WEN – LUSSURIA – AAA Radicchio Terza Agnoletti

Entrò nel suo ufficio in uno stato di euforia tale che gli sembrava di galleggiare a mezz’aria. Ma prima che potesse chiamare gli altri per informarli della vincita al lotto, la porta si spalancò all’improvviso e l’amico soprannominato Primo, anzi Primo Estratto, entrò come una furia gridando frasi smozzicate, del tipo: “Erano miei… Da te non voglio niente…”, poi gli assestò un paio di ceffoni, per la  precisione uno a destra e uno a sinistra.

“Ladro! – gli urlò sul viso – Te ne pentirai!” e se ne andò di corsa, cieco d’ira, urtando contro i mobili e contro lo stipite della porta,

A quello strepito, si affacciarono il socio e le due segretarie.

“E’ un cliente?” domandò il socio.

“Un amico, anzi un ex amico.” rispose lui, ancora sconvolto dalla scenata.

I tre stavano fermi davanti alla scrivania, come un plotone d’esecuzione davanti al condannato.

“Come faccio a spiegarvi la cosa? – gemette – Non so da che parte cominciare!” Ma gli ascoltatori, con il loro silenzio, esigevano che cominciasse, in che modo non importava.

Esordì come poté:

“Ho vinto un terno al lotto!”

“Con quella faccia?!” disse una delle ragazze.

“Chi ha vinto, tu o l’amico?” domandò invece il socio. Come al solito, si era già fatto un’idea della situazione, e naturalmente sbagliava, come al solito.

“Io! Ho vinto io! In vita mia non avevo mai giocato al lotto e alla prima, tac, ho vinto! Ho giocato perché ero insieme a lui, che ha giocato prima di me, ma non ha vinto!” Aveva le lacrime agli occhi e la voce incrinata, per lo sforzo di districare quel garbuglio.

“Quanto hai fatto?”

“Ottocento”

“Mila?”

“Milioni.”

Una delle ragazze si lasciò andare sulla poltrona e il socio fischiò, poi disse perentorio:

“Spiegaci che cosa hai rubato!”

“Niente di niente! Ascolta! Sono con lui, lo porto a prendere un caffè. Vede che c’è la ricevitoria del lotto e dice alla ragazza dietro al banco: ho fatto un sogno, aiutami a trovare i numeri! Io credevo che facesse per fare, era una bella figliola, credevo che volesse attaccare discorso, invece racconta un sogno campagnolo e pieno di disgrazie. Comincia con un gallo nero che becca un occhio a un gatto e sta lì dieci minuti a descrivere l’occhio insanguinato che ciondola fuori dell’orbita sul muso del gatto. Uno schifo! Il gatto inferocito salta in capo al contadino che è sul trattore, un po’ più in basso. Il trattore finisce nella scarpata e schiaccia il gatto, ma il contadino se la cava con qualche costola rotta e la testa graffiata, perché viene sbalzato su un ramo e resta lì ciondoloni come un pupazzo. Questo era il sogno. Il mio amico lo interpretava in un modo e la ragazza in un altro, poi arriva anche un cameriere che lo spiega in modo diverso da tutti e due. Insomma erano venute fuori tre triplette di numeri. Il mio amico ne ha giocata una e io un’altra. Io ho vinto e lui no.”

 “Fate a mezzo, in fondo i numeri erano suoi.”

“Non vuole! Non vuole denaro! Dice che gli ho rubato la buona sorte. Come faccio a rendergli la buona sorte? Me lo spiegate?”

 “Non te la prendere! – disse il socio – Pensa a festeggiare! La colpa è sua: lo sanno tutti che i sogni non si raccontano, perché perdono di efficacia. Se è un vero appassionato del lotto, lo deve sapere.”

“Ah, così mi consoli davvero! E, quando mi sarò calmato, festeggeremo insieme! Intanto ho deciso: quattrocento li tengo, mi compro la barca; gli altri non sono miei, ma quello non li vuole e io li do in beneficenza:”

 “Oh, mammina! –  disse la ragazza che era rimasta in piedi – Non sono troppi? E a chi li darà?”

