WEN – SUPERBIA – La superbia del Conte ai tempi del Covid – Renato Campinoti

Augusto era stato chiamato così in famiglia, la nobile famiglia dei Costello di San Casciano fiorentino, per il destino di primogenito designato dalla nascita a esercitare il comando in famiglia alla morte del padre, Goffredo, che lo lascerà orfano ad appena quindici anni. Mai nome fu più azzeccato. Giovanissimo si intestardì a comandare le due sorelle di poco più giovani e il fratellino di dieci anni più piccolo, rifiutando da subito le pretese della madre di sostenerlo in questo ruolo. Sua l’intuizione di investire una parte del patrimonio di famiglia nella piantumazione, sostenuta da bei finanziamenti europei, dei vigneti nel chianti, come già avevano fatto da tempo le famiglie nobili fiorentine, da sempre le più ricche della città. Più grandicello, a poco più di vent’anni, impose la sua volontà a tutta la famiglia, riconvertendo l’investimento agrario nell’acquisto di una delle più grandi e operose aziende di costruzioni della città, la quale portò in dote una magnifica villa sulle colline fiorentine che Augusto volle destinare a sua dimora familiare quando, pochi anni dopo, convolò a nozze con una ragazza di famiglia plebea ma di ricche sostanze.

I suoi legami con i governi di quel tempo democristiano gli permisero di accaparrarsi sempre le più significative commesse ricadenti sul territorio fiorentino, dai lavori ferroviari più importanti fino alla realizzazione delle nuove carceri, di disegno avveniristico, realizzate alle porte della città. Gli affari andavano bene, la famiglia cresceva e la signora gli sfornò tre bei maschi nell’arco del primo decennio di matrimonio per la gioia e l’orgoglio di Augusto. «Ho in testa ben chiaro il ruolo che spetterà a ciascuno di loro nel prossimo futuro», andava ripetendo il Conte, convinto di esercitare tutta la sua influenza sul destino di quei pargoli.

Detto fatto, il primo dei figli dei Costello sarà chiamato, giovanissimo, a esercitarsi nell’arte della politica e, sostenuto fortemente dal padre e dalla sua influenza perfino nelle logge massoniche cittadine, dedite più che altro agli affari, sarà uno dei parlamentari più giovani della storia fiorentina. Mentre gli utili dell’azienda crescevano (grazie allo stretto comando, era convinto Augusto, che lui in prima persona esercitava su tutte le decisioni tecniche e commerciali), anche il secondogenito seguì le orme indicate dal padre e, dopo gli studi universitari di natura giuridica, si incamminò verso le vette della politica cittadina, assaporando il ruolo di consigliere comunale, in attesa di nuovi, più importanti incarichi. «Se date retta ai miei consigli, diverrete tutti uomini importanti e di potere in questa città». Augusto non lo diceva, ma si capiva che avrebbe volentieri voluto aggiungere che era troppo piccola, Firenze, per le sue ambizioni e per le sue qualità.

Anche l’ultimo figlio, terminato il liceo, fece i conti con la volontà di quel padre che non ammetteva discussioni circa il ruolo assegnato ai figli. A lui, il più giovane e anche il più amato, anche per quella somiglianza somatica di cui tutti parlavano in famiglia, Augusto intendeva destinare il ruolo di ingegnere e, domani, sotto la sua direzione, porlo a capo della struttura operativa dell’azienda di famiglia. Non nel posto di comando supremo che Augusto, superbo e invincibile come si riteneva, destinava in eterno a sè stesso. Ma Rolando, come si chiamava il terzo figlio, non accettò la decisione del padre. Voleva fare il medico e si iscrisse alla facoltà di Medicina. Lo scontro col padre fu violento. Minacciato di essere completamente diseredato, lasciato per almeno un anno senza saluto e lontano dalle discussioni casalinghe, fu riabilitato in famiglia per la prima e unica pressione, in vita sua, che la moglie del Conte riuscì ad esercitare su quel padre padrone.

