WEN – ACCIDIA – O senhor preguiçoso preguiça – Miriam Ticci

“Salve, senhor Preguiça,? Dunque ci si muove!” così mi rivolgo a me stesso allo specchio dopo una giornata di lavoro, tutta rivolta a coltivare la neghittosità.

Non è facile, in questa jungla, mantenere il proprio aplomb tra i mille gemiti, che ti giungono ora qua ora là.

Apro il giornale ogni mattina e mi scivolano addosso le paure fuori controllo della gente, che, accalcata nelle vie dello struscio, si lamenta delle libertà perdute e, in seconda linea, dei parenti testé defunti. Ma fate come me, statevene a casa, untori della malora, coltivate l’inerzia e l’indugio.

Lo sapete che un bradipo maschio non abbandona mai il proprio albero nativo di cecropia per tutta la vita, tranne sporadici soggiorni a terra per utilizzare i bagni pubblici e, quando capita, aiutare una femmina sessualmente matura a perpetuare la discendenza, ma neghittosamente tanto che il minimo piacere necessario per l’inseminazione sembra un vero miracolo della Natura? Da milioni di anni la sua specie sopravvive così, non infettata dall’amore acceso e sollecito per l’altrui destino.

Jolanda, la mia ragazza, è incinta e mi ha chiesto di sposarla; io le ho risposto di sì e intanto pensavo “Meno male che finora ho tergiversato a dirti dove lavoro e cosa faccio!”. Nel frattempo mi sono rivolto al mio capo-ufficio per sapere se era sempre valida l’offerta di avanzamento di carriera con trasferimento all’estero, per aprire una succursale a Baku, in Azerbaigian.

Il mio capo mi porta in palmo di mano, sa che voto come lui, tifo per la sua stessa squadra e, come lui, amo il cashmere color pastello.

In realtà la mia fede politica, se così si può definire l’attaccamento al padre, mi porta nel segreto dell’urna a votare in tutt’altro modo, ma, che volete?, sono un tipo sensibile, non voglio deludere chi, pur essendo mio superiore, al comizio del suo candidato mi stringe forte il braccio, destro o sinistro che sia, quando mi vede lì al suo fianco a pendere dalle labbra dell’oratore di turno, come un bradipo sta attaccato al suo ramo! Il suo sguardo, convinto e riconoscente, val bene il mio piccolo sacrificio!

Di calcio non m’ero mai interessato, anzi l’iperattivismo di ogni sport, a partire dalle partite a dama, mi dava un senso d’inquietudine, che, se prolungato, si somatizzava in un esantema a chiazze rosse e purulente, maleodoranti. Quando, perciò, il capo m’invitò ad una partita della Juventus, andai nel panico e, solo per assecondare la sua generosità, accettai con occhi riconoscenti. Tifare per la “vecchia signora” non è stato per me un trauma, tanti toscani del  contado lo fanno, e neppure l’andare allo stadio seduto in tribuna coi biglietti omaggio: guardo quegli uomini in mutande e intanto con la mente sono altrove –felicità  del sughero abbandonato/ alla corrente[1]-, fino a quando un sussulto, un grido all’unisono della tribuna mi riporta al volto ora sconvolto ora gioioso del mio capo, la cui espressione faccio mia.

Per il cashmere, invece, ho un’autentica passione (la parola mi fa paura!) ed indolentemente m’attardo nella sua morbidezza, nel suo calore, nel suo colore.

Ritornando al trasferimento, il mio capo m’ha comunicato che quel posto era già stato assegnato, ma si presentava una nuova opportunità: Manaus in Amazonas e ha aggiunto “Se avessi trent’anni di meno, come te, subito mi trasferirei laggiù: stipendio ottimo, mercato vergine, costo della vita molto basso, servitù quasi gratis, ragazze…Entro due giorni devi dare una risposta e partire”.

Io ho pensato “Vecchio bradipo, si ritorna a casa, al Rio delle Amazzoni e all’aria profuma di cecropie in fiore. E tu, Jolanda, non lo sapevi che i bradipi maschio dopo l’accoppiamento a terra risalgono sul loro albero natìo, abbandonano la femmina gravida e non si curano affatto della crescita dei propri cuccioli? Adeus, Jolanda!”.


[1] Felicità… corrente: Eugenio Montale, Barche sulla Marna,  Le Occasioni 1928-1939.

di Miriam Ticci

[1] PREGUIÇA: in Italiano “bradipo”.


[2] Felicità… corrente: Eugenio Montale, Barche sulla Marna,  Le Occasioni 1928-1939.



7 pensieri riguardo “WEN – ACCIDIA – O senhor preguiçoso preguiça – Miriam Ticci

  1. Salve, sono Miriam, l’autrice di questo racconto, e scrivo per cercare di far capire quale sia per me la risposta a questa domanda “Cosa intendo io per accidia?”. Certamente non un’apatia totale, che ti fa chiudere in casa e buttar la chiave dalla finestra.

