WEN – ACCIDIA – L’inattivo – Luigi De Rosa

Perché andare a scuola? Insegnano solo roba inutile che nel mondo reale non aiutano per niente a trovare lavoro. A che cosa serve il Teorema di Pitagora? O sapere che nel 1492 Cristoforo Colombo ha scoperto l’America? Tanto non gli hanno dato nemmeno il suo nome.
E perché quindi andare a lavorare? Tanto il lavoro non c’è a causa della crisi, e poi lo danno solo agli immigrati. Quindi perché dannarsi?
Queste erano le parole che affollavano la mente di Giulio, mentre cercava di trovare dieci scuse per rimanere a giocare alla Playstation 4, dov’era impegnato nel Multyplayer di Fortnite. Ci giocava da sei ore, cioè da quando si era alzato dal letto. Il tempo di fare colazione ed era davanti al Joystick.
L’unica pausa che aveva fatto era per andare a pranzo, ed era stata una seccatura perché oltre al cibo in cucina c’erano anche i suoi genitori che gli rompevano le palle sul fatto che stava sempre davanti alla tv. “Non sto davanti alla tv! La tv è spazzatura! Non c’è niente di bello da vedere. Io gioco con la play” diceva sempre ai suoi, che però nonostante fossero nel 2021 non percepivano la differenza tra i due.
Giulio sentiva i soliti discorsi ormai da un anno, cioè da quando aveva perso l’anno scolastico a causa delle troppe sospensioni per la sua condotta inadeguata (era solito rispondere male ai professori) e da quando si era rifiutato di andare a fare il lavapiatti nel ristorante di suo zio come “punizione” per tale risultato. Quando suo padre gli aveva detto che avrebbe passato l’estate al ristorante di suo fratello, Giulio gli aveva risposto che l’estate lui voleva passarla al mare, ma il padre gli aveva detto che per il fatto di essere stato bocciato lui non avrebbe sborsato un soldo per farlo divertire. Giulio non l’aveva affatto presa bene, perché non era colpa sua, ma dei professori stronzi che pretendevano sempre che fosse lui a rispondere alle domande, anche quando non era interrogato. Anzi secondo lui suo padre doveva essere orgoglioso di lui perché non si era piegato alla tirannia di una casta di insegnanti che giocavano a fare gli dèi dell’Olimpo. E invece oltre al fatto di essere stato oggetto di vessazioni non aveva neanche potuto godersi l’estate.
Non avrebbe mai passato le giornate più calde in un luogo pieno di vapore per l’acqua calda, e non gli interessava se in questo modo non avrebbe guadagnato, perché lui non era un materialista che spendeva tutti i soldi che aveva in cazzate, ma solo vitto, alloggio. Era indipendente, e si prendeva solo quello che i genitori in quanto tali avevano l’obbligo di dargli. Loro dovevano pensare alla sua felicità, e la sua felicità si basava sul giocare ai videogiochi col multiplayer insieme ad australiani, svizzeri, libanesi e chissà quanti altri sconosciuti che non aveva mai visto in faccia. Ma poi chi erano loro per dirgli di studiare o di lavorare? Lui era giovane e doveva godersi la vita.
Quando ebbe finito di mangiare tornò in camera e tornò a sparare contro qualsiasi cosa il suo mirino inquadrasse. Si era talmente immerso nel gioco che quando sua madre entrò di prepotenza nella stanza e nel suo campo visivo, Giulio d’istinto le puntò contro il joystick come se il mirino nel gioco potesse sparare anche lei. La cosa non passò inosservata alla madre che si piazzò davanti alla televisione scatenando la reazione del ragazzo, ma nonostante le sue proteste dovette mettere di nuovo in pausa e svogliatamente mettersi ad ascoltare la donna che l’aveva messo al mondo.
“Questa cosa non può andare avanti” gli disse la madre incrociando le braccia e guardandolo con lo sguardo tipico di una donna a cui giravano le scatole.
“Infatti. Finché non ti togli da davanti alla televisione non posso giocare” disse Giulio ridendo.
La madre reagì prendendo il telecomando e spengendo la tv, ma lui non se ne preoccupò perché anche con la tv spenta la play rimaneva in funzione.
“Dico sul serio Giulio! Ascoltami! Hai mollato la scuola e ti rifiuti di trovare un lavoro.Ma cosa pensi che siamo a tua disposizione? Che questa casa sia il tuo albergo personale? Hai 17 anni e senza neanche un diploma non riuscirai mai a trovare un lavoro”
“Ma tanto non lo troverei uguale, quindi perché sforzarmi? Alla televisione dicono che gli italiani lasciano la casa dei genitori quasi a quarant’anni, perciò ho altri vent’anni per andarmene no?” disse lui ridendo.
Ma la madre non sembrava disposta a concedere nemmeno un sorriso al figlio. “D’ora in avanti ti darai da fare. Se ti rifiuti di andare a lavorare da tuo zio allora lavorerai qui! Ogni volta che te lo dirò farai le pulizie, laverai la macchina di tuo padre, porterai fuori i cani dei vicini e andrai dai tuoi nonni per fare le commissioni che a causa dell’età non riescono più a fare”
Giulio sbuffò. “Te lo puoi scordare”
La madre questa volta sorrise. “Bene. Da oggi puoi anche evitare di venire a pranzo e cena perché non ti preparerò più niente da mangiare. E ogni volta che andrai in bagno per cagare ti porterò via qualcosa da questa camera: cellulare, playstation, tv e qualsiasi cosa ti permetta di rinchiuderti qui dentro a farti i cazzi tuoi!”
Giulio si alzò di scatto. “Ma vaffanc…”
La madre lo schiaffeggiò così forte da lasciargli l’impronta della mano sulla guancia. “Non ti permettere! Sono tua madre. Anche i carcerati fanno qualcosa nell’ora d’aria, e quindi anche tu dovrai metterti a fare qualcosa d’ora in avanti!”
E detto questo se ne uscì come una tempesta.
Giulio si lasciò cadere all’indietro. Era come se la madre gli avesse appiccicato del fuoco sul viso. Lei proprio non voleva capire. Non riusciva a capire quale fosse il punto, il problema di fondo.
Lei era stata giovane in un altro periodo, e quindi non poteva sapere quanto fosse moritficante mettersi in gioco in un mondo come quello che li circondava in quegli anni. Dove c’è molta più concorrenza, e quindi si chiedono standard più alti che in passato. Giulio non sapeva questa cosa perché l’aveva vissuta sulla pelle: aveva 17 anni e non si era nemmeno diplomato, ma lui conosceva persone che si erano laureate, o che avevano vissuto per decenni facendo lo stesso lavoro che poi, tutt’un tratto, si era volatilizzato, e non riuscivano più a trovarne un altro. E tutto questo gli metteva paura, e solo a pensarci. Come avrebbe reagito una volta che, completati gli studi, si fosse trovato nello spietato mondo del lavoro dove rispetto al passato, e questo erano stati i suoi genitori a dirglielo, non c’era alcuna certezza?
Il letto, i pasti preparati da mamma e papà, la playstation erano invece molto più comodi e rassicuranti. Non doveva fare altro che alzarsi la mattina e passare tutta la giornata a mangiare e giocare, da solo nella sua stanza o fuori con gli amici. Perché avrebbe dovuto abbandonare questo stato di benessere e mettersi a pensare ad una cosa così deprimente come il futuro incerto dopo anni di sacrifici, forse inutili, di studio? A meno che…
Giulio pensò ad una cosa che gli avevano insegnato a scuola. Spense quindi la playstation e si mise a letto fissando il soffitto.


