WEN – ACCIDIA – Fare il bene è fatica – Caterina Perrone

«Non ho fatto abbastanza, mio Signore? Come potete dirlo? Le vostre labbra lignee, esangui, tacciono, ma il vostro sguardo rimbomba nel silenzio delle navate. Eppure le mie prediche raccolgono un gran popolo a San Zeno, che ascolta e apprezza le mie parole, che sono poi le vostre. L’abbazia si riempie ogni domenica e festa comandata, come si riempie il cesto delle elemosine. Lo vedete anche voi dall’alto di questo pulpito in cui state, i fedeli se ne vanno corroborati dalle mie parole, sicuri di poter trovare la via della salvezza, infiammati nel desiderio di fare del bene e di redimersi dal male.»

«Ne sei così certo? tanto da dirlo a me che leggo nel fondo dei cuori?»

Non reggo oltre Signore, è vero sei lì appeso, non certo comodo, ma le mie ginocchia scricchiolano e tu mi tieni qui su questa pietra fredda senza pietà, a peggiorare i tormenti della mia vecchiaia.

«Le tue esili parole sorrette dall’ambiguità: bene, male, generosità, decenza, amore filiale… Suoni vuoti che ognuno può interpretare come meglio gli pare. Se li osservassi nei loro intenti, li vedresti fare un esame di coscienza come chi cerca i granelli di polvere con gli occhi velati dalla cataratta. “Non ha forse fatto l’elemosina uscendo dalla messa?” dicono. “Non ho forse visitato la vedova di mio fratello ogni giovedì? Non sono forse affettuoso con la moglie e ai figli non cerco le migliori sistemazioni?” Ma ognuno dimentica le vessazioni sui servi, l’aver sottratto l’eredità al fratello, l’aver tradito in continuo la moglie, forzato la figlia al convento. Tu con la tua debolezza fornisci alibi alla loro ipocrisia.»

«Si impara più dai fatti che dalle parole e io a questo proposito…» Un tuono? C’è il sole fuori, nessun segno di tempesta.

«Questo tuono che ti ha fatto sobbalzare è per l’enormità della tua accidia.»

Tu mi hai quasi assordato Signore, già che sono delicato di orecchi… «Non ho mai fatto male ad alcuno, mai ho alzato la mano, mai ho offeso, mai…»

«Ma neanche hai mai preso le parti dei deboli a viso aperto. Quando Fedi di Montescudo impose ai servi un aggravio di tributi, ed erano tempi di raccolti magri, lo implorarono di avere pietà, corsero da te a chiedere sostegno… Non era quello il momento di richiamare un’anima al senso di giustizia? alla carità che si deve ai propri simili, anche ai sottoposti? Anzi a loro più che mai.»

Ohi ohi parlare con Fedi è una minaccia, sempre mi ricorda i privilegi che mi accorda, e i doni “generosi”. «Non approvo quell’avido, non lo incoraggiai in quell’occasione. Ascoltai le voci degli oppressi… ma che valeva che mi opponessi a un potente? Sapevo già come sarebbe finita.»

«Che ti avrebbe tolto le prebende…»

«Con cui faccio l’elemosina Signore a chiunque venga a bussare alla mia porta…»

«Intendi anche a Bruna, la vedova del panettiere, cui non hai aperto quando venne a cercarti appena due giorni fa?»

Quella viene sempre all’ora della preghiera…

«E il Barbarossa? Dov’eri tu quando arrivò l’imperatore? Che parte prendesti?»

Qual sarà la risposta giusta? ohi ohi sono sicuro che non lo accontenterò mai. «L’imperatore, che il Papa ha incoronato nel nome di Dio… vostro intendo.»

«Sempre ti inchini ai potenti.»

L’imperatore con quella barba di fuoco, gli occhi da demonio. Anche tu, credo, avresti timore a contraddirlo.

«Credi che non legga nei tuoi pensieri?»

«Oh Signore vi chiedo perdono per il mio ardire.»

«Hai pure accettato di sedere alla sua mensa, alla mensa del demonio come tu dici.»

Un cinghiale arrosto che pareva un bue con salse paradisiache… «Vi sbagliate mio Signore, Io mi sento ribollire di rabbia, non dormo la notte a pensare quanto male vedo e sento… So bene da che parte stare. Ma il mio fisico è fiacco, l’età avanza e non risparmia le forze, avvilisce anche lo spirito. Chi bussa alla mia porta lo fa sempre di notte e…»

«Tu la notte dormi.»

«Sempre all’ora del desinare mi chiamano per un aiuto…»

«E tu a quell’ora mangi. Stai attento che il giorno dell’Apocalisse tu abbia le orecchie ben aperte, quando suoneranno le trombe e tuonerà la sentenza.»

di Caterina Perrone

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