“Ho una vecchia zia che di beneficenza ne fa tanta. Le chiedo il numero di conto corrente di quattro associazioni che finanziano le ricerche biomediche. La zia è la persona giusta per un consiglio.”

Per soddisfare la sua richiesta, la zia andò a prendere un fascicolo formato da molti fogli scritti a mano, li consultò e gli dettò numeri e indirizzi. Ma lui allungava il collo e aguzzava la vista.

“Sono tutti enti ai quali…”

“Sì! Ogni anno stabilisco la cifra da elargire e la divido in parti uguali” disse, spingendo i fogli verso di lui.

Indubbiamente era una donna molto ordinata: aveva raccolto gli indirizzi per categorie. Sfogliando a caso all’indietro, lui lesse ricerca, infanzia, detenuti, anziani, ambiente. Fra le associazioni che si occupavano dell’ambiente, la zia aveva incluso una Lega per la protezione dei vermi da esca e una Società per la pesca sportiva.

“Ma zia! Dai i soldi a questi e a quelli? Sono esattamente l’opposto!”

“Lo faccio per mantenere l’equilibrio ambientale!” gli rispose con la massima serietà.

Allora si mise a spulciare l’elenco con molta attenzione. La zia faceva donazioni a un centinaio di associazioni diverse, alcune serie, la maggior parte ridicole, se non proprio truffaldine. C’era una sigla curiosa, inserita due volte, nella categoria dei bisogni sociali e in quella della ricerca: A A A Radicchio.

“Questa che cos’è?”

“Associazione Allergici Al Radicchio.”

“Ma zia! – disse ridendo – Nessuno è allergico al radicchio!”

“Lo dici tu! Sono pochi in tutto il mondo, da noi sono meno di cento in tutta la nazione, ma soffrono le pene dell’inferno. Tu non immagini neanche quanti disagi debbono patire quei poverini! Se ci tieni a saperlo, prendo il bollettino semestrale, che riporta le testimonianze dei soci.”

Si alzò e andò a pescare a colpo sicuro dentro lo sportello di un mobile. Lui lesse esterrefatto di un tale che soffriva di un’asma ribelle a ogni cura quando mangiava un piatto di radicchio belga e di un altro che aveva incubi ricorrenti per la stessa ragione. Non sapeva se ridere o piangere.

“Se sono davvero allergici al radicchio, non possono mangiare la lattuga?”

“Dici bene tu, miscredente, perché non soffri di allergie!” lo rimproverò severamente la zia.

In un trafiletto di quel foglio si parlava di ricerca e di esperimenti per la cura del disturbo. Così, per scherzo, disse:

“Va bene! Dammi anche quest’indirizzo, mando qualcosa anche a loro. Bastano cinquanta?”

La zia assicurò che lei mandava molto meno, non più di dieci o quindici per ogni associazione e non gli permise di finire il discorso quando si azzardò a dire che forse era meglio limitare gli indirizzi e mandare di più a quelli prescelti.

“Tu fai come ti pare! Io non voglio scontentare nessuno” tagliò corto e lo congedò. L’aveva ricevuto con entusiasmo, ma alla fine si era offesa.

Aveva navigato per una settimana con un bel mare liscio come una tavola, in compagnia di amici simpatici. Tornato a casa, trovò una tale montagna di posta che non gli bastò una serata per esaminarla tutta. Fra tante buste ce n’era una con l’intestazione A A A Radicchio. Pensava che fosse il bollettino semestrale, invece era una lettera che accompagnava un questionario da compilare. La lettera era gentilissima, anche se non diceva niente di concreto. Era più chiara soltanto alla fine, quando pregava i destinatari di riempire il questionario, perché le risposte sarebbero state  molto utili per incrementare la ricerca.

“Non le mie, – disse fra sé – non sono mica allergico al radicchio, io!”

Però si mise a leggere le domande con attenzione, anzi scrisse subito la sua data di nascita, ma posò la penna quando trovò telefono, e-mail, tipo e targa della macchina. “Che c’entrano con le allergie queste informazioni?”