    Il mio concetto di questo peccato si rifà a Dante (nientepopodimeno!) ed in particolare a quanto emerge dall’incontro dell’Alighieri e di Virgilio col poeta Publio Papinio Stazio nei canti XXI e XXII del Purgatorio.

    Dunque da questi due canti si apprende che – vera o falsa che sia storicamente questa versione- l’autore della Tebaide, sotto la spinta dei versi virgiliani, divenne cristiano e battezzato, ma (Pg XXII 90-91 “ma per paura chiuso cristian fu’mi, / lungamente mostrando paganesmo”) non mostrò mai pubblicamente il proprio credo religioso per timore delle conseguenze letali, a cui sarebbe andato incontro, se lo avesse fatto (siamo dopo il 93 d.C., ai tempi dell’imperatore Domiziano e delle sue terribili persecuzioni dei cristiani). Per questo suo “defilarsi” pro bono pacis o peccato di accidia durato un triennio (Stazio morì nel 96) la giustizia divina lo condannò a 400 anni di penitenza nella quarta cornice, quella appunto degli accidiosi, oltre agli altri 800 trascorsi in pene espiative di vario tipo dall’alti-purgatorio fino alla cornice degli avari e prodighi, là dove la sua anima viene affrancata e può raggiungere finalmente il paradiso terrestre insieme a Dante e Virgilio e da lì spiccare il volo e comparire in eterno davanti al Sommo Bene.
    Non sto qui ad analizzare tutto il retroterra culturale-filosofico di Dante (Aristotele, san Bonaventura, san Tommaso, la Scolastica…), ma da quanto esposto si capisce che l’accidia per Dante consiste nel non avere il coraggio di professare coram populo il Sommo Bene, costi quel che costi.
    A questo, seguendo lo schema esposto dall’Alighieri nella suddivisione infernale dei violenti, io aggiungo che si è accidiosi quando per amor di pace e tranquillità personali non si professano apertamente, oltre alla propria fede religiosa, anche le proprie idee e non si ha cura di sé, degli altri e delle cose presenti in natura.

    Nel mio racconto io parlo di tutto questo, ma in tono leggero, servendomi di un accostamento non del tutto appropriato tra l’accidioso e lo stile di vita di un bradipo; gli ho dato anche un titolo Brasiliano.

    Mi scuso per la piattezza scolastica della mia esposizione, ma io…non sono Dante!
    Miriam

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  2. Scritto benissimo. Breve, anzi brevissimo, ma ad alta densità.
    In due pagine si riesce a conoscere il personaggio nella sua essenza, si fantastica sul suo passato e si riesce a intravedere la sua storia futura e come a questa potrà reagire, o meglio, non reagire.
    Tratteggiato in chiaro scuro è un personaggio che non ti fa decidere tra la repulsione e la simpatia.
    Ha qualcosa di pirandelliano.
    Convenzionale esternamente come la maschera che mostra, anticonvenzionale nel suo intimo.
    Brava Miriam, l’ho letto con grande piacere.
    Gabriella

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  3. Accidia, dunque come non rivelarsi, non durare fatica a prendere posizione, fuga dalle responsabilità. Brava Miriam: il tuo bradipo è scolpito a tutto tondo, è rappresentato in modo perfetto Ho gustato il racconto, soprattutto per la qualità della scrittura, però il personaggio non mi ha ispirato simpatia, perché ho pensato alla ragazza: ho dovuto occuparmi in passato di ragazze madri e ho sofferto per loro. Concludo quindi che il tuo racconto è veramente realistico. Non avrei saputo mettermi dalla parte del maschietto fuggitivo, tu l’hai fatto in maniera egregia. Di nuovo brava

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  4. Racconto stilisticamente ineccepibile, moderno realistico e spietatamente attuale.
    Il personaggio maschile incarna in pochi tratti comportamentali sapientemente descritti, lo stereotipo del maschio indolente e noncurante, che prende e preda, per poi defilarsi senza rimorso alcuno.
    L’accidia nell’accezione descritta da Miriam – come lei stessa ci confessa – rimanda al purgatorio dantesco e, universalmente, all’archetipo psicologico junghiano dell’essere umano vittima della soddisfazione dei propri istinti primitivi, ben lontano dalla trascendenza e dall’individuazione spirituale.
    Il tutto, pervaso da una sottile vena ironica autocompiacente che rende la storia ancora più godibile. ⭐⭐⭐⭐⭐

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  5. Nel racconto di Miriam l’accidia è rappresentata in maniera molto realistica, seppure accostata all’esistenza del bradipo, con una conclusione ahimè altrettanto realistica……l’uomo che fugge!!!!

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