WEN – SUPERBIA – Tarquinio il Superbo – Luigi De Rosa

Il Tiranno di Cuma aveva vinto. La sua flotta aveva annientato quella etrusca e ora le armate del lucumone Porsenna, il più potente comandante degli Etruschi, dovevano ritirarsi, e ciò per Tarquinio significava solo una cosa: avrebbe riconquistato Roma.
Da quando Porsenna era riuscito a creare una lega di città-stato etrusche così unita da sembrare un unico regno, si era intestardito di continuare l’espansione verso sud e aveva volto lo sguardo verso la sua città, Roma. Ma Tarquinio sapeva che non era da imputare a lui la sconfitta. Era stato tradito da quei miserabili dei suoi sudditi che gli si erano ribellati e dal suo stesso esercito che aveva costretto persino i suoi figli alla fuga. Tutti lo avevano tradito, persino suo nipote Bruto. I Romani avevano dimostrato così la loro vera natura di criminali e traditori. Quando Romolo e Remo fondarono la città la popolarono accogliendo criminali, esuli, reietti e rapendo le donne alle popolazioni vicine. Erano stati gli etruschi a civilizzare quella città insegnando loro le usanze etrusche di Tarquinia. E ora lo avevano cacciato e chiamavano “libertà” il dominio degli Etruschi di Chiusi. Soltanto perché Porsenna non era re ma solo lucumone i Romani credevano che avrebbe garantito maggiori libertà ai suoi abitanti.
Ma lui, Tarquinio, non si sarebbe fatto cacciare della città che aveva ereditato da suo nonno Tarquinio Prisco. L’avrebbe ripresa. Con la forza se necessario. E se Roma aveva assunto come protettore Porsenna, lui si era rivolto al più grande nemico di quest’ultimo: Aristodemo di Cuma. Quell’uomo gli era sempre piaciuto, perché era proprio come lui. Guidava la sua città con il pugno di ferro facendo uccidere i nemici politici alla luce del sole, per mandare un messaggio a coloro che solo pensavano di ripetere quello scellerato atto di coraggio. Ostile anche all’espansione degli Etruschi di Porsenna verso sud, dove i Greci ancora erano forti nonostante lo stato d’assedio nel mare per colpa dei Cartaginesi, alleati degli Etruschi.
Quando lui e la sua famiglia si erano presentati nella città greca il Tiranno li aveva accolti festeggiandoli, e Tarquinio aveva capito già al primo sguardo i pensieri del cumano. Anche Aristodemo aveva progetti bellici contro Porsenna e vedeva in lui, Tarquinio il Superbo, re spodestato di Roma, una giusta motivazione per un conflitto contro il lucumone di Chiusi. Lo aveva trattato con tutti gli onori facendogli molte domande su Roma e sugli Etruschi, sul loro modo di combattere e Tarquinio era stato prodigo di risposte, affermando che in mare gli Etruschi erano praticamente imbattibili per via del sostegno cartaginese, e che solo sulla terra potevano essere battuti, proprio come i romani, imbattibili grazie alla loro disciplina e strategia terrestri, avevano sempre fatto. Aristodemo aveva inghiottito ogni singola informazione e aveva radunato un’immensa armata per poi muovere verso nord contro l’Etruria. E quando gli Etruschi di Porsenna avevano saputo di questi piani, avevano attaccato per primi spingendosi proprio contro Cuma. Ma era esattamente quello che voleva Aristodemo: attirandoli in luoghi a loro sconosciuti, gli Etruschi, sebbene più numerosi, erano in maggiori difficoltà e alla fine le loro armate erano state costrette alla ritirata dopo aver subito gravi perdite sia per mare che per terra. Porsenna non era più in grado di mantenere Roma, e per evitare che questa gravosa disfatta distruggesse la grande alleanza etrusca che aveva impiegato anni a costruire, aveva dovuto ritirarsi immediatamente verso nord.
E questo significava solo una cosa: il settimo Rex Romanorum sarebbe rientrato trionfante nell’Urbe.
Decise quindi di recarsi da Aristodemo per organizzare con lui la spedizione verso Roma, quando sentì una voce alle sue spalle.
<Gli ambasciatori del Senato di Roma stanno per arrivare>
<Già. Aristodemo non ha perso tempo. Vuole chiudere gli Etruschi in una morsa>
Tarquinio non capì che cosa aveva sentito. Com’era possibile che Aristodemo non gli avesse parlato di un incontro con gli ambasciatori? Voleva rimetterlo sul trono senza usare la forza? La cosa avrebbe reso il suo ritorno meno trionfale, ma molto probabilmente Aristodemo stava solo pensando come nemico degli Etruschi e non come suo alleato. Aumentò il passo e si diresse verso il palazzo per parlare con lui.
Una volta entrato uno schiavo, che l’aveva visto molto spesso a palazzo con il suo padrone, si sbrigò subito a condurlo da Aristodemo. Il Tiranno di Cuma aveva una statura impressionante, spalle larghe e un fisico da soldato, caratteristiche che facevano sembrare chiunque gli stesse vicino un misero insetto. E la cosa a Tarquinio non piaceva, ma un esiliato non poteva scegliersi gli alleati. Quando Aristodemo lo vide, fece un cenno e le persone nella stanza sparirono così velocemente che a Tarquinio il loro comportamento ricordò quello di animali che fuggivano alla vista di un predatore.
<Tarquinio, mio illustre ospite. Credevo che avresti festeggiato con la tua famiglia la vittoria contro Porsenna>
Quella frase presupponeva che Aristodemo non si aspettasse una sua presenza a palazzo, e la cosa irritò Tarquinio, che iniziò a pensare ad un collegamento con le frasi sentite per strada.
<Stavo venendo da te per organizzare la spedizione contro la Repubblica usurpatrice di Roma. Ma ho sentito che i suoi ambasciatori stanno per arrivare. Non mi aspettavo che avresti avuto un piano così geniale, ma credevo che me ne avresti parlato prima di attuarlo>
L’espressione di Aristodemo mostrava come nonostante i due parlassero la medesima lingua, il greco, il Tiranno di Cuma non capisse le parole del suo interlocutore. <Di che parli Tarquinio?>
Tarquinio simulò sicurezza. <Intendi prenderli come ostaggi! In questo modo convincerai la Repubblica che l’unico modo che hanno per non farsi attaccare è accettarmi nuovamente come sovrano>
Aristodemo guardò Tarquinio con un’espressione che riconobbe immediatamente: pietà. L’uomo che il vecchio re di Roma credeva l’avrebbe aiutato a tornare nella sua città natale, lo stava guardando con pietà. Poi sul suo volto si dipinse un sorriso maligno che non interruppe nemmeno quando, con un cenno ad un servitore quasi nascosto da una tenda, si fece portare del vino.
<Non prenderò ostaggi oggi. E nemmeno nei prossimi giorni. Gli ambasciatori di Roma stanno venendo per allacciare rapporti diplomatici con colui che ha sconfitto Porsenna, l’ultimo Etrusco che ha tentato di controllare la loro città>
Tarquinio ora era davvero confuso. Perché quelle frasi potevano significare una cosa sola: Aristodemo non lo avrebbe aiutato a riconquistare il trono. <L’ultimo etrusco?! Io sono il Re di Roma, come mio nonno prima di me! E tu ed io abbiamo fatto un patto! I tuoi soldati avrebbero dovuto marciare su Rom…>
<Quale sovrano vorrebbe che un esercito marci sulla sua città?> lo interruppe Aristodemo sedendosi tranquillamente su un triclinio. <Io ho conquistato il potere della mia città, ma l’ho fatto con i mei uomini, uomini fedeli, che vedevano in me, un generale, una guida migliore di quei miserabili aristocratici che mi chiamavano Malakos. Tu invece non hai uomini a te fedeli. Nessuno ti è rimasto fedele, tranne qualche lacché. Anche se io riportassi il tuo culo a Roma quanto pensi di farlo rimanere sul trono senza il mio esercito ad occupare la città?>
Tarquinio si morse il labbro e strinse i pugni, e la sua espressione sicuramente era evidente perché Aristodemo sorrise nuovamente. <Ti ho accolto nella mia città perché mi servivano informazioni, sulla tua Urbe e sugli Etruschi. In quanto greco non sapevo niente di entrambi ma tu, che eri il re Etrusco di Roma potevi dirmi tutto quello di cui avevo bisogno. Porsenna è sconfitto, e il suo popolo non oserà mai più muovere verso il sud della penisola. Ora che Roma è indipendente, la userò come barriera tra me e le città Etrusche, con i Latini dalla mia parte>
Tarquinio stava ribollendo dalla rabbia. Lui, un re, era stato usato. Da un uomo come Aristodemo, un Tiranno, e quindi non un vero sovrano. Quel geco miserabile non era nemmeno un suo pari, e pretendeva di trattarlo come uno strumento. Scattò in avanti, ritrovandosi proprio davanti al triclinio in modo da ergersi sulla figura di Aristodemo e usò tutta l’aria che aveva nei polmoni.
<Ero? Io sono il Re di Roma, io sono Tarquinio, nipote di…>
<Tarquinio il Superbo!> urlò il Tiranno di Cuma alzandosi in piedi e così facendo superando il suo interlocutore in altezza. <E’ così che ti chiamavano, e ti chiamano ancora oggi, a Roma. Eri un uomo potente e venerabile, nipote di re e genero di un altro, ma sei caduto vittima della tua stessa forza. Hai agito come se tutto ti fosse concesso. Hai spodestato il tuo re e poi gli hai negato la sepoltura, e hai tenuto in ostaggio la tua stessa città con la forza e hai lasciato

