WEN – ACCIDIA – Vado o non vado – Maila Meini

«Vale, sei stanca?» chiesi a mia figlia.

«Non troppo. Stanotte Riccardo ci ha lasciato dormire abbastanza.»

«Meno male, perché stasera non posso fare la nonna-baby-sitter. Vado a Villa Montalvo.»

«A fare?»

«Un’associazione culturale di Campi presenta un programma di visite guidate alle bellezze di Firenze e dintorni.»

«Che associazione?»

«Non lo so. Avevo scritto il nome sul calendario dell’anno scorso, che poi naturalmente ho buttato. Mi ricordo a malapena dov’è e l’ora approssimativa. L’articolo che ho letto parlava di un orario di uscita la domenica mattina…»

«Non preoccuparti, vai.»

Era questo il dilemma che mi aveva pungolato tutto il giorno, ogni tanto, come uno spigolo in cui inciampi inevitabilmente ogni volta che ti muovi di fretta in una stanza che conosci poco: VADO o NON VADO?

VADO: chiudendomi in casa, solo a fare la nonna, a leggere e a scrivere poesie, rischiavo di brutto una botta di depressione, bestiaccia sempre in agguato; e poi… mi era sempre piaciuta l’arte.

NON VADO: faceva freddo, non conoscevo nessuno.

VADO: Firenze è una delle città più belle d’Italia, vengono a visitarla da tutto il mondo; io abitavo a due passi e dal mese in cui mi ero trasferita definitivamente da San Vincenzo, non ci ero andata praticamente mai.

NON VADO: non era vero. Ero andata in centro la settimana prima a vedere la Madonna del Cardellino di Raffaello restaurata.

VADO: Solo perché mi ci aveva trascinato la mia amica Giovanna, che era venuta apposta da Pisa.

NON VADO: Chissà che orari avrebbero deciso, chissà che gente era…

VADO: Mica mi avrebbero mangiato! Se non mi fossero piaciuti l’ambiente, le persone, il programma, avrei preso il culo e sarei venuta via.

NON VADO: E Riccardo? Era giovedì e avrei dovuto essere di corvée.

VADO: Non ero mica prigioniera!

Così finalmente alle 21:35 arrivai a Villa Montalvo. Avevo messo l’automatico, non sentivo niente, a parte il gelido vento del Nord che quella sera sfiorava le foglie degli alberi di quel breve viale a malapena illuminato come se le volesse congelare in volo.

La portineria era illuminata: meno male. Il portiere mi vide dall’interno, si alzò, mi venne incontro. Sorrise, non feci in tempo a chiedere che già rispondeva, indicando il corridoio: «La riunione è là, la seconda porta a destra; sente? Parlano».

Si sarebbero girati a guardarmi? A riunione iniziata era imbarazzante entrare…

Riflettei, mentre indugiavo davanti all’uscio di legno scuro, dalle cui ante accostate e sovrapposte filtrava una voce femminile ampliata da un microfono.

Quasi quasi me ne vado.

No, ormai ci sono. Entro.

Qualche sguardo distratto mi squadrò brevemente, ma subito furono di nuovo tutti concentrati sullo schermo del proiettore: in primo piano il David di Michelangelo.

Una giovane signora ben truccata con lisci capelli neri, molto lunghi e la frangia (la pettinatura che sfoggio da sempre: è stupido, ma mi tranquillizzò) spiegava il significato della posizione delle braccia della statua, poi proseguì con altre immagini e altri commenti.

Intanto mi tolsi lo scialle, il cappotto, mi sedetti in uno degli ultimi posti, tutti vuoti, in disparte. Ascoltai. Mi rilassai piano, piano.

Non c’erano molte persone, ma uno di quelli che si alternavano al microfono per illustrare le mete di quell’anno disse che il freddo ne aveva dissuasi tanti dall’abbandonare il calduccio delle loro case; gli iscritti erano più di cento.

Osservavo i presenti, da dietro: molte donne, qualche signore attempato, persone comuni, vestite in modo normale, non mostri assetati di sangue. Un uomo, anche lui in fondo alla sala, ma dal lato opposto, si alzò, uscì, tornò, andava e veniva inquieto, sembrava la rappresentazione concentrata dell’andirivieni ansioso che quel giorno mi aveva trascinato dentro e fuori casa, dentro e fuori me.

Otto posti da vedere, quattro gruppi, prima uscita domenica 11 gennaio.

La riunione era finita, si alzarono tutti, si avviarono in formazione sparsa, chi verso le guide, chi verso il tavolo dei rinfreschi.

Afferrai la borsa, il cappotto. Quasi, quasi me ne vado, insalutata hospite. Del resto non avevo neppure afferrato quanto costava tutto quell’ambaradàn, con quali mezzi ci si muoveva (ognuno per conto suo e ritrovo davanti al monumento scelto, mi era parso di capire; così proprio non andava), com’era la storia degli orari e dei gruppi.

Mi avviai verso l’uscita, poi ci ripensai.

Parliamo almeno con l’assessore alla cultura, visto che è qui. Era tanto che volevo offrirmi per insegnare all’Università della terza età che mi pareva il sindaco neoeletto avesse messo nel suo programma come uno dei punti da realizzare. L’avevo fatto per anni a San Vincenzo e mi mancava il contatto con alunni maturi, ascoltatori attenti e interessati.

L’assessore era un tipo cordiale e sorridente, sembrò apprezzare la mia offerta, anzi mi dette appuntamento dopo due mercoledì, in comune.

«Venga, la prego, così ne parliamo.»

Il timore che la mia solita inerzia (“Culo di piombo” mi chiamava, fin da piccola, mia madre) mi avesse fatto perdere il treno e arrivare dopo la polvere, come spesso mi succedeva, era ingiustificato: non avevano ancora dato inizio al progetto.

Bene. Ero contenta. Un pensiero levato; per la verità mi si era infilato dentro come una lisca in gola. A questo punto, rassicurata, Perché no? mi chiesi.

Affrontai anche la conturbante signora dai capelli neri che stazionava lì accanto. Un sorriso smagliante e si presentò: «Samanta, senza H. Ti posso dare del tu?» chiese.

«Se hai insegnato, ci potresti veramente dare una mano. Potresti farci tu da guida» aggiunse un signore molto magro e molto anziano che aveva parlato al microfono prima, con un po’ di imbarazzo, ma con una grande carica di simpatia, della strada dei Sette Ponti (?) e del Borro (?) suscitando in me interesse e curiosità più delle altre mete descritte.

Era fatta: mi sentivo tra amici, mi iscrissi. Ero nel gruppo B. Prima uscita, la domenica successiva. Ritrovo al capolinea del 30, praticamente davanti casa.

Vado o non vado, dunque? VADO!

di Maila Meini

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