WEN – INVIDIA – Ade – Massimo Acciai Baggiani

NOTA DELL’AUTORE – Il presente racconto è ambientato nel mondo ucronico creato da Carlo Menzinger nella trilogia di Via da Sparta[1], precisamente si inserisce tra i miei racconti Il vecchio[2] e Lo scisma[3].

Philagrios era sovrastato dalla presenza del dio, di dimensioni tali da non poterlo vedere in volto. Riusciva appena, alzando gli occhi, a intravedere un’unghia del mignolo, molto al di sopra della sua testa. Il suo sentimento non era tanto di paura – sentimento ignoto agli spartiati – quanto di stupore e deferenza.

«Hai capito chi sono?» domandò il dio, con voce simile a una frana o al tuono di una tempesta remota.

«Tu sei Ade» rispose prontamente il Polemarco[4] «Dio delle ombre e dei morti. Gloria e onore a Te e al tuo regno oscuro: molti sudditi ti ha inviato il mio popolo».

«È così. Tu e il tuo esercito in particolare me ne hai mandati quasi diecimila nell’ultima battaglia in India. Voi spartiati mi state dando molto lavoro.»

«A tuo maggior onore. Sono dunque morto? Non ricordo… spero sia successo in battaglia e di averti portato con la mia machaira tante anim…»

«Non sei ancora mio, Polemarco, anche se presto lo diventerai. Non che io sia così felice di vederti quaggiù; ho fin troppi sudditi e l’Averno non è infinito: fra non molto non ci sarà più posto per altre ombre, sia di spartiati, di iloti o di altri popoli che non avete ancora sterminato.»

Philagrios era disorientato.

«Non capisco, possente dio» disse il Polemarco «i tuoi dominii sono sconfinati e tuo nipote Ares ci ha sempre concesso il suo favore nelle battaglie: siamo spartiati e il nostro motto è “Sparta ovunque”…»

«Già, Sparta ovunque, anche qui all’Averno: se fosse in vostro potere sottomettereste anche il mio regno! Ve lo cederei volentieri: la vita qua sotto è priva di gioia, non solo per i dannati. Mia moglie Proserpina non vede l’ora di salire in superficie, ogni volta che si avvicina il suo turno per stare con la madre, e quando torna è sempre di malumore. Invidio voi mortali, la vostra ingenuità, la luce e il calore del sole, le stelle in cielo e i fiori colorati. Soprattutto invidio la vostra mortalità. Io sono incatenato in questo buio per tutta la vita che, essendo senza fine…»

«Tu invidi noi, possente Ade?»

Il Polemarco era sempre più sconcertato.

«Vi invidio e vi odio, a causa di tutto il lavoro e le preoccupazioni che mi date. Sciocchi! Quando imparerete a vivere in pace, a fare meno figli, a vivere e lasciare vivere? Anche quella cosa assurda che avete inventato per contenere la popolazione… come a chiamate… ah sì, i Riti della Catarsi. Non sarebbe più semplice un po’ di astinenza o almeno usare la contraccezione? E poi basta con tutto questo sesso fine a se stesso, vi scopereste anche i cadaveri, avete trasformato la terra in un bordello da far arrossire di vergogna anche un dio immortale come me! Noi dèi vi abbiamo donato il sesso non per abusarne. Avevate tutto quello che vi serviva per essere felici e avete fatto un gran casino per migliaia di anni. Se non fossi incatenato quaggiù sarei già salito a darvi una raddrizzata!»

«Ma… ma…»

«Lasciamo perdere. Piuttosto c’è qui una persona che conosci e che desidera salutarti.»

Un’ombra avanzò decisa da dietro il dito gigantesco del dio. Philagrios lo riconobbe subito.

«Svāmī Balachandra!» esclamò il Polemarco.

Il vecchio, dalla carnagione scura e completamente nudo, abbozzò un sorriso e accennò un inchino a mani giunte. Il suo sguardo era sereno e sicuro di sé, come la prima volta che lo aveva incontrato, nella giungla del Terai, dopo che era stato assalito e ridotto in fin di vita da una tigre.

«Figliuolo, hai meditato sulle mie parole?» domandò il vecchio. «La fine del Kali-yuga è vicina» continuò, senza attendere la risposta «è triste aver vissuto sempre nella violenza e tra i cadaveri senza aver conosciuto un mondo migliore. No, non sto parlando della rinascita dopo il Morbo: già esistono luoghi migliori sulla terra, dove né Sparta né Nippon-koku o altri violenti sono arrivati. So che voi spartiati non temete la morte, ma ci sono cose ancora più terribili, che riempirebbero di terrore anche voi se le conosceste. In fondo la morte può essere oblio, può essere perfino mokṣa. Immagina di non poter mai sperimentare il riposo, di vivere in eterno e non trovare alcuna ragione per vivere. Immagina invece… questo.»

Davanti agli occhi del Polemarco si aprì la visione di un luogo molto diverso da quelli che aveva visto nei suoi lunghi viaggi nel mondo alla guida del suo esercito. C’erano montagne maestose, coperte di neve, sotto un cielo di un azzurro così intenso da non potersi descrivere. C’era un villaggio costruito in superficie, con strane case di legno. La gente che lo abitava era felice; conoscevano l’amore. Philagrios provò invidia. All’improvviso quel malumore che provava sempre in battaglia, che non osava confessare neanche a se stesso, straripò come una diga infranta e inondò il suo cuore, rinfrescandolo come una gettata d’acqua su una spada ancora incandescente nelle mani del fabbro. Quel luogo aveva un nome bellissimo: “casa”. Non era la sua casa sotterranea ad Antese[5], da cui era quasi sempre assente, e neppure la sua tenda da campo. Quello era un luogo a cui sentiva che avrebbe potuto appartenere insieme alla sua famiglia.

«Quel luogo è reale» disse il vecchio «e il tuo cuore conosce la strada per arrivarci. Si trova nel nord della Vitellia, sulle montagne orientali. Raggiungilo e cambia vita, altrimenti saprai cosa è davvero la sofferenza…»

La visione idilliaca fu sostituita all’improvviso da qualcosa di assolutamente spaventoso, un baratro senza fine in cui sarebbe precipitato per l’eternità, ai cui lati si protendevano braccia mostruose con lame affilate al posto delle dita e un tanfo insopportabile.

Il Polemarco si svegliò urlando. Impiegò qualche attimo a comprendere che si trovava nel suo letto, ad Antese, accanto a Myrra che lo guardava spaventata.

«Che ti succede, marito mio?» domandò la donna, che era stata svegliata anche lei di soprassalto. L’uomo la guardò come se la vedesse per la prima volta, quindi, per la prima e ultima volta in vita sua, scoppiò a piangere. Come un bambino.

Firenze, 30 frimaio ’29 (20 dicembre 2020)


[1] Porto Seguro, 2017-2019.

[2] Prossimamente edito da Solfanelli editore in una antologia dedicata al tema del contagio.

[3] In AA.VV., Sparta Ovunque, Chieti, Tabula Fati, 2020.

[4] Nell’esercito spartiate 400 uomini erano organizzati in una Mora, comandata da un Polemarco.

[5] Firenze, in questa linea temporale.

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

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