Uscì di camera all’ora di cena, quando l’odore di funghi e tartufo gli fece capire che la madre aveva preparato di nuovo una variante vegeteriana dello spotolak (che lui non aveva mai capito che roba fosse, ma a quanto pare di solito era servita con la carne). Si presentò in cucina come se la madre non gli avesse mai stampato la cinquina sul viso e prima che la madre, come di consueto, prendesse il mestolo e iniziasse a servire lui ed il padre, la anticipò e servì lei per prima.
La donna rimase così stupita che rimase in silenzio mentre lui le serviva una porzione abbondante di cibo fumante, e così fece il padre, che non aveva mai visto il figlio fare qualcosa per la madre, nemmeno un gesto così piccolo.
<Ho chiamato lo zio questo pomeriggio. Inizierò a lavorare per lui dalla prossima settimana> disse per rompere il silenzio che stava diventando fastidioso. A quel punto i genitori si guardarono, poi guardarono il figlio e poi tornarono a guardarsi. <Perché?> fu la domanda spontanea del padre.
<Perché ho capito cosa devo fare. Lavorerò nel suo ristorante per conoscerlo meglio, poi userò i social network, dove passo molto tempo oltre alla playstation, per svolgere attività di promozione. Con i soldi che guadagnerò andrò alle serali e prenderò un diploma, tanto da avere almeno questo titolo di studio. Che ne dite?>
La madre sorrise. <Vedo che il ceffone ti ha fatto bene. Eppure stavo così male dopo avertelo dato>
<In realtà…> iniziò Giulio, che aveva una gran voglia di togliere la soddisfazione alla madre. <…mi è semplicemente venuta in mente una cosa che mi hanno insegnato a scuola. Otium!>
<Cioè mi stai dicendo che sei stato senza far niente finché non ti è venuto in mente qualcosa di utile?> chiese il padre, che conosceva il concetto che era tipico della cultura greca di epoca classica.
<Già. Invece di stare a far niente per niente, mi sono messo a far niente per qualcosa di utile. Bello no? Se potessi, lo trasformerei in un lavoro> e detto questo cominciò a mangiare.

I danni dell'accidia - Non sprecare

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: