WEN -Invidia – Lorenzaccio: la forza dell’invidia – Renato Campinoti

Quella mattina in Campo Polo a Venezia c’era ancora una nebbiolina bassa portata dall’umido della nottata. Era il 26 Febbraio del 1547. La sera precedente Lorenzino dei Medici, Lorenzaccio come lo chiamavano tutti a Firenze, era stato ad una festa invitato dalla famiglia Strozzi, dove era presente anche quella signora che frequentava sempre più spesso, anche per

Scuola fiorentina, medaglia di lorenzino de' medici.JPG
Scuola fiorentina, medaglia di Lorenzino de’ Medici

darsi un certo decoro. Ma non era felice come si aspettava di esserlo dopo quella notte dell’Epifania di dieci anni prima, e come invece, felice, non lo era mai stato.

Nella piazza solitaria, improvvisamente, si materializzarono due brutti ceffi che, guardandolo e riconoscendolo, sguainarono lunghi coltelli e corsero verso di lui. Erano Cecchino da Bibbona e Bebo da Volterra, i due sicari che Cosimo, Duca di Toscana, aveva ingaggiato per vendicare finalmente la morte di Alessandro dei Medici.

Lorenzo, che tante volte in quei dieci anni era sfuggito per poco alla vendetta congiunta della Famiglia Medici e dell’imperatore Carlo V di cui Alessandro aveva sposato una figlia, rivide, come in un attimo infinito, i momenti più significativi della sua vita.

Cresciuto, orfano di padre da bambino, dalla madre Maria Soderini, nella Villa del Trebbio, dove abitava il ramo cadetto della famiglia Medici, fu imbevuto fin da giovanissimo di una solida cultura umanistica e di una forte rivalsa familiare verso quei parenti più ricchi e potenti. Il tempo trascorso, giovinetto, con la famiglia a Venezia, per sfuggire all’ira dei Lanzichenecchi, servì ad arricchire una già solida cultura e a riscontrare, nei ricchi fuorusciti fiorentini, la presenza di una forte opposizione pronta ad ingaggiare una lotta mortale per il potere a Firenze.

Non sempre, già in quel tempo, riusciva a dissimulare l’invidia che lo rodeva quando incrociava i personaggi più potenti della famiglia. Mentre si trovava a Roma e il Papa Medici Clemente VII, sopravvissuto al Sacco germanico, aveva ripreso il suo dominio, non si trattenne dal recare uno sfregio ad alcune statue impresse nell’Arco di Costantino, simbolo massimo del potere temporale della Chiesa. Il Papa, indignato per tale spregio e determinato a mettere a morte l’autore, non era intenzionato ad intenerirsi quando risultò che il colpevole era suo parente. Ci volle del bello e del buono da parte di suo cugino, cardinale Ippolito, anch’egli di ramo cadetto, per sottrarlo all’ira papale, con l’obbligo di andarsene da Roma.

Molto legato al cugino Cardinale, non fu certamente felice di riscontrare che, ancora una volta, la scelta del Papa Medici, quando si trattò di riprendere il potere a Firenze e affidarlo ad un uomo di fiducia, cadde su Alessandro, suo figlio, piuttosto che su Ippolito, che pure aveva mantenuto i rapporti tra la città e il papato prima dell’arrivo del giovane Duca.

Alessandro, per quanto propenso ad una visione egocentrica e dittatoriale del potere, di modi spicci e di gusti poco raffinati, era tuttavia molto accorto nella gestione delle persone e della cerchia dei suoi seguaci. Lorenzino si trovò così, assorbito da quel cugino di carnagione scura (il Moro, come lo chiavano tutti in sua assenza), di bassa cultura e di mente diabolica, che non gli lasciò il tempo di organizzarne una sua di vita. Lo cercò e lo volle più spesso che poteva accanto a sé in tantissime circostanze, diplomatiche o goderecce che fossero. Lorenzo si trovò così a disquisire di filosofia e di cultura classica con alti personaggi delle diverse corti italiche, rappresentando lui stesso la tradizione umanistica del rinascimento fiorentino, e permettendo a quel rozzo cugino, ormai Duca di Firenze, di esibirlo come fiore all’occhiello del suo potere.

Al tempo stesso Lorenzo non poteva sottrarsi dall’accondiscendere ad accompagnare il cugino Duca nelle scorribande notturne che, protetti da una fidata scorta di armati, finivano per visitare le nuove cortigiane arrivate nei numerosi bordelli fiorentini o, al contrario, per lasciare per terra morto qualcuno dei personaggi che erano stati sentiti inveire contro il potere ducale in qualche zona del mercato vecchio.

Nell’uno e nell’altro caso Lorenzo, che finiva spesso per spendere monete sonanti per comprare il silenzio di meretrici che non osava toccare, o, al contrario, per piangere dentro di sé la morte di persone che gli erano vicine nei sentimenti, sentiva maturare dentro di sé un’invidia crescente verso quel ramo della famiglia. Sapeva, per esperienza, che solo la benevolenza paterna poteva aver collocato su quel trono fiorentino un personaggio privo di quella cultura e sensibilità che avevano fatto, nel tempo, la fortuna e la leggenda della corte fiorentina. E sentiva crescere dentro la consapevolezza che, una volta fatto fuori Alessandro, non restava che lui, ora che il cugino Cardinale era stato fatto avvelenare all’età di ventiquattro anni dal Duca stesso, per riportare al potere la parte migliore dell’esperienza medicea.

Furono in molti a chiedersi dove Lorenzino avesse trovato il coraggio e la forza, lui avvezzo a trascorrere la maggior parte del su tempo sui libri, per partecipare in prima persona, col solo aiuto del servo Scoroncolo, all’uccisione del Duca cugino, tratto in inganno e convinto a farsi trovare disarmato da una bella dama, nel letto messo a sua disposizione.

Solo la forza di quell’immensa invidia, dissimulata al fianco del peggiore dei Medici di sangue nobile, lo portò a prendere una simile decisione e a pretendere di parteciparvi in prima persona, rischiando perfino, per la reazione del più forte cugino, di far naufragare l’impresa.

Ormai a Venezia i sicari gli sono addosso e stanno affondando i coltelli nelle carni dell’infelice e deluso Lorenzino.

L’ultimo attimo di vita e di ricordi lo vuole dedicare a tutti quelli che l’avevano illuso che sarebbe stato facile e possibile rovesciare il potere mediceo, con le risorse di tante famiglie ricche. A cominciare dagli Strozzi, beffati il doppio di tutti dal Duca, col padre Filippo prima finanziatore della grandiosa Fortezza fiorentina costruita in tempi record, poi in quella medesima messo in prigione e lasciatovi morire.

Il clamoroso fallimento e la grave imperizia dei ripetuti tentavi di combattere contro il nuovo potere mediceo di Cosimo, finirono per rendere ancora più acuta sia la delusione di Lorenzo per le promesse non mantenute, sia l’invidia per quei parenti di maggiore nobiltà che ora lo stavano facendo assassinare.

 di Renato Campinoti 13 Dicembre 2020               

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