MASSIMO SERIACOPI, Identificazione di un poeta. Dante attraverso alcuni “suoi” personaggi, Locorotondo (BA), Pietre Vive editore, 2021, pp. 72.

L’agile libretto si compone di cinque saggi danteschi che, nel loro insieme, forniscono, tassello ciascuno di un preciso ambito di indagini, un campionario dei versatili interessi del dantista, sempre capace di abbinare rigore filologico e talento comunicativo nella sua esplorazione della Comedìa

Partendo dall’assunto che il complesso iter poetico di Dante auctor scortato dal proprio bagaglio culturale e dalle proprie mirabili risorse espressive “finge” in senso tecnico una visione, lo studioso sottolinea come si modella via via la composizione testuale attraverso momenti di rispecchiamento con momenti di letteraria autoriflessione.

Il primo breve saggio – Belacqua o del “nichilismo” – è uno schizzo della figura del liutaio Duccius di Bonavia, vocatus Belacqua, incontrato da Dante trai negligenti incalliti nell’Antipurgatorio, con cui instaura, secondo quanto riportato nel IV canto, un rapporto affettuoso e intimo, tessuto di ironia, mimesi degli scambi e dei lazzi occorsi quando egli era in vita; ed ora trasformato da Dante nell’antesignano di un inerte “nichilismo”, che tuttavia il cammino purgatoriale sarà in grado di riscattare.

Nell’incipit al commento del passo dell’XI canto del Purgatorio che ha per protagonista Oderisi e che costituisce l’oggetto del secondo saggio – Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido: arte e bellezza nel Purgatorio dantesco –, S. evoca la smagliante bellezza delle miniature medievali che l’“onor d’Agobbio” richiama, da penitente, in un esercizio di radicale umiltà, individuando due successioni di pittori e di poeti che la fragile

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precarietà delle “umane posse” potrebbe facilmente disperdere.

I due Guidi vengono identificati senza dubbio come Guinizzelli e Cavalcanti, per il quale viene rievocato, anche alla luce dell’incontro infernale con Cavalcante, il sodalizio interrotto con il Dante della Vita nova, nonché l’eccellente stile e la mirabile fattura compositiva del corpus poetico tramandato (che gli valse il ritratto esaltante da parte di Lorenzo il Magnifico riportato nella trattazione), impregnato, sottolinea S. (erede di un filone ben ampio, ma non univoco, di studi cavalcantiani) dell’aristotelismo radicale di matrice averroista.

Dante auspica quindi una conciliazione tra la pratica dell’arte e l’altruismo, onde scongiurare ogni “tumore” di superbia, pernicioso per il retto vivere comunitario. 

L’incontro di Piccarda nel cielo della luna è oggetto del terzo saggio – Bellezza come armonia – e il suo contrario – nel Paradiso dantesco -, in cui emerge la familiarità del dantista con i commenti più antichi del poema dantesco. 

Esso si pone come prima tappa di quella mirabile educazione alla bellezza che Dante, via via “trasumanato”, sperimenta sotto la guida della Beata Beatrix, figura Christi, che, dopo avergli scaldato il petto d’amore, ha anche iniziato a guarirlo dalle distorsioni intellettuali cui i suoi limiti umani lo assoggettano.

Ci si sofferma quindi sul capovolgimento del mito di Narciso in reazione all’apparire delle anime (vv. 17-18) e sulle componenti neoplatoniche del pensiero di Dante utilizzando la lente esegetica di una redazione inedita del commento di Francesco da Buti (dal codice Martelli 7 conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, di cui è fornita in nota la descrizione codicologica) per opporre la limitatezza del mondo terreno alla perfezione (pur variegata nella teodicea dantesca) degli eletti del paradiso.

Per cui davvero nei cieli “ogni dove è paradiso” (vv. 88-89), luogo di bellezza pura dove l’amore votivo di Piccarda si contrappone all’amore di Francesca, che ha tinto il mondo di sanguigno, e la sua delicatezza alla ferina e strumentale arroganza di Corso Donati e della sua consorteria (pur con l’ipoteca “lunare” di una certa passività del personaggio). 

Il terzo saggio – Il folle volo di Ulisse come modello “puro ma impossibile” di vitute e canoscenza – rappresenta per S. un vero e proprio ritorno alle origini delle sue ricerche incentrate sul canto di Ulisse, e via via integrate negli anni, nonché già oggetto di contributi di spessore.

Il protagonista dell’Odissea è il solo dannato con il quale il poeta vive davvero un’identificazione analogica sorprendente, condividendone dei tratti costitutivi essenziali, come l’ansia di conoscenza e la ricerca della verità; tanto, pur con un’ambiguità nel testo diversamente sciolta dai commentatori antichi, da immaginare che non fosse mai tornato a Itaca per rimettersi in mare aperto dopo il soggiorno presso Circe.

Per delineare il senso di quel viaggio nella prospettiva dantesca, lo studioso evidenzia il fatto che una presunta sacralità delle colonne d’Ercole quale limite invalicabile non viene minimamente menzionata dai commentatori trecenteschi, (pur tendenti in genere alle facili allegorizzazioni; S. ne offre una rassegna, integrandovi quindi le interpretazioni di Landino e Castelvetro), né ad Ulisse vengono imputate superbia o disobbedienza, piuttosto viene sottolineata la temerarietà del suo estremo viaggio, spinto tuttavia, rileva Pietro Alighieri, da un eccesso di prudentia.

