WEN – SUPERBIA – Io, Provenzan Salvani – Caterina Perrone

Sì, io sono Provenzan Salvani, di nobile stirpe, potente nella città di Siena, valoroso in battaglia, sopravanzo ognuno con la mia possanza. Superbo, dicono di me, solo perché so quanto valgo per natura, per scelta, per azione. Podestà a Montepulciano, investito cavaliere e dominus nella mia nobile città, potrò divenire signore se la sorte non mi sarà avversa.

Mi criticano perché per le strade mi aggiro sempre a cavallo, ché non mi abbasso al popolo vile, e nemmeno ai miei pari, se pari esistono al mio confronto.

L’avversario non lo temo, lo affronto con sprezzo. Non sono forse io superiore ai più?

Quando, dopo la feroce battaglia a Montaperti dove mi battei in testa ai miei uomini, a Farinata e agli altri fuorusciti ghibellini, si parlò di pace, io solo mi opposi. Avevano voluto lo scontro, avevano osato sfidare la nostra giusta parte, avevan perso e dovevano pagare. Mai mi sarei piegato alla pietà: volevo Firenze rasa al suolo, con le torri, le case, le botteghe, i palazzi del governo. Si opposero e persi a quel confronto, me ne andai sdegnato e fui sommerso da critiche tremende, di cui mi faccio vanto.

Ora è tempo di dolore. Quando ho saputo di Mino, l’amico mio fraterno, catturato a Tagliacozzo, prigioniero di Carlo d’Angiò, ero per correre a salvarlo, ma è giunta la missiva con l’esosa richiesta: diecimila fiorini per la sua libertà. Una fortuna che un uomo ricco, fosse anche Creso, non potrebbe supportare.

Ho pianto, ché io non sono senza pietà nella giusta causa. Allora mi son messo sulla pubblica via, perché questo è il coraggio vero, mostrarsi per quello che si è, sempre sopra il giudizio degli altri. Seduto a terra, chiedo l’aiuto di ognuno per raccogliere quella somma immane. Non domando, non supplico, come potrei, io? Chi capisce darà, chi non capisce non dia. Infine han riempito il bussolotto di monete, forse sorpresi della mia resa all’affronto fatto a un amico.

Oggi mi attende la battaglia in campo aperto; ancora guelfi Fiorentini che chiedono riscossa. Avranno quel che si meritano: sconfitta amara un’altra volta.

Nella stanza segreta ho chiamato Alappo Lisi, esperto di magia. Ecco il gufo, con gli occhi di demonio, e il frate lo interroga sul mio futuro, come sempre prima dello scontro. Ne ho bisogno come della spada, come del coraggio, che si alimentano di buoni presagi.

L’uccello rotea gli occhi, sbatte l’ali nella luce tetra e fumosa della notte e dà il responso: «Tu andrai, combatterai, e la tua testa si ergerà al di sopra delle altre».

Con questo buon vaticinio mi preparo a infuocare i miei uomini.

In mezzo al turbinio di spade, ai nugoli di frecce, alle urla che sollevano la polvere, mi batto al pari di un leone, circondato di belve che digrignano i denti e agitano artigli. A ogni mio fendente cade una testa, vedo il terrore negli occhi, le smorfie di dolore, l’agitarsi di braccia e di mani.

L'Umana Commedia – Provenzan Salvani, un superbo umile

Ora che accade? Perché questo correr di gente? Sono i miei che volgono le terga al nemico nella peggiore delle disfatte: la fuga. Mai mi piegherò, mai tornerò sconfitto in città, piuttosto morte colga me e chi mi segue. Non ha altra scelta un uomo del mio pari, se non fosse l’amore per la mia città, Siena.

Un cavaliere mi viene incontro con la ferocia del nemico vero: «Cavolino Tolomei, certo, con me cerchi il confronto. Vieni, voglio farti pagare la tua vile scelta. Vieni, senza paura della morte devi affrontare le mie armi, qui troverai giustizia».

Ahimè fortuna non fu amica, e in gran spregio di ogni profezia armò la mano che mi atterrò e staccò la testa. Montata su una picca ora corre per tutto il campo, più in alto di tutti gli elmi; nel sole la mia smorfia pare un ghigno. Tutti mi guatano, guelfi e ghibellini, ch’io sprezzo, ognuno per la sua viltà. 

di Caterina Perrone

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