WEN – INVIDIA – Il riscatto – Antonella Cipriani

Era sempre stato il più intelligente, il più simpatico, il più bello, insomma il più tutto, e noi compagni di classe vicino a lui, scomparivamo come conigli nelle mani di un prestigiatore. Aveva sempre mirato alto Pierfrancesco, sebbene non parlasse mai dei suoi progetti. Lo si capiva da come ci trattava, dall’alto in basso, seduto sempre un gradino più su a declamare le sue vittorie. Sembrava nato per lo sport: rugby, pallavolo, calcio, tennis… non c’era nessuno che lo superasse. E quando si stancava di esaltare i propri trionfi sportivi, attaccava con le barzellette e le sapeva raccontare bene, concludendo sempre con una grassa risata che contagiava tutti anche quando la barzelletta non era granché.  Le ragazze, appartate poco lontano, avevano occhi solo per lui, alternando gli sguardi fuggevoli a commenti di cui Pierfrancesco era sicuramente protagonista.

Era incredibile il suo magnetismo. E non per il metro e novanta in altezza ma per tutta l’ambizione e sicurezza che trasudava dalla sua persona di cui forse l’ascoltatore sperava di esserne contagiato anche solo in piccola parte.

Non mi meravigliai perciò, quando qualche decennio dopo, vidi la sua foto su una rivista sportiva. Ne parlavano come la promessa della Formula Uno, ma a parte il titolo a grandi caratteri non mi spinsi oltre le prime righe. Mi soffermai invece sulla foto. Bello come Adone senza più i riccioli biondi, fisico ben tornito nella tuta rossa, pollice alzato verso il fotografo. Sguardo intenso, insostenibile. Lo stesso di un tempo, che mi faceva abbassare le palpebre, con la speranza di farlo scomparire per sempre, come fanno i bambini con l’oggetto non desiderato.  Non so se era odio o invidia quello che provavo nei suoi confronti, un sentimento comunque molto forte, da rendermi di colpo felice quando terminai il liceo. Non lo avrei più rivisto e non sarei stato più il suo zimbello.

Si, perché nonostante le sue doti, aveva il grosso difetto di compiacersi nel prendere in giro gli altri conoscendo, da persona acuta qual era, i tasti giusti per ferire. Come dimenticare il suo piede che volontariamente mi colpì nella finale di campionato mentre la mia squadra vinceva 2 a 0? O il suo modo canzonatorio di chiamarmi il Bello Addormentato per la mia abitudine a incantarmi spesso? O quella volta che si appartò con Linda e la baciò pur sapendo che era la mia ragazza?

Quando l’ho visto al bar, l’altro giorno, dove all’una esatta, sono solito fare la pausa pranzo, ho abbandonato senza esitazione il mio piatto di spaghetti fumanti per andargli incontro. Seduta al suo fianco una donna di mezza età, dai lineamenti spigolosi delle donne dell’Est.

«Pierfrancesco» ho urlato per paura che le mie parole non raggiungessero il bersaglio. «Sei proprio tu?». Colpito.

Ho visto una scossa attraversare il suo corpo. Ho assaporato quel momento indugiando ancora, per godermelo appieno, e infine fermarmi proprio a due palmi dal suo viso.

«Che piacere vederti!» ho esclamato senza nemmeno attendere risposta.

Quelle parole mi erano uscite spontanee con tutta la loro verità. Per la prima volta non avevo alcun desiderio di abbassare lo sguardo e di farlo sparire dalla mia vita, finalmente potevo guardarlo senza odio o invidia, dall’alto in basso, mentre lui dalla sua sedia a rotelle, continuava a fissarmi senza parole, la bocca un po’ storta dove un filo di saliva si allungava fino alla coscia, nel suo metro e novanta spezzato, con gli occhi ritardati di un Bello Addormentato.

di Antonella Cipriani

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