Seguendo, quindi, le raffinate strategie della fictio dantesca nel confronto con le fonti (interessante la somiglianza con un passo della Storia Vera di Luciano di Samosata, mentre è stato già messo ben in luce l’influsso esercitato su Dante dalla prima delle Heroides di Ovidio, su cui si innestano accenni rintracciati in Seneca e Servio) e ripercorrendo, sia pur in modo cursorio, la densa dossografia sul personaggio, dai commenti trecenteschi alla critica moderna – in particolare le osservazioni acute di Vincenzo Di Benedetto, Raffaele Giglio e  Edoardo Fumagalli -, lo studioso giudica quindi infondata l’interpretazione della “orazion picciola” come atto di frode, salvaguardando la complessità dell’eroe, temerario e magnanimo insieme: scelerum inventor come testimonia l’elenco delle colpe che ne hanno determinato la condanna (vv. 58-63), ma al contempo eroe della conoscenza.

Benché a posteriori il dannato giudichi “folle” la sua impresa, l’appello ai compagni, che tanta forza eserciterà nella memoria di Primo Levi internato ad Auschwitz, si sottrae ad ogni condanna e rivela la profonda consonanza intellettuale da parte dell’auctor/agens con la rifondazione da lui operata del personaggio omerico: emblematica dell’approccio di Dante alla cultura classica, oggetto di esaltazione ma nel contempo recepita nella piena consapevolezza dei suoi limiti, in quando estromessa dalla rivelazione cristiana; il poeta, dunque, a differenza di quanto accade con i tanti dannati delle Malebolge in cui icasticamente emerge la distorsione della natura umana causata dal peccato, crea con Ulisse «un meraviglioso connubio di dignità e di tragedia» (p. 45), di nobiltà d’animo a cui il suo alter ego Dante può associare, al contempo, l’umile capacità di accettazione del limite e della volontà divina e la potenza imprevedibile della Grazia; ma diviene anche un monito a mettere l’intelligenza a servizio del prossimo e del bene comune, depostone ogni utilizzo decettivo o strumentale.

Il capitolo conclusivo – Esempi di ricezione dantesca: Pascoli, Patapievici e Kadare – apre il libello ad una dimensione più ampia di letteratura comparata, e non solo.

Con un rapido excursus della articolata esegesi dantesca di Giovanni Pascoli nei suoi saggi contenuti in Sotto il velame, Intorno alla Minerva Oscura, La mirabile visione, già oggetto degli studi di S. – per il poeta di San Mauro, contro un approccio impressionistico ed estetizzante, del poema sacro va colta la complessa intelaiatura simbolico-allegorica, alla luce delle interconnessioni e indicazioni autointerpretative del poeta nel ruolo di alter Christus –, viene sottolineato come la finezza esegetica di Pascoli, pur non esente da qualche forzatura ermeneutica, emerga per la sua robustezza rispetto al dantismo coevo; inoltre, lo conferma la Prolusione al Paradiso tenuta in Orsanmichele il 4 dicembre 1902, la profonda conoscenza delle fonti classiche e patristiche – tra cui il Contra Faustum manicheoum  di Agostino di Ippona – ben sostanzia la ricostruzione del sincretismo creativo del nostro exul immeritus, la cui poesia resta comunque un mirabile mistero: un sentire la Terra nell’Universo, un errare tra le stelle, per riprendere i versi della poesia Il bolide citati nel saggio.

Allacciandosi a tale suggestione, viene introdotta l’analisi del mondo dantesco da parte del fisico e saggista rumeno Horia-Roman Patapievici, autore nel 2004 di un contributo – il cui titolo tradotto da Mondadori suona Gli occhi di Beatrice. Comera davvero il mondo di Dante? – nel quale ritiene Dante ideatore di una sorta di ipersfera, sfera a quattro dimensioni, conciliazione di cosmologia aristotelica e percezione cristiana in una complessa architettura metafisica, per cui attraverso l’effetto speculare degli occhi di Beatrice il mondo invisibile diventa “copia rovesciata del mondo invisibile” (p. 61). «Il nostro pianeta è troppo piccolo per permettersi il lusso di ignorare Dante Alighieri»: così scriveva nell’incipit al suo Dante, linevitabile, il poeta, scrittore e saggista albanese Ismail Kadare, in cui l’eredità dantesca viene ripercorsa per leggere in filigrana le traversie del popolo albanese durante e dopo l’Impero Ottomano.

Sottratti ai tentativi di imposizione e manipolazione distorta della Commedia durante l’occupazione fascista e la dittatura di Enver Hoxha, i versi di Dante restano una delle più alte e geniali esplorazioni di ogni grado dell’umanità, delle sue grandezze e della sue miserie, in cui si riverbera l’universale spettro della storia.
    L’attenta curatela di Roberto Corsi, fine critico letterario e poeta “di razza” egli stesso, ha ben composto l’intarsio dei testi selezionando ed evidenziando i passi danteschi e integrando, con parsimonia, alcune utili aggiunte iconografiche.

Tra queste, la splendida copertina con il dipinto di William Blake che rappresenta Anteo, “gigantesca allegoria del possente apparato critico e performativo” (p. 9) che onora il poeta in questo centenario. 

di Maria Beatrice Di Castri

NOTA DEL REDATTORE: Massimo Seriacopi, docente di Lettere, Dottore di ricerca in Filologia dantesca, Vicedirettore della rivista “Letteratura Italiana Antica”, direttore di collane editoriali, autore di articoli su riviste italiane e internazionali e di numerosi volumi di esegesi del testo e critica dantesca, ha curato la prefazione dell’antologia del GSF “Gente di Dante” di prossima pubblicazione.

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