Seguiva stato civile, composizione del nucleo familiare, titolo di studio, attività. “Queste le capisco, servono per inquadrarmi. Ma prima di scrivere o fare crocette, ormai leggo fino in fondo.”

C’era una serie di domande sull’alimentazione, che gli sembrarono congrue con le finalità della ricerca. Poi volevano sapere quale sport praticava e di quale era tifoso. Anche la squadra di calcio preferita volevano sapere! Chiedevano di specificare per quale ragione aveva fatto la sua offerta, se ne aveva fatte ad altre associazioni e quanto aveva versato complessivamente.

“E io lo racconto a voi!”

Alla domanda sul reddito si arrabbiò di brutto.

“Porca miseria! – disse ad alta voce – Per chi lavorate, per il fisco?”

A questa singola domanda seguiva un blocco sulle abitudini sessuali. Deglutì amaro. “Che c’entra il sesso con il radicchio?”

Le richieste erano di questo genere:

Sei omo etero bisex  (cancellare ciò che non interessa)

Quale ambiente ti eccita di più? (indicarne al massimo due)

camera da letto

living

cucina

bagno

ripostiglio

scala

sottoscala

ufficio

altro (specificare)

Cominciò a ridere come un matto, pensando alla zia che rispondeva a certe domande. Poi tornò serio, perché l’insieme, più che di violazione della privacy, sapeva di imbroglio e la zia era vecchia, potevano raggirarla con facilità. La chiamò subito al telefono, anche se l’ultima volta si erano lasciati con un po’ di ruggine reciproca.

“Zia, hai ricevuto il questionario del radicchio?…E’ molto indiscreto, in certi punti anche offensivo. Lo riempirai?… Ah, ah! Lo mandano spesso?! Sempre uguale?… Non l’hai mai letto?… Grazie, zia! Mi hai perdonato?… L’ultima volta mi sembravi arrabbiata con me… Va bene! Vengo a trovarti appena ho un minuto libero. Ciao!”

Insomma, la zia non rispondeva mai ai questionari del radicchio e gli aveva consigliato di fare altrettanto senza polemiche, invece lui volle prendere carta e penna per dire come la pensava a quella gentaglia dai fini oscuri e loschi.

Egregia signora presidentessa della A A A Radicchio,

ho ricevuto il suo questionario e lo trovo indelicato, inopportuno e offensivo. Non capisco che rapporto c’è fra quel tipo di domande e la ricerca medica che affermate di sostenere. In particolare mi sfugge il legame fra sesso e radicchio. Se mi sottoporrete altre domande indiscrete come queste, non solo non avrete risposta, ma non riceverete più da me neanche un centesimo.

Distinti saluti.

Firmò e chiuse la busta, soddisfatto. Si era espresso con poche parole chiare e precise, mentre l’ignota signora presidentessa, che aveva firmato con uno sgorbio, aveva inviato una lunga lettere piena di fumo. Chissà se avrebbe risposto!

La giornata era stata pesante. Salutò con un cenno la portinaia e s’infilò nell’ascensore. Non vedeva l’ora di andare a letto. Quando aprì la porta dell’appartamento, balzarono fuori, chissà da dove, quattro ragazzone profumatissime che lo spinsero dentro e richiusero a doppia mandata. Continuarono a spingerlo fino al salotto. “Il living!” gli venne in mente, chissà perché. Le quattro non dicevano una parola. Erano due bionde, una rossa e una bruna, tutte molto alte e molto belle, con i vestiti griffati e un trucco sapiente. Cercò di prendere in mano la situazione:

“Che cosa posso fare per voi?”

