IL FANTASMA DI MARY SHELLEY: Carlo Menzinger legge per il GSF il romanzo “L’importanza di chiamarsi Bloody Mary” della nostra socia Patrizia Torsini

Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851), è stata una scrittrice, saggista e filosofa britannica. È celebre per aver scritto il romanzo gotico Frankenstein (Frankenstein: or, The Modern Prometheus), pubblicato nel 1818, una delle opere precorritrici della moderna fantascienza. Assieme al marito Percy Bysshe Shelley, poeta romantico e filosofo, Lord Byron, Polidori, e la sua sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, una sera di giugno del 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, inventarono il romanzo gotico, che tanto successo riscuote ancora oggi. Era, inoltre, figlia della filosofa Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo, e del filosofo e politico William Godwin. A Mary Shelley dobbiamo anche uno dei primi esempi di romanzo apocalittico “L’ultimo uomo”.

Si tratta, dunque, non solo di una grande precorritrice della letteratura moderna, ma in quanto donna, una figura di rilievo nel campo dell’emancipazione femminile. Non sorprende quindi che il suo fascino sia ancora forte.

Deve averlo subito, in qualche misura, anche Patrizia Torsini, la moderna

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autrice di “L’importanza di chiamarsi Bloody Mary” (Edizioni Jolly Roger, Luglio 2020), che in questo romanzo dal titolo da aperitivo wildiano, pur non eleggendo la nostra romanziera a protagonista, le fa avere un ruolo centrale, in una vicenda di morti sospette e simulazioni di apparizioni di fantasmi, un thriller contemporaneo che ha poco del gotico, ma che vede l’amica di Lord Byron al centro di una sorta di venerazione da parte di una coppia di librai e lo spunto per un camuffamento, con conseguenze nefaste e imprevedibili.

La narrazione si dipana tra storie di amicizie e amori, piccoli viaggi e piccole avventure, indagini attorno a questa misteriosa serie di “morti di paura”. C’è una connessione tra loro o solo la casualità?

Questo corposo e denso romanzo, di ben 400 pagine, è la terza prova di quest’autrice, di recente approdata nel GSF – Gruppo Scrittori Firenze, dopo “Acqua alla gola” (2015) e “Killer on the road” (Porto Seguro, 2017). Con quest’ultimo romanzo, che me l’ha fatta scoprire in occasione di un Porto Seguro Show, “L’importanza di chiamarsi Bloody Mary” ha in comune oltre ai toni da thriller, l’amore per la scoperta di luoghi impervi della nostra Toscana e una volontà, che condivido, di metterci in guardia contro i drammatici danni che stiamo provocando all’ambiente.

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