WEN – ACCIDIA – Chi non avanza retrocede – Massimo Acciai Baggiani

Accidenti, devo scrivere qualcosa sul tema dell’accidia… mi dispiacerebbe saltare questo mese, ma non mi viene in mente nulla. Mi masturbo il cervello, come diceva Negrini, ma non esce nulla di valido. Non mi viene nemmeno uno straccio di aneddoto autobiografico o semiautobiografico, come quelli per i peccati precedenti. Beh, il foglio bianco, di carta o digitale, non mi ha mai fatto paura… beh, sì qualche volta è successo, lo confesso, ma erano altri casi in cui dovevo scrivere qualcosa per conto di qualcuno, avevo una scadenza e mi accorgevo che non era nelle mie corde. Succede di rado, ma succede. Ultimamente poi mi sento sempre stanco, demotivato; sarà l’effetto del prolungarsi di questa dannata pandemia, che prosciuga le energie mentali e fisiche. Anche a non far nulla ci si stanca. Mi alzo tardi, mi piace indugiare sotto le coperte, al caldo, tra il dormiveglia. Alla fine mi butto giù dal letto, faccio svogliatamente colazione ascoltando la radio – ma a volte mi fa fatica accenderla – e trascino quel paio d’ore prima di pranzo perdendo tempo su Internet. Oggi non c’è nessun impegno, purtroppo o per fortuna: posso prendermela comoda. Metto un po’ di musica su YouTube, il silenzio mi mette ansia, quando non lo invoco la sera mentre mi metto i tappi per le orecchie mentre le mie vicine tirano tardi tra chiacchiere e risate. Ultimamente mi fa fatica perfino fare daimoku e la mia pratica buddista ristagna. Brutta cosa: chi non avanza retrocede. Ikeda docet. Mi faccio un caffè, proprio mentre la radio trasmette Caffè nero bollente della Mannoia; mi identifico in quel testo e cerco di scacciare la noia seguendo i suoi saggi consigli. I contagi aumentano, non ho voglia di uscire e mettermi quella maledetta mascherina che mi appanna gli occhiali e trasforma il cielo sereno del marzo toscano in giornate nebbiose lombarde. Il frigo è pieno, non ho scuse per uscire. Mi butto sulla sdraio in terrazza con un libro, ma non riesco a concentrarsi: devo rileggere due o tre volte le stesse righe. Un gatto passeggia sul tetto della casa di fronte, dove appese a un filo sventolano come bandiere le mutande e le camicie del vicino. È l’ora di pranzo: metto nel microonde le lasagne di ieri e aspetto facendo zapping alla tv. Dopo pranzo mi viene il magone: il primo pomeriggio è il momento più deprimente della giornata se non hai impegni. Passa anche quello, non ricordo a far cosa. Un altro caffè con fette biscottate e marmellata, qualche altra pagina in terrazza prima che venga buio (ma ormai viene buio tardi) ed è subito l’ora di cena. Il peggio è passato. Ritorno al computer per vedere se riesco a buttare giù qualcosa. I miei personaggi si sono nascosti, non ne vogliono sapere di uscire fuori e fare qualcosa di interessante. Forse è il tema “accidia” che è poco interessante, forse dovrei passare direttamente al tema successivo, l’ultimo dei sette peccati capitali, la “lussuria”. Sì, questo è senza dubbio un tema più stuzzicante. Mi viene in mente un sogno erotico fatto tempo fa, tanto vivido da rimanere nella testa, quando di solito i primi minuti dopo il risveglio resettano tutto quello che ho sognato durante la notte. Ecco, ho preso il ritmo della scrittura, la storia viene quasi da sé, ho trovato perfino un titolo figo: La camera con la carta da parati a grottesca. Sento che mi invade quel curioso stato febbrile che accompagna spesso la scrittura, quel qualcosa che mi fa sentire ancora vivo e che solo uno scrittore – famoso o sconosciuto non importa – conosce bene. Così, sulle note di un brano orecchiabile dell’ultimo Sanremo, le mie dita scrivono: «Nejua è mia amica da un paio d’anni…»

Firenze, 17 ventoso ’29 (8 marzo 2021)

Per WEN aprile 2021

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

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