Non aveva paura, non pensava che lo volessero rapinare. In casa aveva pochi oggetti di valore, nel portafogli pochi spiccioli e nella cassaforte non c’era niente, perché tutto era stato depositato in banca. Senza rispondere, la rossa cominciò a spogliarsi. Le altre tre erano snelle e flessuose, questa era giunonica e burrosa. Man mano che lasciava cadere gli indumenti, rivelava carni sode color del latte cosparse di efelidi delicate. Aveva certi occhi verdi che neanche un gatto!… Quando fu completamente nuda, si appoggiò allo stipite della porta di cucina in una posa languida, come una Venere che per un prodigio fosse sul punto di uscire da un quadro e fosse già un po’ fuori dalla cornice. Lo sguardo di lui era calamitato dal bel corpo pieno e sodo, di un candore latteo, ma con sfumature color pesca nei punti più interessanti. Le altre ragazze, intanto, avevano tirato fuori tutte le ciotole che erano in cucina, le avevano messe sul tavolo e le avevano riempite con ogni tipo di radicchio rosso o verde. C’era anche dell’insalata di campo: riconobbe i raperonzoli, la cicoria selvatica, il tarassaco e la cicerbita. Ora una delle tre salava, una versava l’aceto e una l’olio, poi cominciarono a mescolare. Lui non sapeva né che dire, né che fare, aspettava incuriosito lo sviluppo della situazione. Quando ebbero finito di condire, anche le tre cominciarono a spogliarsi molto ordinatamente, ripiegando ogni capo di vestiario prima di appoggiarlo su una sedia. A questo punto la rossa gli si avventò addosso con forza insospettata, lo buttò sul divano e si mise a strappargli gli indumenti. Un bottone della camicia schizzò fino al lampadario e fece den! A questo punto capì bene che cosa poteva fare per loro. Ma quattro assatanate eran troppe! Quando non ce la fece più a soddisfarle, la bruna arrivò con una ciotola di radicchio e gliela fece ingurgitare a cucchiaiate. Poiché faceva resistenza, la rossa gli punto alla gola uno un coltello per disossare la carne, mentre una bionda gli teneva ferme le gambe e l’altra le braccia. Poi i giochi ricominciarono. Ogni volta che dava segni di stanchezza, radicchio! Oltre che con il coltello, lo minacciarono con un paio di cesoie da giardino, mimando una mutilazione qua e una là, anzi, per dare più efficacia alla minaccia, ogni tanto gli tagliavano un ciuffetto di capelli. Il taglio era proprio rasente all’epidermide o anche un briciolino più giù, perché non si facevano scrupolo di segnarlo con qualche leggera incisione che sanguinava un po’. Dopo la quarta ciotola di radicchio, cominciò a vomitare. Le ragazze trovarono la cosa molto divertente, molto più divertente degli esercizi di ginnastica erotica ai quali l’avevano costretto, e ridevano come matte. Lo trascinarono in camera, perché ormai il salotto era diventato peggio di un porcile e ricominciarono a ingozzarlo, a tagliuzzarlo e a masturbarlo. Ma per quest’esercizio si sentiva ormai vuoto e floscio. E nonostante tutto la rossa salì a cavalcioni su di lui e con opportune manipolazioni si fece penetrare. Le altre tre a turno lo baciavano,gli mordicchiavano le labbra e le orecchie, gli strofinavano sul viso i seni con i capezzoli duri. Poi ricominciarono a ingozzarlo. Ingoiava una cucchiaiata e la vomitava subito; per le quattro aguzzine quello era un divertimento folle. Sul far del mattino ebbe un collasso. Quando si riprese un po’, le ragazze si erano rivestite e se ne andavano facendogli ciao con la mano. Ebbe la forza di citofonare alla portinaia: “Sto male!” poi svenne di nuovo.

In ospedale non incontrò le simpatie di nessuno. Ridursi in quello stato per un’orgia! La portinaia aveva visto uscire le quattro ragazze e l’aveva raccontato a tutti. “Sembrava un giovanotto così per bene!” si lamentava anche in sua presenza.

Le infermiere dicevano spesso l’una all’altra:

“Vai tu a pulire quel gran porcone!” perché neanche con le flebo erano riusciti a fermare del tutto le crisi di vomito.

