WEN – GOLA – La gola di Gian Gastone – Renato Campinoti

Quando, il 9 luglio del 1737, Gian Gastone dei Medici moriva dopo una lunga agonia nel suo letto nella reggia di Palazzo Pitti, erano in molti ad essere convinti che la causa principale di quella morte era stata la sua gola, il suo alcolismo, la sua dissolutezza sessuale. Fu così che molti la pensavano e fu così che a molti fu fatto immaginare l’ultimo dei Medici il quale, non essendo stato in grado di procreare un erede, si assunse anche la gravissima colpa di cedere allo straniero lo scettro del Granducato di Toscana.

Mentre si preparavano i funerali dell’ultimo Granduca e tutti avevano diritto di parola, un solo uomo, quello che probabilmente più di tutti aveva approfittato della sua benevolenza, Giuliano Dami, suo aiutante di camera e “favorito” in tutto, si apprestò a scrivere una memoria sulla vita di Gian Gastone che solo dopo molto tempo, ritrovata, mise in una luce più vera la vicenda di questo Medici.

Quando conobbi Gian Gastone eravamo entrambi molto giovani, io più di lui, avendo dodici anni di meno. Fu amore a prima vista e non ci lasciammo più, anche se, nel periodo più brutto della sua vita, quando fu costretto a seguire quella virago che aveva sposato, nelle campagne di Boemia, non potetti seguirlo, pena le punizioni del padre, quel bigotto incapace di Cosimo III. Povero Gian Gastone: uno che aveva studiato con grandissimo profitto tutta la filosofia, le scienze, la botanica, in cui era insuperabile, le lingue (ne conosceva e parlava ben sei!), costretto a vivere in mezzo ai campi, con una donna che amava solo cavalcare e parlare con i propri cavalli nelle stalle! Darsi al mangiare, diventare alcolista fu il minimo che potesse capitargli. Per non parlare del rapporto con una famiglia in cui la mamma lo aveva abbandonato a pochi anni per tornarsene in Francia, per non rivederlo che una volta, da grande, per una visita che lui stesso volle farle. Un padre, tanto ambizioso quanto incapace, che aveva attenzione solo per il primogenito Ferdinando, che ebbe il solo merito di sposarsi con Violante Beatrice di Baviera, che diverrà grande amica di Gian Gastone, soprattutto quando Ferdinando, roso dalla sifilide, morirà di pazzia pochi anni dopo. Fu allora che Gian Gastone dette il meglio di sé, portandomi a visitare tutte le maggiori corti d’Europa e riscuotendo sempre un gran successo per la cultura e la gentilezza che dimostrò: era lui, ora, l’erede al trono! In quel periodo sospendemmo pure le scorribande notturne nei bordelli, nelle ammucchiate con molti giovinetti, che avremmo ripreso nel periodo del suo regno, dando scandalo ai ben pensanti. Ma posso testimoniare che, con tutte le dissolutezze che ci concedevamo, Gian Gastone non si dimenticò mai, quando finalmente Cosimo III spirò, il suo dovere di regnante. Vidi io con i miei occhi come cacciò da tutte le cariche di governo quei rappresentanti del clero i quali, privi delle ben che minime nozioni, erano stati messi alle più alte cariche per la sola appartenenza agli ordini religiosi protetti dal bigotto padre. Ordini messi al servizio di uno stato ‘monastico’, dedito a spiare i propri sudditi per smascherare chi non professava assiduamente la fede. Di tutto questo Gian Gastone fece pulizia, restituendo dignità al governo di Toscana e permettendo una certa ripresa della sua agricoltura  ed economia. Altrettanta energia ci mise nel respingere i ricorrenti tentativi dell’Arcivescovo di far cancellare le nuove leggi liberali introdotte nel codice granducale. Ancora più netto fu nel respingere la richiesta del Papa Clemente XII di licenziare il ministro Rucellai che si era opposto al tentativo vaticano di razziare i fondi del granducato. A questi assalti ecclesiastici (e per rompere la cappa di oscurantismo ereditata dal padre) Gian Gastone rispose rilanciando il ruolo di magistero laico dell’Università di Pisa, chiamando, tra gli altri Pompeo Neri ad insegnare diritto della natura, così come volle rendere onore a Galileo con solenni rimembranze nella basilica di Santa Croce. Per non parlare delle tante iniziative culturali e il rilancio dell’amore per le arti e le scienze da parte della principessa Violante, sua grande alleata.

Di fatto, con lui fu abolita la pena di morte, mai comminata durante il suo regno e furono perfino ridotte le tasse, di cui ben si accorse il popolo, soprattutto quando quella sul grano fu abbassata di ben quattro paoli.

Questo si accompagnò, come ho detto, con momenti di vero e proprio godimento, con nottate in cui venivano introdotti nella reggia numerosi giovinetti che, compensati con i ‘ruspi’, vennero denominati ‘ruspanti’. Riconosco che questo non era un bello spettacolo, soprattutto quando quei giovinetti si approfittavano, in città, del favore del Granduca e ne combinavano di tutti i colori. Io stesso, lo confesso, mi sono talvolta arrangiato, sottraendo qualche monile di lusso dalle stanze del Palazzo. A me, lo dico anche con gratitudine, Gian Gastone ha sempre perdonato tutto. Ricordo le volte che qualche mercante si faceva vivo in Pitti per vendere qualcuno di quei monili al Granduca: ‘tò, chi si rivede’, esclamava guardandomi bonariamente negli occhi, e pagando il prezzo pattuito per la roba che gli era appartenuta.

Potrei raccontare delle nottate passate a gozzovigliare all’isolotto o alle cascine e a rientrare a Palazzo solo di mattina, per lo scandalo dei molti benpensanti che non riuscivano a perdonare al mio Granduca di averli estromessi dalle più alte cariche di governo. Insomma di scandalo ne davamo in abbondanza. Così come ci concedevamo pranzi e bevute da veri golosi, aggravando, con le molte carni, soprattutto di cacciagione, la tara ereditaria dei Medici, la gotta, che sarà tra le cause che lo porteranno alla morte nel suo sessantaseiesimo anno di vita. E quanti erano coloro che sparlavano del Granduca perché mal sopportava la vita di corte e preferiva ritirarsi in camera a bere del buon vino e a leggere

Retrato oficial de Gian Gastone Medici, por Ferdinand Richter.jpg
Gian Gastone De’ Medici

letture di scienza e di botanica!

Ma può tutto questo, dissolutezze sessuali comprese, oscurare la vera gloria di un uomo che, costretto a sposare la peggiore delle donne per affinità e cultura, non riuscì a procreare, raddrizzando tuttavia una gestione del Granducato che lascerà ai Lorena l’onore di vantarsi di un buongoverno che il mio Gian Gastone aveva ampiamente preparato con cultura e lungimiranza. La gola, quella vera, che lo uccise con l’alcolismo e la gotta contratte già in giovane età, si chiamano Cosimo III e Margherita Luisa d’Orleans, suoi cattivissimi genitori. E un po’ di colpa, inducendolo, per non dire forzandolo, insieme al padre, a quel maledetto matrimonio, ce l’ha pure Anna Maria Luisa. Cui ora toccherà gestire con competenza la difficile eredità che i Medici lasciano con la loro estinzione.

Fu grazie a questa memoria di Giuliano Dami che, alla fine dell’ottocento, alcuni studiosi più avveduti, misero mano ad una più attenta lettura delle gesta del Granduca Gian Gastone, riabilitandone, almeno parzialmente, una memoria che troppo superficialmente era volgarmente considerata come quella di un governante inetto e dissoluto.

di Renato Campinoti

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