WEN – GOLA – Il pasto delle Menadi – Carlo Menzinger

 «Dormito bene, sorella?»

Una ragazza spettinatissima e sporca la stava fissando mezza nascosta dietro un albero. Aracne sussultò. Il sole si stava alzando all’orizzonte.

«Non avere paura, sorella, siamo tue amiche» intervenne un’altra voce. Aracne si girò e vide un’altra giovane, forse ancora più lurida, acquattata tra i cespugli, con il sedere che quasi toccava il suolo, quasi stesse pisciando.

«Il vostro ventre sia fecondo. Chi siete?» chiese, sentendo la vacuità di un simile saluto formale.

«Siamo menadi» rispose una terza, che parve emergere dalla terra di cui la sua pelle nuda era quasi completamente ricoperta.

«Il vostro ventre sia fecondo» gracchiò la prima, sbeffeggiandola. Le altre ghignarono.

«Siamo le signore dei boschi dal fecondissimo ventre» aggiunse massaggiandoselo una quarta voce, questa volta di una donna dai lunghi capelli bianchi.

«Le folli domatrici di serpenti devote all’ebbro Dioniso, che ci riempie il ventre di divino vino» precisò la prima che aveva parlato, ondeggiando la vagina dai peli intricati di sudiciume vicino al volto di Aracne.

«Siamo il timore di ogni uomo avveduto che tu abbia veduto» spiegò la seconda, mettendosi a urinare.

«Le pazze cannibali, le divora-lupi, le lupe senza dimora» disse la quarta, avanzando carponi come un rospo artritico, con le gambe piegate e il sedere fangoso sotto l’altezza delle ginocchia, e tutte assieme scoppiarono a ridere.

Aracne le fissò preoccupata. In effetti, sembravano una più pazza dell’altra.

«Vivete nei boschi?» chiese educatamente.

«Certo, fanciulla, e ci nutriamo delle creature che vi si celano. E tu penso abbia fame. Vuoi venire a mangiare con noi o preferisci digiunare o magari fare da pasto alle fiere fiere ferine?»

Le altre ulularono sguaiate.

«In effetti, avrei un po’ di appetito ma non vorrei…»

«Niente storie sorella sorca, abbiamo carne fresca e sanguinolenta anche per te, vieni o, se preferisci, ne abbiamo anche di purulenta e verminosa.»

Aracne era spaventata e disgustata ma cosa aveva da perdere e, soprattutto, che alternative aveva? Le seguì mentre s’inoltravano tra gli alberi ora furtive, ora danzanti, ora saltanti, appendendosi ai rami e lasciandosi dondolare o saltando da uno all’altro come macachi storditi. La vegetazione diventava a ogni passo più densa. Camminarono a lungo. Aracne però non osava chiedere quanto mancasse. Ogni tanto si fermavano per rubare qualche uovo da un nido, per strappare qualche radice o raccogliere delle bacche. Qualcosa la mangiavano subito, qualcosa se la portavano dietro.

In effetti, si rese conto Aracne, doveva essere possibile nutrirsi dei frutti del bosco. Quelle donne sembrava lo facessero da sempre. Menadi. Aracne aveva già sentito quel nome. Non ricordava molto, ma lo associava a qualcosa di poco buono. Donne che si offrivano ai viandanti, probabilmente, sempre vogliose, questo le pareva di ricordare, spesso ubriache, sempre a festeggiare Dioniso, giorno e notte. Ma erano solo dicerie.

Ora lei era come loro. Una fuorilegge. Non poteva più giudicarle come avrebbe fatto una cittadina o, magari una spartiata. Decise che voleva fidarsi di loro. Cercare di conoscerle. C’era, però, qualcosa che non la convinceva. Si muovevano a scatti, furtive, guardinghe, animalesche. C’era rimasto poco di umano in loro. Sembravano piuttosto un branco di lupe affamate o creature della notte, streghe. Anche le erbe che raccoglievano la incuriosivano e stupivano al tempo stesso. Alcune le riconosceva ma altre… Cose da fattucchiere, per intrugli e pozioni, pensò. Sarebbe potuta diventare come loro? Lo avrebbe voluto? Le sarebbe piaciuto? Si sentiva confusa. Era una vita raminga, selvaggia e senza regole ciò a cui ambiva? No. Non era questo il suo desiderio. Lei voleva solo vivere. Vivere ed essere libera. Vivere lei e suo figlio.

Giunsero infine in una radura, dove un’altra decina di menadi stava arrostendo qualcosa su degli spiedi.

