino di casa.

Non aveva fretta; la lettura scorreva con difficoltà a causa della scarsa

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illuminazione. Poteva stare lì ad aspettare fino a sera; sicuramente sarebbero spuntati fuori non appena avessero sentito i morsi della fame.

Dopo mezz’ora però gli occhi cominciarono a fargli male per il troppo buio. 

Si alzò deciso a trovarli. Iniziò a percorrere il lungo corridoio al piano inferiore; impiegò molto tempo a perlustrare tutte le quindici stanze della casa.

Si affacciò anche alla finestra, ma era chiaro che non ce l’avrebbe fatta a scandagliare anche tutti quegli ettari di parco.

Si sedette di nuovo sul divano al buio. Era evidente che Guglielmo e Ambrogio non volevano farsi trovare. E gli parve strano.

Lui aveva rispettato il contratto; vitto e alloggio in cambio dei loro servizi.

Ma forse era stato troppo generoso e loro se ne erano approfittati.

Si, forse era andata proprio così.

di Silvia Taccagni

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