WEN – INVIDIA – Sapìa invidiosa – Cateria Perrone

È stato lì, è stato allora che l’ho sentita più forte che mai prima, dilaniarmi il cuore, scuotere le mie risa di fronte alla disfatta del mio popolo inviso.

Eppure non c’è luogo che mi piaccia come questo castello dove sono venuta sposa e ho vissuto fino agli anni della mia età matura. Castiglionalto guarda di sotto per la valle e in fondo vede scorrere le acque d’Elsa, ora quiete ora impetuose di tempesta.

Da lassù li vidi avanzare nella piana tra il Colle e le mura di Monteriggioni. La

Castiglionalto - Wikipedia
Castiglionalto o Castiglion Ghinibaldi è un castello medievale situato a Castellina Scalo, nel comune di Monteriggioni, in provincia di Siena.

guerra infine era arrivata, una delle tante che vedean come nemici fratelli e cittadini dello stesso popolo, nati e cresciuti tra le stesse mura dove sempre si generò ogni sorta di odio e di vendetta,

Anch’io mi son trovata tra quelli fuorusciti e non riconoscevo più alcun legame con le genti con cui pure avea vissuto tra i vicoli di Siena e nella piazza del Campo, nelle feste, nei cortei e nelle zuffe. Anzi è proprio perciò che li odiavo ché li conoscevo nella loro perfidia, nel tradimento della giusta parte. Li avversavo in più per un odio senza nome, che mi faceva desiderare per ognuno di loro il peggior male.

Quando i ghibellini vinsero in città e io ero lontana come tanti dalle dolci vie del borgo, li ebbi in odio ancor più grande, tutti quanti, e sognai che andassero dispersi e spiai ogni ragione che li facesse miseri.

Dimenticai in quel mentre che parteggiavo contro la mia città, dimenticai quella compassione per chi soffre che avevo conosciuta quando morì il mio sposo. Allora donai denari per l’ostello di Santa Maria, luogo di riposo e accoglienza ai viandanti, in cammino sulla via Francigena. Erano appunto pellegrini, non delle mie genti, questo forse mi aveva intenerito il cuore.

Il mio nome Sapìa non è stato per me insegnamento, ché sempre nel mio animo si combatte la clemenza per il debole e l’afflitto e il desiderio di male di chi è avverso; e sono tanti. Sapienza forse bussa alla porta dei miei ultimi anni perché io conosca la cecità del mio cuore, perché io forse mi sottometta a Dio.

Allora di fronte alla battaglia io pregai l’Onnipotente che li disperdesse. Sì, l’Onnipotente m’avea dato retta e io pensai di esser pari a lui.

Ecco le truppe in orde contrapposte riempirono il campo, gli stendardi battevano quieti al vento di maestrale. Fu vittoria di astuzia quella dei colligiani, degli Angiò e dei fiorentini che a gran voce fingean di essere tanti. Vinsero infine i guelfi nonostante il numero esiguo, misero in fuga i ghibellini della mia città che pure erano troppi.

Me ne vergogno a ripensarlo ma fui contenta con più che li vedevo correre fuggendo nella piana, braccati da quegli altri, disperdersi come colombi inseguiti dal falco, cadere sotto i colpi, disperarsi ché i compagni fuggivano lasciando gli altri soli. Mi rallegrai dello sdegno, dello sconforto che prese quelli che non si arresero al peggio: miei concittadini, senesi, ghibellini.

Il mio nipote Provenzano, anche lui dei Salvani come sono io, quando vide la fellonia dei fuggitivi, ancor più si gettò nel mezzo della zuffa. Folle, che ne uscì a brandelli. Non ebbi pietà neanche a vedere la sua testa infilzata nella picca sugli spalti.

Eppure la pietà aveva abitato il mio cuore, perché nei più giorni della mia vita ho augurato male? Con che occhi guarda l’animo invidioso della felicità, della vittoria altrui? Che cosa ho voluto vedere fino a rendere amara anche ogni mia vittoria? Ho preferito il male degli altri ad ogni altra cosa e con quello ho intristito ogni mio giorno.

di Caterina Perrone

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