Sono passati più di trenta anni da quei tempi, Rolando Costello, rifiutando ogni volta gli ammiccamenti rivoltigli da vari personaggi della struttura sanitaria, si era tuttavia affermato nel grande ospedale cittadino, convenzionato con l’Università, sia nel campo dell’attività come medico specializzato come virologo nei reparti di immunologia del grande complesso, sia, al tempo stesso, nei laboratori di ricerca che l’Università si riservava in quei settori particolari. L’avvento della Pandemia da Covid 19 costrinse tutti loro, operatori e ricercatori, a raddoppiare gli sforzi e il tempo dedicato all’attività in Ospedale finì per non avere più soste.

Quella mattina il dottor Costello, facendo uno strappo alla regola dell’equivalenza verso tutti i pazienti, aveva chiesto a qualcuno del reparto di terapia intensiva, pieno all’inverosimile di malati di coronavirus, di tenerlo aggiornato se si fossero determinate emergenze ancora più gravi in un paziente per lui speciale: suo padre Augusto.

Il Conte era là, insieme a tutti gli altri malati, perché gli avevano detto chiaramente che in quella circostanza la polizza sanitaria da lui da decenni accesa con la compagnia assicuratrice della sua città, non contava niente, come niente valevano le sue reiterate proteste circa una sua disponibilità a pagare tutti i supplementi necessari pur di essere inserito in una cameretta privata e più attenzionata rispetto a quello stanzone comune in cui fu messo. «E ringrazi il cielo di essere il padre di Rolando», volle dirgli un medico di servizio mentre lui si lamentava del trattamento, «che altrimenti le garantisco che l’avrei già rispedita in subintensiva in attesa di un nuovo posto libero, invece di farne aggiungere uno in più apposta per il Conte Costello!»

Quando, rubando pochi minuti ai suoi pressanti impegni nei vari reparti, ingolfati da ogni genere di emergenze virali, Rolando riuscì a passare a dare un’occhiata al padre Augusto, lo trovò che, pur attaccato al respiratore dell’ossigeno, annaspava come un matto per riuscire ad aprire un pertugio al suo sistema respiratorio, semi paralizzato da quel maledetto virus. L’infermiera che lo assisteva guardò Rolando con un po’ di commiserazione. Lei ne aveva

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visti già molti in quelle condizioni e, all’età del Conte, ultraottantenne, in pochi erano riusciti a superare quelle crisi respiratorie. Al tempo stesso volle sottolineare, davanti al figlio, la necessità di una maggiore attenzione verso le persone di quella età. Quell’osservazione, voluta o meno, suonò come un rimprovero alle orecchie del dottore. Rolando guardò l’infermiera con occhi tranquilli, poi posò lo sguardo sul padre e si ricordò della riposta che aveva ricevuto quando l’aveva invitato a prendere tutte le precauzioni che la gravità della situazione richiedeva: «Caro il mio dottore dei polmoni, solo gli uomini incapaci di esercitare il comando hanno bisogno di mascherarsi contro un virus che è poco più grave di una semplice influenza»

Il dottor Costello si toccò la faccia per accertarsi di stare indossando la mascherina. Ormai erano tante le ore che la portava, che non era più in grado di avvertirne la presenza. Quindi, ricordando i tanti impegni che lo aspettavano negli altri reparti, invitò l’infermiera a seguire con attenzione i pazienti e, con un po’ di imbarazzo, la pregò di avvertirlo se ci fosse stato un peggioramento nella situazione del padre. Che poi voleva dire una sola cosa.

Quando, poco più di un’ora dopo sentì squillare il cellulare, capì che lo stavano chiamando dalla terapia intensiva. Decise di non rispondere e di continuare a visitare i pazienti malati di coranavirus per accertarne la gravità e destinarli ai reparti adeguati. «Ad Augusto penserò fra un po’. Ormai, con tutta la sua superbia, ha finito di comandare e di dire agli altri cosa devono fare»

di Renato Campinoti

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