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Tarquinio il superbo

che tuo figlio usasse violenza su una donna nobile di rango e animo, tanto che alla fine persino il tuo esercito ti ha visto per quello che eri in realtà e non si è opposto quando tuo nipote, Bruto, un uomo che tutti consideravano idiota ma che celava tutt’altra natura, ti ha bandito dalla città. La tua superbia ti ha seguito per tutta la vita e ti ha portato qui, nella mia città, come mio ospite. Come esule!>
Aristodemo pronunciò questa parola con tale fervore che uno sputo di saliva finì sugli di Tarquinio che fu costretto ad indietreggiare. Dopo essersi pulito il volto Tarquinio avrebbe voluto dire altro, ma non potè farlo. Aristodemo l’aveva ospitato dopo la cacciata da Roma, e avrebbe potuto farlo uccidere ora che, a quanto pare, non aveva più motivo di tenerlo a Cuma. Sfidarlo nel suo stesso palazzo non era saggio.
Aristodemo, considerato il silenzio del suo amico come resa, tornò ad usare un tono più tranquillo. <Ti permetterò di rimanere nella mia città, con tutti i privilegi di un aristocratico, ma non tediarmi mai più con sciocchezze come ostaggi e ritorno a Roma. Questa è casa tua ora. Tu sei l’ostaggio>
E con un cenno della mano lo congedò, facendogli intendere che la conversazione era terminata e Tarquinio capì che, insieme a quella conversazione era finita, era finito anche il suo regno su Roma. E solo allora capì che il suo regno era finito molti anni prima quando Porsenna l’aveva cacciato con l’aiuto dei patrizi di Roma. Era convinto che sarebbe tornato nell’Urbe con un trionfo all’etrusca, e invece avrebbe dovuto vivere per sempre in esilio. Era finita.

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

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