Gli amici non prendevano sul serio la faccenda del radicchio e volevano l’indirizzo delle quattro sventole. Lui si affannava a spiegare che era stato vittima di una vendetta, perché aveva criticato un questionario, ma non era convincente. Anche se aveva le idee chiare, era così debole che non riusciva ad esprimerle in maniera logica e coordinata. Gli amici un po’ lo prendevano in giro, un po’ ne avevano compassione, ma nessuno credeva a una congiura di “quelli del radicchio”, anzi fra loro facevano dei gesti come per dire che era proprio fuori di cervello. Lui se ne rendeva conto, perdeva la pazienza, dava in escandescenze, finché non gli facevano un’iniezione di qualche sedativo e buona notte. Nel dormiveglia pensava ad alta voce e diceva che era tutta colpa delle maledizioni del Primo Estratto. Chi lo sentiva, pensava che fosse ammattito senza rimedio, perché nessuno  sapeva che Primo Estratto era un soprannome.

Venne a trovarlo la zia.

La fortuna torna a baciare la ricevitoria La Coccinella: vinti 576 mila  euro » La Gazzetta di Viareggio

“Che cosa ti ha fatto male?” domandò nella sua santa ingenuità.

“Radicchio” sussurrò in maniera appena percettibile.

La vecchia signora esclamò inorridita:

“Te l’avevo detto! Non mi volevi credere!” e scappò via come se avesse visto un appestato.

Piano piano si riprese anche da quella batosta, quindi tornò a casa e alle attività consuete. Si era dovuto rasare i capelli a zero, a causa delle troppe sfoltiture. La sua testa era un reticolato di cicatrici sottili.

Andò da un avvocato per domandare se poteva sporgere una denuncia contro le quattro soldatesse del radicchio, però fece marcia indietro quasi subito, appena capì che il legale era sul punto di chiamare un’ambulanza per un nuovo ricovero, probabilmente in un reparto di psichiatria. Decise di lasciar perdere e si sforzò di dimenticare. Tuttavia non gli usciva di mente che la letterina pepata alla presidentessa della A A A Radicchio aveva provocato l’intervento delle quattro diavolesse. Alle maledizioni di Primo Estratto, invece, non credeva più: non l’aveva mica formulato lui il questionario! Ecco: il questionario! Lo cercò e lo portò a un altro avvocato perché lo studiasse e valutasse se c’erano gli estremi di qualche reato, ma non ebbe soddisfazione. L’avvocato gli disse che i questionari indiscreti non si compilano, punto e basta. Era il parere della zia e lei glielo aveva dato gratis, per giunta!

Una sera il socio, che era sposato, lo invitò a cena a casa sua. Lui sapeva che la moglie era una brava cuoca, perciò accettò proprio volentieri e mangiò con appetito, finché non portarono in tavola l’arrosto. La padrona di casa aveva preparato molti contorni, fra cui anche una ciotola di trevigiano rosso. Soltanto a vederlo, si sentì male. Si alzò da tavola a precipizio, con una mano a tappare la bocca e l’altra a stringere il naso. Corse in bagno e salutò la cena che andava via per lo scarico.

“Credevo di essermi rimesso, invece mi sbagliavo. Scusatemi!” mormorò, bianco come un cencio, quando le gambe lo ressero abbastanza da tornare fuori.

Da quel momento non fu più capace di avvicinarsi a un banco di verdura fresca: era diventato allergico al radicchio.

“Per fortuna – diceva a se stesso – non sono diventato allergico anche alle donne! Diffidente sì, ma allergico no.” Se ne vedeva tre o quattro in crocchio, che lo guardavano e confabulavano, provava un pericoloso sommovimento dei visceri, ma con una o due per volta non aveva problemi relazionali, anche perché si era iscritto a un corso di autodifesa per stare tranquillo. Quando era solo, passava molto tempo a meditare sugli strani legami che ci sono tra il gioco del lotto e un piatto di radicchio. Era diventata un’ossessione: se c’è un rapporto fra i sogni e il lotto, perché fra lotto e radicchio no? Una volta lo domandò al socio e quello fece un controllo accurato di tutto il lavoro che lui aveva svolto negli ultimi sei mesi. Per fortuna non aveva sbagliato niente. Da allora non fece più parola con nessuno delle sue elucubrazioni. Però ci pensava, oh, se ci pensava! Soprattutto quando il bisogno di rapporti sessuali diventava incontrollabile o quasi. Allora sognava un harem ben fornito, perché una donna laa volta lo soddisfaceva a fatica.

Terza Agnoletti

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