«Abbiamo ospiti» gridò la vecchia che guidava il gruppetto.

Un coro di voci la salutò caoticamente. Sembrava uno stormo di corvi gracchianti.

Una delle donne che l’aveva accompagnata prese una rozza ciotola assai poco pulita e vi versò un liquido rossastro.

«Bevi» le intimò «sarai assetata.»

Aracne, sebbene perplessa, intimorita dal tono perentorio della sua ospite, raccolse la ciotola e bevve. Una sensazione amara e bruciante le riempì la gola. Fu tentata di sputare ma non lo fece, per non sembrare sgarbata o sciocca, ma chiese: «Che cos’è? Brucia la gola!».

Le donne risero.

«Questa bevanda non la troverai a Sparta! Gli spartiati proibiscono le bevande alcoliche. È succo di bacche fermentate. Al primo sorso può non piacere, ma più ne bevi e più ne desideri.»

«Inebria i sensi» disse un’altra menade.

«E devi provare il vino, figliola!» aggiunse una terza e risero di nuovo tutte assieme.

«Il vino? Cos’è?» chiese Aracne.

«Succo d’uva fermentato, ragazza! Elisir divino, in vero. Nettare degli Dei, forse. La bevanda amata da Dioniso, che noi adoriamo. Il succo sacro. Il sangue della vita!»

Due donne la fecero avvicinare al fuoco, afferrandola con poco garbo per le braccia. Aracne non aveva ancora guardato cosa stessero cucinando, ma quando se ne avvide non riuscì a reprimere un grido.

«Cosa c’è?» chiese una delle donne che giravano gli spiedi «Avete trovato una schizinosetta?»

Su uno degli spiedi si arrostiva un grosso serpente, ma non era quello ad aver sconvolto la ragazza.

«Que… que… quello…» balbettò.

«Quella scimmietta?» è un dono della nostra Clea.

«Ma è…»

«L’ha partorita due settimane fa. Vedrai come ti piacerà la sua carne. Deve essere proprio tenera.»

«U… Un bambino!»

«No! Cosa dici? Una bambina. È la figlia di Clea. Non vedi che gli manca la fava. È da questo che si riconoscono i maschi» la sbeffeggiò. «È brava la nostra Clea, ogni anno riesce a restare incinta e ogni volta ci regala i suoi marmocchi. Ricordo ancora quanto era saporito quello che mangiammo un anno fa. Ti leccherai i baffi.»

«Questa marmocchia era figlia di un irene che si era avventurato per i boschi» spiegò un’altra.

«Fu una goduria anche lui» rise una del gruppetto che la accompagnava.

«Doppia goduria» spiegò sghignazzante un’altra. «Era un amante vigoroso. Come ci dava sotto, eh! Lui sì che ce l’aveva una bella fava tra le cosce turgide. Lo abbiamo tenuto una settimana e ci ha dato tre figli. E la sua carne…» si leccò i baffi «anche la sua carne era saporita.»

«Come ululava mentre gli tagliavamo le braccia per mangiarle!»

«L’abbiamo mangiato un po’ per volta. Prima le braccia. Io stessa ho ricucito le ferite. Sono brava, sai. Eppure, continuava a urlare, a protestare, a lamentarsi. Un vero ingrato. Poi le gambe. Peccato che sia morto poco dopo e così abbiamo dovuto mangiarlo tutto, ma non avevamo più fame, perciò anche i lupi hanno banchettato.»

«Un vero spreco, speravamo fosse più resistente. Se avesse retto qualche giorno, avremmo potuto finire di mangiarlo con comodo…»

«Non ci sono più gli uomini di una volta» rise un’altra.

Aracne sentì che stava per vomitare, ma la paura e l’angoscia erano ancora maggiori. Quelle donne si sarebbero mangiate anche suo figlio, se solo avessero potuto. Forse anche lei stessa. Represse i conati, si guardò intorno per pochi attimi e, scelta la via di fuga più sgombra, scappò correndo. Le donne la guardarono, per nulla meravigliate, scoppiando a ridere tutte assieme, ma senza provare a inseguirla.

Mentre si allontanava tra gli alberi, la giovane continuò a lungo a sentire le loro risate maligne, che le rimbombarono in testa anche quando le sue orecchie non furono più in grado di percepirle.

Racconto tratto da “Il sogno del ragno” (Porto Seguro Editore, 2017), primo volume della saga “Via da Sparta” di Carlo Menzinger di Preussenthal, ambientata in un universo ucronico ancora dominato da Sparta.

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