WEN – INVIDIA – L’arringa – Francesco Fattorini

“Oggi 15 giugno 1880, signori della corte di Firenze e voi uditori, dopo lunga carriera di avvocato mi trovo a esporvi una mia convinzione controversa, concedetemi qualche minuto.

Il qui presente Buzzino de’ Pescioni, conosciuto da tutti come persona a modo, è oggi accusato di aver ferito il di lui fratello Lorenzo con ripetute botte sul capo e sulla groppa, senza ragione apparente, e ivi detto posseduto dal demone dell’invidia contro colui che lo tiene in casa. Buzzino lo conosciamo tutti, il suo corpo globiforme, l’incedere curvo, già dalla nascita la madre pianse vedendo ciò che si era portata in seno. Nessuna malattia lo risparmiò, quell’espressione stolida non è che una deformazione facciale che lo incolse sui dieci anni e la gamba più corta da sempre gli ha impedito la gioia della corsa.

Altra vita invece il fratello minore Lorenzo: bello, atletico, pronto, arguto, simpatico, trionfatore nel mondo e nei cuori delle donne, il giusto risarcimento per i pianti della vecchia madre finalmente appagata e orgogliosa.

Crebbero sempre in armonia i due fratelli, come tutti sappiamo; Buzzino nel podere fuori città mentre Lorenzo vendeva i prodotti al mercato. D’altronde le belle sembianze di Lorenzo e la sua voce musicale permettevano di vendere tutte le zucchine, ravanelli, pesche che ci fossero sul banco mentre la gracchiante parlata e la grottesca immagine di Buzzino finivano per riportarsi a casa troppa roba.

Nella sfilata cittadina al dì di Pasqua vediamo tutti come Lorenzo renda onore alla storica livrea, mentre Buzzino si dedica ai bovi che trainano il Brindellone, immerso in meno onorevole fanghiglia.

Gli anni passano e, sempre più curvato dal lavoro nei campi, Buzzino assiste ai continui trionfi del fratello curato e attento, istruito nei modi e allenato a frequenti e continui amori.

Fu così che Buzzino una mattina si scoprì a pensare, ricordare, soppesare, rivedere davanti agli occhi la propria vita orfana di quei doni così fitti nella vita del fratello, e qualcosa lo prese: quasi fosse la mano alata della giustizia, il suo piccolo braccio peloso, afferrato un grosso bastone, vibrò con furia sette furiosi colpi sulle membra del fratello, facendogli livida la faccia e sanguinante la testa, e pauroso un ghigno da satiro gli si leggeva in viso. E’ successo così, Vostro Onore, lo ammetto, e tanto impressionò tutti tale luciferina tramutazione.

Ma non accetto la parola “Invidia” come viene proferito e vi espongo le mie ragioni. L’invidia non è quel mal sentire di chi soffre delle gioie altrui, contro ogni logica e ogni natura? Qui siamo di fronte ad altro: a una domanda di giustizia, un ammutinamento contro il destino forse! Una preghiera che almeno qualche gioia toccasse anche a lui, invece dei risolini, delle prese di giro. Vostro Onore, il mio cliente si innamorava perdutamente di tutte le donne del fratello e sapete quando? Quando, abbandonate, correvano da lui per piangere sulla sua spalla o per chiedere un’intercessione, una speranza e in quei momenti lui rubava, tenendo quelle mani nelle sue, una briciola di tenerezza non a lui destinata.

Tar Puglia, Lecce, Sez. II, 12 settembre 2013, n. 1880 - Labsus

Invidia è di chi odia il bene altrui, il mio cliente reclama solo il proprio.

Termino qui il mio discorso Vostro Onore e voi tutti cittadini, e chiedo, in forza del mio argomentare, non di ignorare un atto (seppur sempre di violenza) ma altresì di non annoverarlo nella triste categoria dell’invidia, essendo solo una comprensibile reazione verso una vita per niente equa.

Possiamo davvero definire Buzzino dei Pescioni invidioso, livoroso? O forse solo esasperato? Ho finito Vostro Onore”

Buzzino fu condannato al modesto pagamento di due lire d’argento e il fatto venne presto dimenticato da tutti, fratello compreso.

di Francesco Fattorini

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