WEN – LUSSURIA – Dialogo tra donne “lussuriose” – Luigi De Rosa

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Il caldo era soffocante, aumentato da quel vento maledetto che sembrava trascinarsi dietro il calore del sole. E quattro donne di grande bellezza, vestite con abiti orientali che lasciavano ampie vedute dei loro corpi scolpiti e ammalianti, se ne stavano sedute in un angolo ad aspettare di essere condotte davanti al Giudice, che avrebbe letto loro la condanna.
Perché quelle quattro donne sapevano già che sarebbero state condannate. Erano donne dopotutto, e a loro si imponevano da sempre grandi aspettative, sacrifici, obbedienza, castità, apparenze della peggior specie e sopratutto senso materno, senza il quale non erano considerate donne. Erano uno strumento nelle mani dei maschi, per il loro piacere e per i loro scopi. E se per caso osavano anche solo pensare a non sottostare a queste pretese, diventavano puttane, sgualdrine, meretrici, peccatrici e tante altre cose ancora. Un marchio sulla loro pelle. Ma quelle donne, che nel frattempo si erano incontrate e avevano iniziato a conoscersi, indossavano quel marchio con un’eleganza sopraffina. Avevano dominato il destino di migliaia di uomini portandoli a morire o alla gloria proprio perché avevano sfidato quel destino che aveva imposto loro un ruolo marginale da oggetti di ornamento.
La donna che più emergeva per via dei suoi abiti era Semiramide, al secolo Shammuramat, che aveva guidato l’impero assiro alla morte del marito, con vesti enormi e colorate che la facevano sembrare una fenice risorta dal cratere di un vulcano in eruzione; accanto a lei si trovava Elena di Sparta e Troia, figlia di Zeus, moglie di Menelao e di Paride, la quale invece indossava una veste bianca che dalle spalle le arrivava alle gambe, scoperte però da ampi e vertiginosi spacchi; da una parte si trovava Didone, regina e fondatrice di Cartagine, che si distingueva dalle altre donne per una pelle olivastra e per un manto di toro che usava come abito; ed infine a completare il gruppo c’era Cleopatra, regina d’Egitto, l’unica ad avere i capelli corti e un trucco così marcato da accentuare i tratti del suo volto.
La prima a proferire parola fu Elena, che dopo essersi accorta chi era il Giudice, fece un sorriso. <Siamo fortunate. Il Giudice è mio fratello, Minosse. Sono convinta che riuscirò a convincerlo ad essere clemente e metterò una buona parola anche per voi>
<Non fidarti dei legami di sangue> le disse Didone. <Mio fratello ha ucciso il mio amato Sicheo, e sono stato costretta a lasciare la mia patria per evitare una guerra che avrebbe distrutto il mio popolo. Veniamo cresciute con l’idea di dover credere nella famiglia, e che noi siamo la base di quella famiglia mettendo al mondo figli e figlie, ma sono proprio gli uomini del nostro sangue ad usarci, tradirci o ucciderci secondo i loro comodi>
<Non dirlo a me> esordì Cleopatra. <Ero destinata a sposare e servire mio fratello, ma lui era solo un bamboccio che prendeva ordini da un eunuco. Hanno ucciso un generale romano amico di mio padre, ed io allora ho sedotto il suo genero che lo stava inseguendo e ho conquistato il potere con il suo aiuto>
Semiramide la guardò con uno sguardo ben poco empatico. <Tu quindi hai avuto bisogno dell’aiuto di un uomo>
Cleopatra ricambiò lo sguardo. <Perché? Tu no?>
<No! Io no> disse quasi ruggendo la regina assira. <Quando mio marito morì e mio figlio era troppo piccolo per poter governare, assunsi il titolo di reggente. Ho mantenuto il potere sconfiggendo tutti i nobili che si sono rifiutati di sottomettersi, e l’ho fatto con le armi.  Poi li ho umiliati ancor di più guidandoli in battaglie vittoriose contro i nemici dell’impero>
<E per quale motivo saresti finita qui? Non hai sedotto nessuno?> chiese Didone, affascinata dalla regina degli assiri.
<No. Ho solo combattuto contro un re che si diceva fosse un uomo bellissimo, e i miei nemici politici hanno messo in giro la voce che fossi scesa in guerra contro quell’uomo solo per poterlo incontrare. E giunsero alle mie orecchie anche accuse che nel mio palazzo passassi tutto il giorno circondata da amanti focosi compiendo atti scellerati, e che avessi promulgato una legge per rendere la mia condotta lecita. Tutte menzogne. Sono sempre stata fedele a mio marito, anche dopo la sua morte>
Cleopatra sbuffò. <Tipico. Quando non siamo quello che vorrebbero, gli uomini ci diffamano>
Didone, che prima fissava Semiramide con occhi di ammirazione, li abbassò per evitare il suo sguardo. <Io non sono stata saggia come te. Anni dopo la morte di Sicheo mi sono concessa ad un viandante vedovo che credevo mi amasse. E invece un giorno mi disse che gli dèi volevano che lui partisse. Per la rabbia ho maledetto lui e la sua gente e mi sono gettata su una pira>
Questa volta fu Elena a sbuffare. <Non colpevolizzarti. Tu almeno non passerai alla storia come la più grande delle meretrici. A me fu permesso di scegliermi lo sposo, ma gli stessi dèi che hanno imbrogliato te l’hanno fatto anche con me, facendomi fuggire via con il principe di una città dall’altra parte del mare>
<E com’è finita?> le chiese Semiramide. 
<C’è stata una guerra, sono morti in molti. Poi mio marito mi ha ripreso con sé e siamo finiti in Egitto per otto anni. I più belli della mia vita: solo io e mio marito. Ma quando siamo tornati a casa l’odio verso di me era ancora talmente grande che, dopo la morte di Menelao, mi hanno uccisa>
<Io sono morta morsa da un serpente> esordì ad un certo punto Cleopatra. <Preferivo morire piuttosto che vivere come prigioniera di guerra del mio nemico. Avevo saputo che l’uomo di cui ero innamorata, Antonio, era stato sconfitto e che forse era morto. Quell’uomo mi aveva messo davanti alla sua patria, e sapere che era caduto per difendermi e che avevo perso il mio regno, mi spinse a togliermi la vita. Senza il mio amato e senza la mia patria, non ero più nessuno. Ho guardato la morte dritta in faccia e gli ho detto “prendimi”>
Si alzò, mostrando un orgoglio che stonava con il contesto di punizione del luogo dov’erano finite lei e le altre regine dopo la morte. <Non so voi, ma intendo affrontare il giudizio di Minosse a testa alta. Abbiamo fatto di tutto per i nostri paesi: io ho manipolato generali e permesso al mio regno anni di indipendenza; Didone ha salvato il suo popolo dal fratello usurpatore e gli ha dato una nuova patria; Semiramide ha combattuto per tenere intatto il regno del marito per lasciarlo al figlio; ed Elena ha unito un popolo abituato a combattersi da solo contro un comune nemico, e solo per questo dovrebbe essere venerata e non giudicata>
Le tre donne si guardarono e capirono che le parole dell’egizia non erano affatto delle stupidaggini. <Che diritto hanno gli uomini di condannarci perché abbiamo avuto amanti o presunti tali? Siamo state belle e potenti. E ce lo meritavamo>
E con passo deciso si diresse verso il Giudice. Quando giunse alla presenza di Minosse, insieme a lei c’erano anche le altre tre regine. Sebbene le donne non avessero una corona sulla testa o scettri tra le mani, il Giudice non poté che rimanere travolto da tale forza d’animo.

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

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